E’ ormai tempo di pensare ai nuovi raccolti.
La giornalaia ha già preparato il terreno per il suo orto. Stamattina mi ha tenuto un’ora lì, in piedi, con la Gazzetta in mano, per raccontarmi quanto ha lavorato ieri.
Figuriamoci, ne parla come se il suo fosse l’unico orto del mondo intero, quando qui in campagna ci son più orti che fili d’erba nel prato.
E poi tutte queste complicazioni, dissoda, raspa, concima, rastrella, innaffia…se son semi faran da soli!
Io, modestamente, son giardiniera d’orti fin nel profondo dell’anima. Sai, ci son proprio nata con il pollice verde. E’ talmente verde che a volte lo devo perfino diserbare.
L’orto più bello di tutti, però, l’ho coltivato nel lontano ventinove.
Era grande come cinque orti medi, altro che quello della giornalaia, e ricco che più non si può
Meloni grandi come meloni, zucchine verdi come zucchine, e poi carote, e, tutte abbracciate al bambù di sostegno, file e file di fagioli: dell’aquila, bianchi di spagna e borlotti.
E poi ancora le zucche, con talmente tanti fiori, che le fritture eran quotidiane, ed i cocomeri… no, i cocomeri non c’erano. Forse mi confondo con Puntala.
Ma anche senza cocomeri era lo stesso una vera meraviglia, quell’orto di una vita fa.
Lo sai che arrivavano da fuori per vederlo? ne ero così orgogliosa che se veniva qualcuno a trovarmi, lo accompagnavo subito là, nel campo dietro casa, e gli facevo far su e giù, tra le zolle, attento a non pestare le piantine! vuoi un po’ d’insalata? un sacchetto di basilico?
Per queste evenienze c’era sempre piantato in terra, nel bordo a sinistra, un bel coltello dal manico di legno.
Che poi lo curasse il Nonnomartini, il mio vicino di casa d’allora, è solo una quisquilia. Anch‘io ci mettevo del mio, facendo le erbe.
Davvero non sai cosa significa? cittadino che non sei altro! a dir la verità, anch‘io all’inizio della mia vita agricola ne ignoravo il significato.
Far le erbe vuol dire star accovacciati nell’orto, sotto il sole di un giugno senza peli sulla lingua, a toglier le infestanti. Detta così sembra un’operazione facile, ma non credere, ché ci vuol moltamolta abilità. Bisogna innanzi tutto far attenzione a non lasciar nel terreno le radici, ché le infestanti, come giri l’occhio, ti rispuntan più grasse di prima.
Quindi con la zappetta devi scavare tutt’intorno alle malefiche, e poi strapparle con delicatezza, senza lasciarne neppure un piccolo ricordo radicato in terra.
Il problema è che le infestanti son verdi uguali alle festanti, e distinguerle è un’arte sopraffina.
Purtroppo, nel lontano ventinove, io non ero ancora una brava ortista, e in un giorno disinfestai tutto un campo di patate, ahimè, anche dalle patatestesse. Al tramonto non s’era salvata nemmeno una piantina verde. Ma le infestanti, debellate tutte.
Il Nonnomartini, uno di quei nonni piegati in due, col tabarro d’inverno e la pipa sempre accesa, che allora aveva centocinquantanni almeno, ma lavorava come uno di venti, non si arrabbiò nemmeno tanto, ma per tutta l’estate le erbe le volle far lui.
Per la paura che io disinfestassi i pomodori, al mattino mi faceva trovare davanti alla porta della cucina un cesto pieno di tutti i colori e profumi di quell’orto come ormai non ce ne son più.
E nel mezzo ci metteva anche un fiore, il più prezioso di ogni rosa prestigiosa e rara: una dalia.
Quello fu il mio orto più bello, e anche l’unico, in verità. Salutato il Nonnomartini, nel campo dietro casa crebbero solo le infestanti.
Guarda, adesso torno subito dalla giornalaia, con la scusa di aver dimenticato un quaderno a righe, e con noncuranza le racconto che io, sì, ho avuto l’orto più bello del mondo, e per tutta una bellissima estate una dalia come buongiorno. Una dalia biancaeviola. Lei, nemmeno un rapanello.
Prima di perdermi nei ricordi di quel che fu, ti stavo parlando dei nuovi raccolti di quest’anno, ché ho deciso che mi farò un orto particolare.
So che c’è chi lo sta progettando di design, da architetto, chi lo sta pensando verticale e terrazziero, io invece l’ho già piantato in vaso, minimo ma sufficiente. Un orto da davanzale molto speciale.
Vedi, questa rigogliosa e lussureggiante piantina felice, te lo dico in gransegreto, non è una semplice verde piantina, ma è quella del fagiolo magico.
Non devo far altro che aspettar che cresca fin lassù, e poi mi arrampicherò verso quel mondo da favola che mi aspetta.
L’unico dubbio che ho è se il fagiolo magico vuol esser regolarmente innaffiato.
Secondo me no, altrimenti, scusa, che razza di magia sarebbe!
