pilotta

schizzo a matitacolorata&inchiostro un tanto al chilo in pilotta, al mercato.
in parole povere un ‘vogliadifarniente’.

schizzo a matitacolorata&inchiostro un tanto al chilo in pilotta, al mercato.
in parole povere un ‘vogliadifarniente’.

“secondopassaggio”fferrari
sottolio 100×100

“e se piovessero rane?”fferrari
olio e sale in zucca in un metroquadro.
se ci fossero rane in cielo qui si vedrebbero sicuramente.

Tema
Io e mio fratello
Svolgimento.
Mio fratello si chiama Pier Giorgio. Ha due nomi perché il papà di mia mamma si chiamava Pietro e Giorgio era invece il fratello minore di mio padre, quello bello e dannato, morto giovane per una peritonite. Se continua questo dolore destro tipo appendicite, morirò anch’io così: d’annata e di peritonite.
Mio fratello è quello buono. Io quella piccola. Lui era il figlio adorato di mia mamma. Io di mio papà. Allora non si badava troppo al fatto che una divisione così netta degli affetti in famiglia avrebbe potuto creare chissà quali turbe nella crescita psicologica di noi figli. E in effetti non ne ha create. Era un dato di fatto, e la consapevolezza che in realtà l’amore dei genitori era grande abbastanza per entrambi ci faceva dormire tranquilli. A dir tutta la verità, l’anno che andammo in vacanza a Campolongo di Cadore, solo noi tre, ché mio papà col cavolo che veniva in vacanza con noi, mio fratello, mi sembra di ricordare per una tonsillite, aveva tutte le attenzioni della mamma, ecco, quell’anno lo avrei volentieri scambiato con due sorelle più piccine da poter governare a mio piacere. Io che sono la più grande comando, e voi ubbidite.
In realtà comandavo lo stesso visto che, tra noi due, mio fratello era, ed è ancora, quello buono.
Nato sotto i bombardamenti, lavato con l’acqua della pastasciutta, senza pannoloni o ciripà, era cullato dalle sirene che annunciavano l’arrivo di Pippo con i saluti per la città; cresciuto a latte di mamma che sapeva di paura per le bombe, lui era lo stesso cocciutamente buonissimo. Non piangeva di notte e non piangeva nemmeno di giorno. Un bambolotto. Era anche talmente bello da far luccicare di gioia gli occhi della mamma, quando, a due anni, vinse il primo premio bimbibelli della Gazzetta. Aveva boccoli rosso Tiziano e grandi occhi color marecalmo. E poi giocava da solo con una palla di stracci, cucita con il filo grosso. Il suo gioco preferito era però una bambola, sempre cucita dalla mamma, ma resti tra noi, ché non vuole lo si sappia in giro.
Certo che con la storia che era buono e bravo, si è sempre arrangiato da solo. Ti serva da insegnamento: esser troppo buoni non conviene.
Io invece son nata in clinica, quasi otto anni dopo, con la stanza piena di fiori e la vista sul parco. Avevo la levatrice e il pediatra. Avevo una culla rosa e copertine ricamate a punto ombra con paperelle e coniglietti. Una carrozzina blu e bianca con le tendine per il sole.
Nonostante tutto ciò, io piangevo sempre.
Ho pianto notte e giorno per due anni. Non ricordo assolutamente il perché. Ma è fatica piangere e se lo si fa un motivo c’è sempre, quindi anch’io ne avrò avuto uno. A prescindere.
Credo che mio padre sia diventato papà solo con la mia nascita. Forse prima non era pronto, o è vero che la figlia femmina conquista sempre il cuore dei papà. Forse le difficoltà del dopoguerra gli impedirono di coccolare suo figlio. Oppure doveva andare così. Fatto sta che perse la testa per me.
Anche se piangevo.
E mi proiettava i filmini con la lanterna magica sul soffitto e girava la manovella addormentandosi e facendo bruciar la pellicola.
Mio fratello era buono, ma anche esasperato, e minacciava continuamente di annegarmi nella vasca da bagno. Ma poiché era buono si sentiva in dovere di giustificarsi dicendo che lui al mattino doveva andare a scuola.
Era bravissimo a scuola, ma disegnava da cani e la mamma nascondeva a tutti i suoi disegni.
Il suo soggetto preferito era la battaglia con gli aerei, ma non si distinguevano gli aerei dagli alberi e dagli uomini.
Naturalmente ho pochissimi ricordi di mio fratello ragazzo. E mi dispiace.
Mi sforzo, ma ho solo delle istantanee in bianco e nero in mente. Lui a nove anni al mare col costumino a righe di lana. Lui a dodici, a scuola con altri trenta ragazzi tutti in pantaloncini corti e solo uno con i pantaloni lunghi, ché era ripetente. Ed erano veramente corti quei pantaloncini, non al ginocchio, ma corticorti.
E poi lui alle superiori, finalmente con i calzoni lunghi. Anche perché a sedici anni era un metro e ottantacinque.
L’altezza in effetti l’ha presa tutta lui. Cresceva talmente tanto, ben dodici centimetri in un anno, che mia mamma lo portò a far una visita specialistica. Il professor Banchini disse che bisognava togliergli le tonsille, per fermarlo. Così la mamma lo lasciò arrivare a un metroenovantadue e poi, preoccupata anche per la lunghezza del letto, lo fece operare.
Fortuna che io invece crescevo normale. E le tonsille le ancora tutte e due. Ho anche l’appendice e magari sarebbe stato meglio che quella me l’avessero tolta. (caspita che consecutio!)
Non piangevo nemmeno più, ma con mio fratello avevo poco in comune, a parte la carabina con la quale facevamo tirassegno nel corridoio, centrando con le freccette di piume l’asse di legno che l’Alma usava per lavare i panni. Tanto se si sbagliava mira era sempre colpa sua, ché lui era grande ed io piccina.
Troppi anni di differenza, tra noi due. Un altro mondo, altri interessi.
Allora usava far le festine in casa e anche il mio fratellone alla domenica pomeriggio invitava una decina di amici per ballare. In sala il tavolo da pranzo veniva spostato contro la finestra, con sopra bibite e torta, e nell’angolo, accanto alle poltrone il giradischi e gli LP. Io correvo per curiosare quando arrivavano i ragazzi, perché volevo vedere chi c’era, ma poi scappavo a chiudermi in camera mia. A mio fratello, anche se adesso dirà che non è vero, piaceva la Stefania, una compagna di scuola bionda cotonata e prosperosa. Una volta la Stefania mi venne a prendere e a forza mi trascinò per mano in sala.
Mio fratello aveva raccontato di come mi faceva volare ballando il rockandroll.
Tutti frutti.
Ecco in quel momento la Stefania l’avrei uccisa. O le avrei volentieri rimpicciolito la testa cotonata, come facevano quegli indigeni che l’amico del papà aveva incontrato in un suo viaggio strano.
In effetti era vero, mio fratello mi faceva volare e poi mi trascinava sotto le sue lunghissime gambe per buttarmi ancora in aria.
Potremmo riprovare una volta o l’altra, no?
E poi mi ricordo anche di quando mi leggeva le favole, ho ancora quell’enciclopedia della fiaba, quattro volumi verdi. Io volevo le fiabe lunghe, ma lui sceglieva sempre quelle orientali che arrivavano sì e no a mezza pagina. Poca fatica per figurar bene, insomma.
Finita la scuola, sparita la Stefania, si iscrisse un anno all’università e poi decise di partire per il servizio militare. Due anni a far il sergente a Lecce. Il giorno dopo la sua partenza, mentre la mamma piangeva al telefono con la sua amica, io ne approfittai per pigliarmi la sua camera, che, per via delle preferenze, aveva il balcone ed era più bella e più grande della mia.
Adesso lui è ancora il più alto, ha molti più figli, ed è il più buono dei due, viaggia molto e fa sempre un sacco di diapositive. Mi telefona sempre e quando sto bene e non ho malattie infettive mi viene anche a trovare.
Quando si gioca col capo e lui fa sfoggio di par di qua e di birdie di là mentre con voi la sfortuna si accanisce,
e una volta

e due volte

è assolutamente lecito provvedere con ogni mezzo per difendere il vostro amorproprio.

Davvero.
Firmato Il Gran Giudice Supremo Di Tutti i Golf Del Mondo. E Anche Più In Là.

“fresche frasche”fferrari
un lìperlà acrilicato senza orpelli
Carissima nuova Giunta della città,
ti scrivo, come si usa tra vicini cortesi, per darti il benvenuto e per farti i miei più sinceri complimenti.
Raramente, e quando dico raramente vuol dire quasi mai, ho visto una giunta così perfetta, poiché in genere i ritocchi un po’ si vedon sempre.
E guarda che io di giunte sono un’esperta, sai, le so far perfino nella pastasciutta, quando mi chiamano all’ultimo minuto per dirmi ci sono anch’io a pranzo e ho molta fame.
Vedessi poi che capolavoro quando si rompe una statua in cottura! con pazienza, pezzetto più pezzetto, un po’ di stucco e un filo d’attak, mi vengon delle giunte così ben fatte che non vedi più la crepa nemmeno a cercarla col lanternino.
A parlar di giunta mi viene in mente quella che ti davan con cinquanta lire di pattona, un triangolino in regalo che era più buono della fetta intera.
Ma non tergiversiamo con ricordi del lontano ventinove.
A dir la verità lo si capiva già dalla campagna elettorale, che saresti stata una giunta quasi come intera. Giravi per la città ed era tutta una festa, e altro che happyhour, saran state almeno sei o sette ore al giorno di felicità, con tutti quegli aperitivi da mane a sera. E abbracci e baci come se fosse Natale.
Qui in campagna se chiedi al bar della piazza l’happyhour guardan l’orologio e poi ti rispondono tutti orgogliosi, ché san le lingue, son le cinque e dodici, signora.
Tornando a noi, cara giunta come intera, poiché ho letto che nel programma hai ben tre poli tematici, (e già l’aver dei poli tematici secondo me ti fa sentir come se abitassi a Metropolis), volevo suggerirtene un quarto, tematico pure lui, quello del risparmio energetico.
Senti un po’ che idea m’è venuta, non so nemmeno io come, e a volte mi meraviglio di me stessa.
Allora, devi sapere che in questo periodo ho come un vuoto creativo. Occupo le giornate girando per casa senza combinar nulla, così ho pensato di far qualcosa di utile ed ecologico.
Hai presente tutti semafori della città? tu pensa quanta energia elettrica giorno e notte, notte e giorno. 24oresu24.
Ecco, io mi offro come volontaria per accender manualmente, ad intermittenza regolare, ogni minuto e quarantacinque secondi, prima il verde, poi il giallo ed infine il rosso. Proprio come da regola. Inizierei dal semaforo di Farini, se per te va bene.
Sicura di trovare attenzione e attendendo una risposta, ti rinnovo i miei complimenti per l’ottimo rammendo: davvero un’opera d’arte.
Ossequi alla signora.
giarina
PS. La seggiolina la porterei io da casa.
Di nuovo.

“guardandoperaria”ferrari
fantasia di tre lati ad incrocio con colore random a sbalzo.
da un’idea artistica di sff. mica pizza&fichi.

Castello di Lerici
6 Luglio-9 Settembre

“autoritratto”fferrari
olio e alchidico con messainpiega spatolata 100X100 naturale.
Da Ossi di seppia:
Crisalide
…
L’albero verdecupo
Si stria di giallo tenero e s’ingromma.
Vibra nell’aria una pietà per l’avide
radici, per le tumide cortecce.
Son vostre queste piante
Scarse che si rinnovano
All’alito d’Aprile, umide e liete.
Per me che vi contemplo da quest’ombra,
altro cespo rivendica, e voi siete.
…
Ho almeno dieci agende, una è del 2008 e, tu pensa, vien nientepopodimenoché dal Moma.
Ho due macchine fotografiche, ho tanti anni, trenta paia di occhiali, tre cani, un’ape che mi ronza attorno, (se si è fiori succede), ho tanti libri.
Tanti tanti. Perfino l’Armatura di Cordero, e non è poco.
Per non parlar dei colori: olio, tempera, acquerello, alchidico, acrilico, matite, gessetti, e tu pensa a qualcosa che colori o scriva, io ce l’ho.
E poi le tele bianche. Ne ho grandi così, piccole cosà, quadrate, rettangole, da inchiodare e inchiodate. Appoggiate a strati lì e là.
Ho quattro scrivanie. Una col pc, una con tubi e pennelli, una per disegnare e una era di mio papà e c’è ancora il suo portacarte sopra.
Ho anche tre carrellini a ruote, con i ripiani a cesta. Stracci e ancora colori. Ho ben due cavalletti grandi e tre piccini.
Ho mille pennelli.
E mille spatole.
E al mattino sento tele e pennelli e colori e scrivanie che chiacchierano, un brusìo di voci che sembra quello degli alunni quando aspettan l’ingresso dell’insegnante col compito in classe: bzzbz… arriva arriva…
E quando entro tutti zitti, braccia in seconda, ai loro posti e so che pensano, sarà il giorno giusto finalmente?
Invece la delusione, chè ho tutto un regno di meraviglie che ogni giorno mi aspettano e non ho nemmeno uno straccio di idea da regalar loro.
E lo capiscono subito da come preparo la tavolozza, anche se cerco di fischiettar indifferente, ma non son capace e sputacchio soltanto.
Devi sapere che quando hai una bella idea, una di quelle che poi ne attirerà tante altre, un’idea chiacchierina piena di vita, che non sta mai zitta, la tavolozza ride contenta.
E i colori van giù da soli. Si mettono in fila già pronti: il giallo napoli sa che sarà di turno, il carminio si prepara senza tappo, e il blu oltremare spinge via quello cobalto. tocca a me, non lo vedi?
Ma non ho nemmeno uno straccio di idea, e lo senti anche tu che silenzio c’è qui dentro.
Prima o poi si stancheranno, tutte le mie meraviglie, e se ne andranno, abbandonandomi qui da sola.
Una mattina troverò la stanza vuota.
Forse resterà soltanto la scrivania di mio papà e sopra ci sarà un variopinto biglietto, un po’ ad olio e un po’ ad acrilico con scritto in sbilenco:
tanti saluti cara la mia pittrice da unoesufla, qui c’è troppa aridità, noi si va a cercar altrove una testa più creativa.
baci&abbracci.
E a me non resterà che grattar via da terra l’unica traccia di colore rimasto, quella macchia di verde, là nell’angolo destro.
A meno che un’idea alta come cinque o sei, non arrivi proprio oggi.
eh chissà.
Contando le foglie una a me ed una a te, e facendo l’appello al sì e al no, oggi mi son tornate in mente le sorelle Mora.
Mi sembra di averle qui davanti, una alta e magra e l’altra tondetta e piccolina, sempre vestite di scuro e con i capelli grigi raccolti a cucù. Le sorelle Mora erano le ricamatrici-sarte della mamma ed abitavano all’ultimo piano di una vecchia casa di borgo Giacomo Tommasini.
Non mi ricordo i loro nomi di battesimo, mi sembra di averli qui a portata di pensiero, ma quando cerco di afferrarli volan via e non ho nessuno a cui poterli chiedere.
Invece se chiudo gli occhi sento chiaro l’odor di stoffa che, mescolato a quello delle minestrine, ti accompagnava su per la scala, e le rivedo entrambe sorridenti ad aspettarci sulla porta di casa.
Sempre insieme, nate per restar signorine, parlavano tanto, le sorelle Mora; una iniziava una frase e l’altra la terminava per dar il via a quella successiva.
E mi facevan sempre tante domande, e io zitta e muta con grande imbarazzo della mamma, che forse avrebbe voluto una di quelle bimbe che, le vedi, e ti raccontan la poesia con l’inchino smorfioso all’ultima strofa. Io non parlavo, non rispondevo e non vedevo l’ora che si dimenticassero tutte di me per chiacchierar tra loro, sfogliando figurini e scegliendo quella manica o quella scollatura. Poi guardavano tutte e tre il taglio di stoffa e lo vedevano già cucito.
E mentre loro parlavano di modelli e di pettegolezzi, io avevo il compito di metter in ordine una volta i fili, un’altra le passamanerie.
Quella delle prove era una stanzona grande, con la porta doppia metà di legno e metà di piccoli rombi di vetro colorato. Era l’unica stanza con tanta luce, il resto della casa era buio, con le persiane chiuse, quasi morto.
Le Mora vivevano lì, tra enormi Singer nere a pedale, il tavolone con i modelli e una credenza piena di scatole di meraviglie: cerniere, gros-grain, rotoli di fettucce, rocchetti di filo colorato. Ma non una decina assortita come nelle case normali, milioni di filofort, grandi e piccini, una favola di colori.
Nella parete, di fianco alla credenza, c’era il ritratto della povera mamma delle sorelle Mora.
Chissà perché era sempre povera, quella mamma lì. A me sembrava perfino un po’ cattiva, con quello sguardo serio che ti promette tanto prima o poi capiterà anche a te, che hanno molti ritratti di chi non c’è più.
A destra, nell’angolo accanto alla finestra, in bella mostra, c’era il manichino col vestito della mamma imbastito a lunghi punti bianchi.
Il vestito blu notte per andare al Regio. Mi ricordo quello.
Ed io, in ginocchio sulla sedia a rovesciar sul tavolo la scatola dei biscotti Colussi, piena di bottoni madreperla, intanto guardavo la mia mamma che si specchiava e girava morbida la testa per veder se dietro la piega cadeva bene.
E dallo specchio mi guardava come per chiedermi sono bella?
E sì, era bella davvero. Tanto.
Le sorellemora oggi non esistono più.
Sono sparite dalle città assieme ai negozi di stoffe, alle mercantine, alle fodere e friselline, per lasciare il posto a boutique stile minimalista che aprono il lunedì per chiudere i battenti appena un mese dopo. Tutte uguali, piene stracolme di straccetti cuciti a sputo chissà dove, senza vita e senza anima. Da indossare una volta per poi finire dimenticati e già vecchi nel cassetto.
Il vestito blunotte invece è ancora qui nel mio armadio.

“cinquecasebianche”fferrari
120X120 con un settanta di verde + un venti di azzurro + un dieci di bianco + un dieci di ocra + un dieci di rosso indiano= 120×120.
infatti i conti tornano.
