Francesca Ferrari Weblog

30-09-2008

mala tempora currunt

ff in giarina

Ultimamente la vena artistica s’è esaurita, quindi ho lavato pennelli e spatole ho riposto la tavolozza e nell’attesa di tempi migliori ho deciso di allargar i miei orizzonti.

lamagliaia

21-09-2008

origini

ff in Appunti

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“alla fine ci si torna sempre”fferrari

acquerello&sasà.

19-09-2008

andiamo

ff in galleria

andiamo1.jpg

“dove?”fferrari

alchidico&vita 60×90

18-09-2008

la ricreazione-intervallo

ff in galleria, giarina

moltiplicatevi.jpg

e la giarina disse ” crescete e moltiplicatevi e curate gli anziani ché vi tengo d’occhio. soggiogatevi e dominatevi a vicenda e che vinca il migliore “.
così fu portata a termine la creazione e vide che era cosa così-così.
allora la giarina, nel settimo giorno, ché il tempo passa e uno non se ne rende conto, guardò la tela portata a compimento con grande fatica e disse ” la prossima volta ti creo già dipinta “.
e nel settimo giorno pulì le spatole, la tavolozza, cessò ogni suo lavoro e affittò il blog.

e fu sera e fu mattina.
pomeriggio, un tè.

17-09-2008

ff in galleria, giarina

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la giarina disse ” la terra produca molti frutti e molte verdure, principalmente pesche, meloni, pomodori, sedanirapa, e melanzane. e fiori di zucca, ché fritti con la pastella son squisiti”.
e vide che era cosa buona.
e allora la giarina disse” facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, ma un po’ diverso e con più peli, e domini sulla frutta e sulla verdura e sappia contare il resto senza imbrogli”. e creò l’uomo anche a forma di donna, per  cucinare e pulire.
e fu sera e fu mattina. più o meno giovedì.

16-09-2008

la creazione

ff in galleria, giarina

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e la giarina disse” siano gli ombrelloni per separare il verdevescica dal verdevescica” e fece gli ombrelloni e usò con generosità un carminio con una punta di biancotitanio e di ocra. e così avvenne. e la giarina chiamò gli ombrelloni ombrelloni.
e poi, siccome lei, a differenza di Altri, non era ancora stanca, disse “il sotto si raccolga a forma di germogli, di erbe, e di frutti, ciascuno secondo il proprio colore e forma.
e così avvenne. e i verdi si riunirono a forma di zucchine con il loro bel fiore, e i meloni a forma di melone, e i rossi a forma non ben definita, forse mele, forse pomododori, dipende dalla stagione. e la giarina vide che era cosabuona.
e fu sera e fu pomeriggio e fu mattino. secondo/terzo giorno.

15-09-2008

la creazione

ff in Appunti

 1giorno.jpg

in principio la giarina comperò la tela. 85euro. ora la tela lino fine 100×70 era bianca e deserta e a modo suo molto bella. le tenebre ricoprivano l’intorno e la voglia di lavorare era poca.

poi la giarina disse “sia la tavolozza” e la tavolozza fu. e la giarina vide che era cosa buona e separò il carminio dal verde, il giallo dal blu e il bianco, titanio, ché copre di più.  e chiamò gli uni e gli altri colori acrilici.

e prese una spatola grande e ricoprì la tela bianca col verdevescica e poi vi sparpagliò sopra gesso a forma di disegno.
e fu sera e fu mattina e il riso giù in cucina era cotto. molto cotto. primo giorno.


12-09-2008

chiarezza

ff in galleria

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“soprattutto”fferrari

acquerello con acqua lievemente frizzante.

08-09-2008

qualcosa

Se ci pensi bene si passa metà della vita ad aspettare.
Che bolla l’acqua, che passi il treno, che arrivi l’ora, che suoni la postina, che si asciughi una pozzanghera, che torni il sereno, che crescan i capelli.
Che le formiche ti lascino attraversar la strada.
Alcuni aspettan per tutta la vita un lieto fine. Altri si accontentano di aspettar una fine lieta.
Io invece sto aspettando, ferma e zitta, un qualcosa
A dir la verità me ne son passati davanti non so quanti di quei qualcosa bastachesia che quando ero molto giovane mi sembravano tutti delle meraviglie. Adesso son diventata difficile, sai, come una di quelle donnine che van dall’ortolano e scarugan nella cassetta delle pesche, ne voglio dieci tutte uguali e mature a scalare, rosa e gialle e vellutate, questa no, questa no, questa nemmeno, mi faccia veder quelle sotto.
Ecco, anch’io aspetto un qualcosa color velluto rosa e giallo che mi faccia, come per magia, venir voglia di fare.
Stamattina mi sembrava di averne visto uno giustogiusto: ero giù in cucina, e con l’occhio a mezz’asta aspettavo che il tè prendesse quel bel testa di moro, quando me lo son vista sfrecciar davanti al naso.
E’ stato un attimo. Era un qualcosa verde speranza, giallo allegria, vispo e ricco d’energia color carminio: bello che non ti dico.
E anche gli occhi, eh? tutto ad un tratto mi si son spalancati a gufo, pieni di contentezza, e in un baleno le gambe si son messe a correr da sole e m’han portato qui nello studio e, senza dir mi e ma, la tavolozza era pronta.
…mh…già.
Adesso son qui che aspetto, ché quel qualcosa dev’esser rimasto giù a bere il mo tè.
O forse era soltanto un’ombra del sole che nasceva, e non un qualcosa di quelli veri.
Sai qual è il problema? che lo si cerca sempre là fuori, e si dà la colpa a lui se, mancandoti, senti dentro un vuoto totale. E si passan giorni, guardando per aria, e contando i granelli di polvere, mattino-sera-mattino, con la speranza che ti arrivi da chissà dove. C’è perfino chi cerca di comprarlo, di affittarne uno, o di rubarlo a chi ne ha tanti.
E via via che passan gli anni ci sembra quasi che i qualcosa che ti permettono di creare origami di pensieri o di colori o solo di aria leggera, crescan rigogliosi soltanto in casa d’altri.
Ti sembra di non aver più niente da dire e da fare, ti sembra di aver un intorno che annebbia e rovina tutte le velature.
Un po’ come quando usi la tavolozza del giorno prima, ché ti sembra uno spreco buttar via tutti quei bei colori che son rimasti.
Ma è un errore, sai? Tutte le pennellate avran quel color sporco che toglie trasparenza e freschezza al tuo pensare. E una gran stanchezza allora ti scivola addosso, ed è fatica immane anche solo girar la testa un po’ in là, ché il sole t’è arrivato sugli occhi.
E allora li chiudi, ma poi non vorresti aprirli più. Troppa fatica. E aspetti così, seduta e zitta, contando il respiro.
Tanto se arriverà qualcosa te ne accorgerai, sempre che esista ancora, quel qualcosa color rosa e giallo velluto.
mah.

06-09-2008

voglio vivere così

ff in giarina

Voglio vivere così…
cantava mio padre quando si faceva la barba. E intanto che si radeva lasciava scivolare lungo il braccio le gocce d’acqua insaponata che cadendo sul pavimento facevano un laghetto.
Io lo guardavo seduta sul panchettino lucidascarpe.
Lo hai mai visto tu questo panchettino? Non credo. All’Ikea non sanno nemmeno cos’è, scommetto.
Era una specie di scaletta di legno con l’ultimo gradino che si alzava a coperchio e conteneva tutte le spazzole e le scatolette di lucido. Non i tubi, le scatole rotonde di metallo con l’apertura a farfalla. Mio papà era un maniaco delle scarpe lucide. Con i lacci. Belle. Diceva che i mocassini erano per persone che van di fretta. E secondo lui ad andar di fretta si moriva prima.
Io avevo il compito di far la schiuma col pennello: poca acqua, giragira, ancora un po’ d’acqua. La schiuma non deve esser né troppo densa né troppo acquosa. Poi gliela pennellavo sul viso a coprirlo tutto meno gli occhi. Anche sulla fronte, un pochino. E al passar sulla bocca lui tirava dentro le labbra e dopo mi faceva il negro che ride.
Ogni tanto una barba gliela radevo anch’io. Col rasoio senza lametta. E, ma solo in mano sua, anche con la lametta.
Me ne stavo seduta sul panchettino e lo guardavo. Cantava e chiacchierava. Poi gonfiava le guance per rader i peli alla perfezione e poi si tirava su il naso, e ancora faceva la scimmia per tender bene la pelle del mento. E su-su la testa, tutta indietro per lisciar il collo.
Ed io intanto pigliavo la salvietta e cercavo di asciugare la pozzanghera che viavia si allargava sul pavimento. Per non farlo sgridar da mia mamma.
E lui cantava, voglio vivere cosìììììì col sole in fronteee.  E con le dita leggere cercava dei peli scappati alla lametta. Alla fine, quando ormai il bagno sembrava un campo di battaglia, c’era il rito del dopo barba.
Sempre pronte sulla mensolina, impilate, le salviettine piccole. Ne pigliava una, la bagnava ben bene con l’acqua tiepida e, strizzata, se la metteva sul viso per qualche minuto. Dopo la inumidiva con l’alcol e se la passava e ripassava su tutta la faccia. A lui davan fastidio i profumi. Di ogni tipo. Sopportava solo quello del sapone Marsiglia, quindi niente dopobarba profumati. Solo alcol. Che naturalmente pelava il pavimento.
E si tagliava, ogni tanto. Anzi, spesso. E allora era compito mio prender un tubetto di cotone giallo dalla farmacia e mettergliene un pizzico sulla gocciolina di sangue. Se tu stessi zitto almeno quando ti fai la barba ti taglieresti meno, diceva mia mamma, quando lo vedeva uscir dal bagno con l’emostatico a varicella, qui e là sul viso.
Meno male che non l’ha mai ascoltata. Lui ha chiacchierato così tanto nella sua vita che ha riempito col parlare e col raccontare e col rider di gusto col cantare e col dir magnifavole fantasilandesi, cinque o sei dei miei mondi.

Meno male.

04-09-2008

raccolta differenziata

ff in giarina

Oggi mi son svegliata con una strana voglia di ordine ordinato. Subito, appena aperti gli occhi, ho messo in fila i pensieri, dal più piccino al più grande. Tu penserai che è robetta da nulla, invece occorre star bene attenti, ché a volte i piccoli son mascherati da grandi e viceversa. Ma io non mi son fatta imbrogliare, uno era svicolato due posti avanti, ché i pensieri, anche i tuoi, non credere, han sempre questa mania di protagonismo: son più importante io, no zitto tu ché conti come il due di coppe quando c’è sotto spade. E così via, ad offendersi, neanche si fosse in borg dal sòrog, l’osteria di là dall’acqua.
Stamattina ne ho visto uno che sembrava un pavone con la ruota tutta aperta, da tanto che era bello. Oh ma che meraviglia!- mi son detta- e questo quando l’ho pensato, ché non me ne son nemmeno accorta? ed ero lì che mi stimavo come una mamma col suo quadro, quando mi son resa conto che non era mio: l’avevo preso in prestito da un intelligente che ne aveva delle ceste buttale lì a caso. Devo essermi scordata di restituirlo. Penso che me lo terrò per far bella figura quando mi fermo in piazza a salutar Garibaldi, tanto gli intelligenti ne sfornan sei al minuto. Che mai sarà uno in meno.
Comunque, tornando ai pensieri, l’importante è non dar loro corda e con polso fermo pigliarli per la collottola e sistemarli in fila indiana.
Una volta ero stata lì-lì per usar l’ordine alfabetico, sai?ma mi son subito accorta che non fa per me. Sarà che i miei pensieri inizian tutti con la i di inutilità, a parte i cinque o sei della lista della spesa che fan casa per conto loro.
Dopo un’ora e mezza di lavoro, (in realtà dieci minuti, ma che figura ci farei) con tutti i pensieri ben ordinati in testa, a mo’ di bigodini, mi son diretta nello studio, per la raccolta differenziata del giovedì.
Attento, la raccolta differenziata non è quella che intendi tu, divider la spazzatura in tanti sacchettini diversi, uno marrone, uno giallo ed uno grigio, tanto so che poi, quando nessuno ti vede, li butti tutti assieme nel comodo cassonetto dietro casa, ché già il fatto d’aver messo vetro con vetro e polistirolo con polistirolo, ti farà dormir con la coscienza ecologica appagata. Ma qui si dovrebbe far una deviazione di chiacchierata e iniziar a parlar di morale e di etica del rifiuto, ma visto che mi arrivate sì e no alla decima riga sarà meglio affrontar il discorso in novembre.
La mia raccolta differenziata è una vera raccolta. Hai presente le figurine Panini? ecco una raccolta come quella. Io raccolgo le cose e poi invece di incollarle sull’album le sistemo nelle scatoline, differenziando a modo mio.
Guarda mi ridon perfino le orecchie a parlar delle mie scatoline. Ne ho di tutte le misure alcune son grandi così, altre son piccole, ma la maggior parte è di misura media.
Devi sapere che tutte le cose hanno bisogno di star dentro una scatola, non amano esser lasciate fuori in balìa degli eventi. Si senton perse senza un intorno ben racchiuso, io lo so perché lo so, e non far domande sciocche, su.
Tu piglia un pennino ad esempio, non lo puoi lasciar lì sulla scrivania col mondo che lo guarda giorno e notte, lo devi metter dentro una scatolina.
E la gomma. E le cartine dei cioccolatini. E le punte delle matite, quelle che si spezzano sul più bello… a proposito di punte, a me piacciono quelle squadrate, belle lunghe. Solo che è parecchio difficile farle bene. Ogni tanto a metà temperaggio il coltellino scivola via e la punta cade. Anche pezzetti di dito, a volte, ma quelli non li conservo. Le punte sì. Nella scatolina delle punte. E così via, di scatolina in scatolina.
Qui davanti a me, ad esempio, ne ho una di misura media piena di nonsocosa. E più in là c’è quella medio grande dei nonsochi.
Lo so, tu stai guardando quella blu, là in terra. E’ molto grande. E’ quella delle priorità, ma se proprio lo vuoi saper è vuota. Il problema è che quando riesco ad acchiapparne una e apro il coperchio per metterla dentro, mi scappan fuori le altre e si mettono a far confusione svolazzandomi per tutto lo studio.
Ed è lì che ogni volta mi passa la voglia di esser ordinata, e allora me ne torno nella mia scatola mediopiccina e mi chiudo il coperchio a doppio giro stretto.

01-09-2008

priorità 3

ff in galleria

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“in fila col numerino per prender la priorità”fferrari

prima tocca ai blu poi al giallonapoli e poi ai verdi e alla fine al viola. e che non ci siano discussioni. 80×80.