Francesca Ferrari Weblog

30-12-2008

propositi

porto21.jpg

Quest’anno ho deciso di far dei propositi intelligenti.
Il primo giorno dell’anno nuovo, ammesso che nuovo lo sia davvero, ché garanzie non te le dà nessuno, mi sveglierò presto, appena la luce si farà intraprendente, e mi andrò a metter comoda nella poltrona a fiori rossi e blu.
Poi, con una tazza di tè bollente e una fetta di panettone, inizierò a metter subito in pratica quel che in questi giorni ho propositato con tanta buonavolontà, come ti insegnan fin da bambini.
Come prima cosa sposterò il giù e lo metterò su. Poi piglierò il su e lo spiaccicherò giù in terra. Ovviamente sistemerò il giù in modo tale che non mi cada in testa.
Il problema sarà convincer l’alto ad andare in basso. Quando ho buttato lì l’idea mi son accorta che storceva il naso. Vedessi il basso, invece, una felicità che non ti dico. Finalmente andrò anch’io lassù, diceva sorridendo
Risolto il problema del su e del giù passerò al qui e al là. Non credo che faran storie, loro, ché resteranno entrambi allo stesso livello, e, anzi, saran ben contenti di guardar il mondo dall’altra parte per un anno intero.
Sembra una cosa da nulla far questi spostamenti, ma caro mio, finché non ti ci metti, non puoi immaginar che confusione si viene a creare, quando cambi quel che è sempre stato. Forse impiegherò più di una tazza di tè e d’una fetta di panettone, ma far dei propositi vuol dir anche sacrificar del tempo. E se poi son propositi intelligenti, ne val senz’altro la pena, non credi?

24-12-2008

la verità

ff in giarina

Non è vero che si sta meglio qui, lontano dal “e se non ci vediamo tanti auguri”. Lontano dalle luminarie.
In questo momento vorrei essere a casamia di una volta.
Anche con la confusione della Vigilia.
Anche con i regali da scartare. Quel momento che, con la sua euforica eccitazione, mi faceva venir voglia di scappar via.
E ascolterei anche con un bel sorriso il tu scendi dalle stelle, intonato con la vocina sottile e le mani a preghiera.
Apperecchierei volentieri la tavola, con la tovaglia della Vigilia. Una tovaglia neanche tanto bella, a dir la verità vera.
Mia mamma ne aveva alcune più ricche e preziose, ma quella di Natale aveva una bellezza tutta sua. Era color arancio rosato con delle spighe di grano bianche tutt’intorno, a corona. Sempre quella, dai miei primi ricordi fino all’ultimo Natale di otto anni fa.
E i piatti, quelli bianchi col filo d’oro. E i bicchieri a calice di cristallo lavorato. E i segnaposto disegnati un mese prima: mamma, papà, piergiorgio, francesca. Poi a poco poco tutti gli altri.
Prima un allungo al tavolo, poi un altro e poi un altro ancora, man mano che la famiglia cresceva. Nuora, genero, nipoti. E la tovaglia che un tempo toccava terra, alla fine cadeva dal bordo solo di una spanna . Ma lo stesso doveva esser quella. Rosarancio con le spighe di buonaugurio.
Certo qui dove sono oggi è tutto molto bello. Sole tiepido e un golf da favola. La casa è tranquilla, tra poco si andrà fuori a cena.
La cucina è linda e non c’è un pentolino fuori posto. Non devo cucinare. La tavola è sgombra e al centro c’è una fruttiera piena di mandaranci. Non c’è odor di funghi. La Vigilia mia mamma preparava sempre il sugo con funghi, e le tagliatelle eran pronte sul tavolo della cucina: belle larghe, e sottili, come piacevano a mio papà. Nel forno c’era un pesce. E l’insalata russa, preparata il giorno prima aspettava in frigorifero. E il formaggio pannerone. E il gorgonzola col mascarpone. E poi la frutta secca. E poi la spongata. E poi il panettone. E noi tutti assieme. NoiTutti.
Ah, certo avrei un sacco di piatti da lavare, perché quelli col filo d’oro guai a metterli in lavapiatti. Avrei anche da asciugar una gran quantità di bicchieri e posate. E sicuramente brontolerei contro il Natale e desidererei esser in Perù, lontano da quella assurdabaraonda. Sbufferei parecchio, ma non avrei questo peso che ora, sul punto d’andar a cena a tavola pronta, sento qui, tra stomaco e gola.
E non sentirei questo vuoto che non si riempirà mai più.
Quindi goditi questa serata e tutta la giornata di domani e quella dopo ancora. Assaporala come si faceva col primo gelato dell’estate. Ascolta a registra tutto nella tua memoria. Ogni poesia malrecitata. Ogni parola, anche quelle che saltan fuori ogni anno, sempre uguali e sempre le stesse.
E se anche avrai da lavorar fino a notte per sistemar la cucina, fa niente. Stringi questa tua fortuna, che, credimi, è davvero tanto grande. E’ meglio di cento cene Gamberorossoverde&blu.
Ecco, adesso che ti ho detto la verità, torno ad indossar la maschera da “come son fortunata ad esser fuori da ogni idiozia familiarnatalizia”.
Invidiandoti un po’, ti auguro un mondo di bene.

Baci natalizi

Giarina

22-12-2008

adié?

ff in giarina

Cara la mia expittrice, rispondo alla tua lettera con la quale dichiari con una spocchia vergognosa che io e te ci siam dette addio. Leggevo e non credevo ai miei occhi. Ma di quale film parli, in quale vita…ci conosciamo forse? ché adesso come adesso io non ricordo d’averti mai incontrato.
Mi dispiace esser così brusca, sai? Ma non ne posso più! Ogni tanto mi ritrovo figliolanze sconosciute. Nipotanze e parentele che per fortuna son solo mascherate fasulle. Basta strappar via occhiali e naso finto per metter fine alla pagliacciata. Sono ormai lustri e lustri che non mi nasce un figlio degno di portar il mio nome. Ho anche cercato di adottarne qualcuno a distanza, e troppe volte la speranza di riconoscer il genio in un piccola creatura s’è dissolta nel giro di due tele e una scultura. Cara la mia exnonsocosa, per esser figli miei ci vuol ben altro che un paio di mostre mostrate ad amici e parenti. Non basta aver colori e colorini e coloretti. Pennelli e spatolucce. Non basta andar in giro, come fanno i tuoi amici, col lupetto nero e quell’aria un po’ depressogrintosa da artistanessunomicapisce.
E non è sufficiente ripeter come una cantilena la teoria dei colori: primari secondari e terziari…e tiritì-tiritì-tirità.
Quando nasce un figlio mio, io lo vedo da quassù. Vedo un lumino che brilla, prima piccino e poi sempre più grande.
E lo seguo con trepidazione mentre cresce; mi commuovo alla vista di quei piccoli disegni ancora incerti, ma che già sprizzan scintille tutt’intorno.
Un tempo mandavo quella mia creatura a bottega, da qualche figlio ormai grande. L’osservavo mentre pestava e mistava e amalgamava pigmento, olio di lino, e di noce, e biacca, e gesso. E me lo guardavo crescer con l’ansia e l’amore di ogni madre per il suo prediletto.
Adesso vedo tutti questi impostori che si vantan d’esser figli miei e spero sempre di riconoscer in qualcuno almeno un tratto familiare. Un qualcosa che mi faccia sperare in una rinascita futura.
Io da quassù guardo, e trascorro ore e ore cercando un lumino da poter trasformare in luce abbagliante. Aspetto con pazienza.
Vedi, cara la mia exmavalà, io ho tempo e tu no. Non ne hai più. Anche se una luce a dir la verità ce l’hai davvero, e brilla a intermittenza, ma fattene una ragione: è solo la spia del cellulare in carica.
Spero d’esser stata chiara. E credimi, se ti parlo così è solo per il tuo bene. Chissà, l’anno nuovo forse ti porterà delle bellissime idee, potresti ricamar tovaglie a gigliuccio, oppure intrecciare fili a chiacchierino e a tombolo. Uncinetto e buone torte. Non esisto solo io, ci son tante Arti che t’aspettano a braccia aperte. Scegli la tua e sarai felice.
Auguri di tutto cuore.

la mai tua
Pittura

15-12-2008

fondo scuro

ff in galleria, giarina

fondoscuro.jpg

“questo ha un fondoscuro”fferrari
olio làxlà

Da un commento di Nybras

Ti invito seriamente a fare un post/riflessione sul bianco (telabianca) e sul nero. Quando ti pare, con calma, ma vorrei leggerlo.
Ti do un input:
Il bianco riflette. Tutti i colori. Respinge.
Il nero assorbe. Tutti i colori. Li fagocita.
Lo dice la fisica, lo sai bene.

Io, nel mio piccolo, partendo dal nero mi trovo molto meglio. Disegno la luce, che è più facile. Lo suggeriscono anche su Art Attack, per dire.
Tecnicamente, però, si trovano quasi solo tele e fogli bianchi, principalmente.

Proprio la scorsa settimana a scuola ho spiegato la teoria dei colori: primari, secondari…complementari, caldi e freddi e come si risolvon tanti problemi accostando i colori che tra di loro si voglion bene. Un po’ quel che succede con le persone, no?
Sai ny, ci sarebbe da parlare per un intero libro di riflessionipost o di postriflessioni, a seconda dell’umore.
Nei negozi di bellearti trovi anche le tele a fondo nero. Adesso le vendono di tutti i tipi. In questo momento van molto quelle alte a cassettone, forse perché ti evitano la spesa della cornice.
Bianche, grezze e nere.
Fini, mediofini. Grana grossa e trama larga. Trama fine e fine trama. Un assortimento che sembra il mercatino del sabato.
Ma son quasi tutte delle brutte tele.
Una volta, solo pochi anni fa, anche le tele già pronte erano discrete, adesso sembran di plastica.
Respingono il colore e tu passi e ripassi, ma non riesci a dipingere. Specialmente se usi gli acrilici.
Ti salvi con la spatola, ché il colore corposo crea un fondo che aiuta.
Mio zio se le faceva da solo, con legno e tela in metratura, poi passava l’imprimitura con colla di coniglio e gesso. Era una preparazione lunga un paio di giorni, ma il risulatto era perfetto.
Io non sono così brava. Di solito mi procura le tele di un buon linofine già trattato il mio corniciaio, ma uso anche quelle in commercio, se riesco a trovarne di qualità discreta.
Veniamo al fondo.
Ny, io non parto mai da un fondo bianco. Maimai.
Spesso lo preparo con blu e marrone. Un fondo scuro è perfetto per la spatola, traspare tra una passata e l’altra e l’effetto è molto bello. Sempre che sia un bel quadro, ovvio, non sarà certo il fondo a trasformarlo in un’opera d’arte.
Quando ero pittrice e volevo dipinger un paesaggio a olio, preparavo il fondo con gli acrilici. Dividevo la tela tra cielo e terra. Nella parte in alto passavo un bel grigiazzurro, (bianco, nero e cobalto) base perfetta per un cielo sereno e senza problemi. Giù in terra invece un neroverde. Lasciavo asciugare una notte intera e poi passavo al disegno. Cioè agli alberi. Come ben sai.
Se invece ero di quell’umor crepuscolare da tramonto per un domani che verrà, sapevo che con un fondo tutto ocra e rossoindiano, la luce avrebbe avuto riflessi d’un bel rosaottimismo.
Per un ritratto era perfetta una base verde e ocra. Per un prato un bel nero avorio.
E poi ogni volta era una scoperta. Da un errore mi poteva saltar fuori la soluzione per quadro nuovo. Quadro nuovo, alberi vecchi.
Il bello del dipingere è anche far le prove. Mettere un viola dove non c’è. Lasciar una spatolata di blu in un prato verde e poi grattarla via, ma non tutta, come se sottosotto ci fosse cielo dappertuttto. Insomma giocare con i colori.
Resta il fatto che quando dipingevo, la tela bianca, mai e poi mai, ny.

Bei tempi, adesso che non dipingo più posso far fondi scuri solo nel ragù e negli arrosti.

Mh.

14-12-2008

adié

fine3.jpg

“adié”fferrari

Son sempre dolorosi gli addii, ma è ancor più doloroso trascinar una convivenza fatta di malsopportazioni.
Ci si sveglia al mattino e già il solo pensiero di dover trascorrere una giornata assieme, magari senza scambiarsi una parola, ti fa venir voglia di voltar giorno e passar direttamente al domani.
Come se potesse, come per magia, trasformarsi in un domani di quelli chevalapena. Ma valà.
Ci si guarda e sembra tutto vecchio. Si sente perfino l’odor di stantio.
E si cerca di far altro, aspettando che passi. Fingendo un ottimismo che nemmeno pinocchio scambierebbe per vero.
E poi, aspettar che passi cosa, se, anche guardando lontano, laggiù dove i fagiani si danno appuntamento, non c’è più niente. Solo il già vistofattopensato.
E ci si piglia in giro, promettendosi a vicenda un vedrai, dopo torno.
Ma non ne hai voglia di tornare. Anzi. E anche dall’altra parte senti l’insofferenza per il tempo perso.
E ti dispiace così tanto per la delusione che senti nell’aria. Così densa che potresti spalmarla sul muro. A spatolate grandi e pesanti. E lo sai che è soltanto tua la colpa.
Se si potesse rimediare, se fosse possibile tornar indietro, a quando era tutto facile, fresco, leggero e senza troppi perché e percome, faresti anche ParmaCasale a piedi. O in bicicletta.
Forse in un’altra vita, chissà.
Per quel che riguarda questa, oggi ho preso la mia decisione: pitturacara, io e te, ci si lascia.
Adiaéatutalor.

13-12-2008

forsechesì forsecheno.

ff in giarina

Ah, stamattina mi son svegliata con la voglia di darmi delle arie.
M’è successo appena ho aperto gli occhi e mi son guardata attorno.
Era come se la mia presenza rischiarasse la stanza.
Si sentiva tutt’attorno perfino il profumo delle viole. O forse eran boccioli d’alpezie, chissà.
Adesso son qui che cammino avanti e indietro, stimandomi a naso in su.
Non so cos’è successo. Forse nel sonno mi son scambiata per qualcun altro.
Capita a tutti di svegliarsi credendo d’esser chissàchi.
Oggi tocca a me.
Domani, forse, a te. Forse.
Tu pensa che non faccio nemmeno ombra in terra.
Guarda, non c’è qui a destra, e nemmeno a sinistra.
Aspetta, provo a guardarmi alle spalle… no. Nessuna traccia d’ombra.
Davanti, non è possibile, ché un’ombra che si rispetti è sempre un passo indietro. E un po’ più piccina, anche.
Quando le ombre son molto grandi non riesci più a governarle come si deve: grossolane e griderecce ti tocca far finta di non conoscerle.
E’ sua quell’ombrona? ma s’immagini, la mia è discreta ed elegante. Leggiadra che par venuta dal cielo in terra a miracol mostrare.
Ma, vedi, oggi non ho ombre, né grandi né piccine. Son qui sola e mi do un sacco d’arie.
A pensarci bene l’effetto stimaiolo sarebbe di gran lunga più pomposo se fumassi una bella sigaretta, vero?
Vuoi metter starsene seduta in poltrona, con le gambe accavallate, un po’ di traverso, come faceva la professoressa di lettere della prima C.
Com’era bella! d’altra parte fumava, lei.
Non ci si può dar bene delle arie se non si ha una sigaretta tra l’indice e il medio.
Un po’ distratta, con aria sufficiente…come a dire, son qui, ma solo per farvi un favore.
Non ci crederai, ma una volta, quando ero molto più alta, fumavo anch’io.
All’inizio le Windsor De Luxe. Mi piacevano perché eran parecchio più lunghe delle Muratti.
Sembravan delle belle matite bianche.
E non le compravo certo io dalla tabacchina dietro casa, me le portava a scuola la Rosanna.
Lei fumava in casa, senza problemi, invece io mi allenavo in bagno, con la finestra aperta.
Prima due o tre tiri senza aspirare e poi, coraggio, un tiro piccino, ma lo stesso da lacrime agli occhi.
E non mi piaceva per niente.
Poi via col deodorante e col talco.
Prova oggi, prova domani, tanto l’odor di fumo era colpa di mio fratello, ho imparato, ed ho continuato a fumare per anni, chissà perché, visto che mi faceva star parecchio male.
Si studiava e si fumava. E si andava al cinema e si fumava. Marlboro perlopiù. Pacchetto morbido.
Finalmente un giorno, con la scusa d’un fioretto, l’ho buttato via mezzo pieno, quel pacchetto bianco e rosso.
Non ho più fumato da allora, però, ancora adesso, mi piace il profumo della sigaretta appena accesa.
E ancor di più quello della pipa. Dimmi, tu la fumi, la pipa? A scuola c’è una ragazza che lo fa, per vezzo, credo.
M’è tornata la voglia di Windsor stamattina. Ma dev’esser solo perché mi do delle arie.
Tu pensa che mi sembra perfino d’aver un lupetto nero da pittorevero. E guardo anche il mondo dalle due finestre come se mi spettasse di diritto.
Rispondo a chi mi parla perlopiù a monosillabi, mh…forsechesì-forsecheno.
E le scale, ad esempio, salgo e scendo da grandama, sempre col collo alto da artistavero.
Ma con due dita leggere sul corrimano, ché non vorrei mai dovermi stimar a gambe all’aria.
Eh, rovinerei l’effetto, non ti pare?

12-12-2008

giragirasoli

ff in galleria

giragira.jpg

“soli”fferrari

olio&braille 90×80

l’ho dipinto per un amico nonvedente. é un quadro in braille, ché lui lo può veder con le mani.

12-12-2008

verde

ff in Appunti

verdesperanza.jpg

“verdiamo”fferrari

machetelodicoafare quixlà

10-12-2008

ma ne val la pena?

Val la pena?
Ad esempio val la pena disegnar bozzetti, far la tavolozza, preparare il fondo, spatolare senza voglia, qui uno scuro e là un chiaro, non si sa mai che torni il sole?
E mettere a posto l’armadio? val la pena mettersi lì, in ginocchio, a sistemar le maglie, quelle a collo alto a destra, i cardigan a sinistra e in mezzo quel bel vuoto grande, ché se non trovi subito quel che vuoi, sarà presto riempito dal disordine del chissà dov’è finito. E il lavoro di piegatura diventa storia del passato.
Ah, la piegatura.
Mi vien in mente mia mamma. Lei era una piegatrice fantastica. Una valigista di prim’ordine, sai?
Nella sua valigia ci stava un mondo intero. Far la valigia è un’arte, diceva sempre. Ed è vero, io l’ho insegnata anche alla Gabriella, quest’arte non da tutti.
Tu devi prender maglie e maglioni, ma attento, non li devi piegar da negozio, li devi stender sul fondo belli piatti, a braccia incrociate sul davanti. La lana sempre per prima e poi i pantaloni, le gonne, e via via, fino ad arrivare al cotone stropiccioso e delicato. La seta non la portar in viaggio, tanto non ti servirà. A me la seta non piace. E’ scivolosa come un’amicizia finta. Sembra bella nel suo lucido drappeggio, ma in realtà è solo un inutile apparire. Meglio il cotone fine e sincero.
Ma il trucco del far la valigia, quello vero e segreto, è riempir gli angoli con la piccola biancheria. E con i fazzoletti. Io uso ancora quelli di cotone. Belli, bianchi e piegati a triangolo. Hai il fazzoletto in tasca? massì, mamma, uffa. Non si usciva senza il fazzoletto. Nemmeno mio papà. Lui addirittura ne aveva sempre due. Solo bianchi, di mussola fine, la pelle d’ovo, e con l’orlo a sgonfietti, fatto a mano. E alla sera li toglieva dalle tasche e via a lavare, anche se non eran stati usati. Si potrebbe divider il tempo in due grandi ere: quella dei fazzoletti veri e quella dei fazzoletti di carta, che, per quanto fine sia, è sempre rigida e rasposa.
Un angolo della valigia doveva restar libero per la moka. Sì, la Bialetti per il suo caffè. Non si partiva senza. A dir la verità, i miei viaggi non eran come i vostri d’oggi, con partenze per mete così lontane da far fatica a trovarle nel mappamondo.
I nostri viaggi eran due. Quello di andata al mare e quello di ritorno dal mare. E il mare era quello di Venezia, con le sue belle conchiglie, i granchi, gli zoccoli con due dita di tacco, la buca per trovar l’acqua e l’ombrellone con le sedie a sdraio. Poi inventarono i lettini. E il marevero s’ammalò e finì d’esistere.
La moka veniva in vacanza con noi. Anche se si andava in albergo. Ed eran sempre discussioni, ché mia mamma si vergognava per il fornellino a spirito che mio papà nascondeva nel comodino. Ma che figura mi fai fare, se lo trovano…e poi si sente il profumo del caffè anche nel corridoio! figurati. E secondo a te, da uno a dieci, quando interessava far “brutta figura” a mio papà? mi vien da ridere solo al pensiero di mio padre preoccupato di quel che avrebbe potuto dir la gente. La gente per lui era un di più. Non la sentiva nemmeno. Trasparenze grigie e senza importanza.
Lui era un caffeinomane. Ne beveva anche quindici al giorno. Si svegliava in piena notte e senza due dita di caffè non si riaddormentava. E se proprio doveva, quando era in compagnia, lo pigliava anche al bar, ma il caffèvero che gustava con una puntina di zucchero, era quello che gorgogliava da quella macchinetta col manico rotto, vecchia di una vita. La mia eredità.
E dovevi sentir cosa volava nell’aria quando si scottava, per aprir il coperchio! E poi le lamentele di mia mamma per le macchie di caffè dappertutto.
Ma adesso sta nevicando sui fazzoletti di cotone, sulcaffè, sulla moka, e sulla grande valigia di tela scozzese. Qui, tra le due finestre guardo questi fiocchi che copron tutto. Anche le voci lontane.
E mi chiedo se val la pena iniziar un qualcosa, far un quadro, o una valigia con gli angoli belli pieni, o anche solo girar il numero del calendario. Tutti i giorni.
Ma ne val la pena se tanto prima o poi finirà?

09-12-2008

vecchi amori

ff in giarina

portobello

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08-12-2008

natale

ff in galleria, giarina

elvis.jpg

“regalo”fferrari

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06-12-2008

ascolta, si fa sera.

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“ti parla padre virginio rotondi”fferrari

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05-12-2008

viola violando

ff in galleria

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03-12-2008

memoria

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“chi sono-da dove vengo-dove dovevo andare”fferrari

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01-12-2008

piove e poi nevica e poi sole

Nevica e poi piove. Piove e poi nevica. Ed io avrei bisogno di un Ego un po’ più grande per ripararmi.
Non ho ancora capito se l’ego te lo danno come optional gratuito, al momento della spedizione, magari da pagare a parte, nella scatola di montaggio, oppure se te lo devi procurar da solo, arrangiati-fatti tuoi.
Certo che se così fosse, questa sarebbe da inserire nella lista delle ingiustizie. Lista che sto aggiornando da un bel numero d’anni, e che al momento giusto presenterò a chi di dovere.
Ci sarà pur una sorta di garanzia Ego, una qualche formula soddisfatti o rimborsati, no?
Se poi è vero che la Fabbrica, come dicono i rappresentanti che da quel dì la promuovono in tutto il mondo e, chissà, forse anche fuori, è di prima qualità, avrà di certo pensato anche ad un servizio assistenza&reclami. Ecchecaspita di Fabbrica modello sarebbe, altrimenti!
Sta di fatto che io incontro… no, meglio ancora, sbatto contro tutti giorni e anche di più, a degli Ego di 5 o 6 metri, mentre quello che è capitato a me è alto sì e no unoesufla.
Ma fosse solo l’altezza, il problema, è che il mio è talmente disadattato, così maldestro e fuoritempo, che a volte portarlo in giro m’ imbarazza.
Cosa credi, io li vedo gli altri col loro bel Ego tronfio, alto, petto in fuori, sicuro, non un dubbio, non un capello fuori posto.
Un Ego vestito a festa che sa sempre suggerire quel io sono una persona che, al momento giusto, con quel tono che a me fa venir le coccinelle allo stomaco, e poi guardo il mio che invece di aiutarmi se ne sta lì, a guardar le nuvole, con un sorriso talmente ebete, da dargli schiaffi a due a due finchè diventan dispari.
Dev’essere un altro vivere, con un Ego come si deve accanto, vuoi mettere la sicurezza che ti dà il sapere che in ogni circostanza, in ogni momento, piove neve o tira vento, lui è lì e sa cosa dire, cosa fare e, se è il caso, ti risolve tutti i problemi meglio di Wolf, ché quegli Ego lì, alti 5 o 6 metri, sono un po’ come Wolf davvero. Non hanno coscienza, ma non per difetto di fabbrica, sia chiaro, son proprio nati apposta per uccidere il problema al posto tuo, senza batter ciglio.
Io invece mi devo sempre arrangiar da sola, anzi, a volte il mio Eghino lo lascio addirittura a casa, ché è talmente tonto che se incontriamo un problema, o se si deve discutere con qualcuno, o se mi capita di dover far valere un qualcosa di mio, lui è capace di star lì ad ascoltare e poi, idiota com’è, è capace di dar ragione al mio avversario.
E a me non resta che tornare a casa con la testa bassa. Certo, poi lo punisco, sia chiaro, e non gli parlo più per almeno due giorni. Ci mancherebbe.
Dirai tu, colpa tua se non l’hai saputo educare, dovevi farlo crescere più combattivo, più sicuro di se stesso, ci son scuole apposta, perché non l’hai iscritto.
Cosa vuoi che ti dica, non lo so neppure io. E’ che era così piccino ed indifeso, che me lo son tenuta qui con me, a disegnar fiori in un quaderno a quadretti. E adesso ormai è tardi, non riesco più a cambiargli il carattere e me lo devo tener così, solo per compagnia.
Potrei mettergli i trampoli, ma sarebbe solo più alto di un paio di metri, e poi imbranato com’è m’ inciamperebbe addosso al primo problema. E sai che figura, con tutti gli altri che hanno accanto il loro bello grande, risoluto e fermo su quei piedoni numero 58?
Ma reclamero, eh?! ah, se reclamerò!
Per oggi ho deciso che, se continuerà a piovere-nevicare-piovere, mi accontenterò dell’ombrello. Lui se ne starà a casa a guardar la defilippi alla tv e, chissà, magari da lei qualcosa imparerà.