L’altro giorno ho incontrato per caso la Rosanna. Sono rimasta senza parole. La immaginavo ancora come una volta: con i ciuffetti e le calze una su e una giù. O al massimo come una ragazzina col cerchietto ed i calzettoni, invece mi sono trovata davanti una donnona grande e grossa che mai avrei riconosciuto.
Con una legge speciale dovrebbero impedire alle persone che cambiano troppo negli anni di chiamarsi ancora come quando erano piccine e abitavano dietro casa tua.
E la Rosanna abitava proprio dietro casa mia. Non è che fossimo grandi amiche. Lo eravamo solo un po’. Lei era molto spigliata e per nulla timida, io taciturna e poco socievole.
Abbiamo frequentato le elementari assieme e, in seguito, anche le medie alla Pascoli, ma ormai non eravamo più amiche. Lei sembrava più grande dei suoi dodici anni e poiché la nostra scuola era in ristrutturazione - la seconda B era ospitata nel liceo - la Rosanna andava sempre a comprar la merenda, panino con la mortadella ai pistacchi, dalla bidella dei grandi.
E poi aveva già un’idea di seno, lei, ed era anche diventata signorina proprio all’inizio della seconda media. Mi faceva una tale rabbia vederla parlare con le altre delle loro cose, cicicì e cicicì…sapevo anche che con il nero dei pastelli Giotto si tracciava due lineette, a mo’ di eyeliner casereccio, nell’angolo degli occhi. Non mi piaceva più, anche se ero molto invidiosa di quel suo esser più grande.
Quindi mi cercai altre amiche e, pur abitando ad un tiro di schioppo una dall’altra, non ci si vedeva se non a scuola. Lei nel primo banco e io in fondo, dove potevo disegnare senza problemi.
Fino ai dieci anni invece giocavamo spesso assieme. O a casa mia o a casa sua.
Lei abitava nel quarto ed ultimo piano di un condominio giallo e mattone, nella stradina privata dove passavamo la maggior parte della giornata, schettinando, giocando al mondo o chiacchierando fitto fitto di chissà che.
Come ogni anno che dio manda in terra, anche in questi giorni non si sente parlar che di grancaldo e di effetto serra e di record delle temperature, come fosse un evento eccezionale, ed invece il caldo era caldo anche allora, e nelle case normali non c’erano nemmeno i condizionatori. Al massimo potevi cercar un po’ di refrigerio piazzandoti davanti al ventilatore, ma la mamma era sempre lì a ricordarti che era pericoloso per la gola e guarda che poi ti ammali, quindi si accettava il caldo con quel sano fatalismo de il caldo d’estate è normale e le stagioni non stanno in cielo.
Eppure le notti insonni senza un filo d’aria io le ricordo bene. Non sono una diavoleria moderna. E le sere passate a passeggiare per cercare un po’ di fresco. E poi le fette di anguria sopra i blocchi di ghiaccio, o il bif alla menta per rinfrescar la gola. Ma ci si lamentava il giusto, per l’afa: era estate. Ed era tutto bello.
Fatto sta che la Rosanna abitava all’ultimo piano e in estate casa sua diventava un forno.
La sua mamma era una normalissima signora con la permanente color nerofumo, nell’insieme era una bella signora. Faceva la sarta e lavorava in una stanza assieme all’ Ivana, l’apprendista che faceva i sottopunti e che alla sera si faceva venire a prendere dal moroso con la vespa. E saliva di lato come si usava una volta. Noi di solito eravamo giù in giardino e correvamo dietro alla siepe per scoprire se si abbracciavano.
Tornando alla mamma della Rosanna, in estate aveva un’abitudine che a me non è mai andata giù e mi imbarazzava moltissimo: girava per casa in reggiseno e mezza sottoveste!
Mi vergognavo io per lei, e le parlavo senza guardarla, perché il suo era uno di quei reggisenoni di una volta, in cotone pesante, sì, ma con un inserto di pizzo trasparente che qualcosa lasciava intravedere.
Figurati che io, mia mamma, la vedevo già vestita anche al mattino all’alba, e mai mi sarei sognata di potermela trovare davanti agli occhi in reggiseno. L’avevo vista in vestaglia solo le rarissime volte che, nonostante la febbre, si alzava lo stesso per mandarmi a scuola.
A dodici anni non ero nata ieri, io, e sapevo perfettamente che esistevano le donne poco serie. Ne sentivo parlare a mezza voce in casa. Non capivo bene cosa volesse dire esser poco seria, ma un’idea me l’ero fatta: non erano sposate e baciavano ridendo quelli che incontravano. Sapevo anche che certe donne camminavano per strada e fermavano gli uomini. Si chiamavano passeggiatrici proprio per quello. La Patrizia, una mia amica ben più grande e navigata, mi aveva spiegato che per farsi riconoscere, le passeggiatrici si vestivano di giallo.
Chissà, forse la mamma della Rosanna era una di quelle donne lì, anche se, a dir la verità, in strada non l’avevo mai vista vestita di giallo. Di viola e di rosso sì, di giallo, mai.
E invece, ahimè, quella che aveva un vestito di un color becco d’oca che poteva esser scambiato per giallo, era proprio la mia, di mamme. Era un tubino di lino smanicato, con una sciarpina di seta panna a piccoli pois color cacao. Era un bel vestito, niente da dire, ma sicuramente lei non sapeva di quel particolare sul color giallo, visto che lo indossava spesso. D’altra parte anche le mamme a volte ignorano le cose della vita.
Un giorno, tornando da una visita ad una zia a Mestre, mentre aspettavamo in stazione il treno che ci doveva riportare dalla nonna in campagna, un signore, e lo ricordo come fosse ieri, le chiese un’informazione. E la mamma spiegava, parlava e indicava, e mi sembrava che tutti ci guardassero, a causa di quel colore così sfacciato. E mi sentivo morire per la vergogna. In quel momento detestai mia mamma per quel vestito giallo becco d’oca. E lei non si spiegava il motivo della mia rabbia. E mi chiacchierava felice, mi voleva tener per mano e mi chiedeva se volevo un gelato o un Topolino da leggere in treno. Io non rispondevo, non le parlavo e non le stavo vicino. E appena a casa mi chiusi in camera mia piena di rancore e di rabbia verso tutta quella famiglia che sentivo parlare allegra giù in giardino e che sembrava non rendersi conto di nulla.
Guardando la Rosannona, l’altro giorno, rivedevo la sua mamma, e pensavo a quel reggiseno. E mi rivedevo seduta nella sua cucina a mangiar le amarene Fabbri con la testa bassa.
C’è ancora la sua mamma, sta bene, ha la permanente grigioazzurra, e gira anche in bicicletta, mentre qui non c’è nemmeno più il vestito color becco d’oca.