Francesca Ferrari Weblog

28-03-2007

inventario

ff in giarina

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“inventario” fferrari
colori ad olio in ordine alfabetico

Mi sono sono accorta che ci sono tante cose da inventare: il tempo di domani, l’orologio di ieri, il parlarsilenzioso, l’infinito con i bordi, il nullacolorato, il temperatutto, e mille altre ancora.
Tornerò non appena avrò finito.
Ma guarda, ho appena inventato il non pleonastico!

26-03-2007

un libro

ff in Appunti

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Figlio mio, forse un giorno capirai il perché. Inizia così, con parole piene di speranza, questo bellissimo libro che ieri, assieme ad un insistente maldischiena, mi ha fatto compagnia.
L’autore, indossato l’abitello da penitente, in un autodafé ricco di drammaticità, cerca il perdono di quel figlio che abbandonò in un c’era una volta di un tempo lontano.
Una vita di stenti, la carestia che l’inverno implacabile portò con sé furono la causa prima di quella scelta scellerata, che se pur ebbe un lieto fine, pesa come un macigno nell’animo di chi racconta.
Non fu solo colpa mia, qualcun altro scrisse il mio destino. Così egli cerca di sottrarsi al giudizio, addossando la responsabilità del suo fare ad un autore che non chiese il suo parere. Una vita già scritta, la sua, povero padre senza colpa. E certo fu consigliato male da una compagna avida e senza scrupoli, ma basta questo per sollevarlo da ogni responsabilità?
Ed un lieto fine può lavargli la coscienza purificandola da tutto il sangue versato per colpa sua?

Di P. Tirlo Gavorrani ” Pollicino, figlio mio ” Ed. Maremma - euro 64.50. Quasi 432 pagine in caratteri molto piccoli e senza punteggiatura.
Della stessa collana ” Cenerentola, piccina adorata ” e lo struggente ” Hansel&gretel. Non volevo due gemelli. “

23-03-2007

conserve&gelatine

ff in disegni

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Ingredienti:
Un foglio di qualcosa.
Una matita con la sua punta.
Una gommapane un po’ così.
Un pennino a torretta.
Una bellissima cannuccia che ho solo io.
Un pennello uguale.
Un quadrato anche a rettangolo di cartassorbente gialla.
Inchiosto che macchia le dita. Nero oppure no.
Trattini un po’ così e un po’ cosà mischiati con il loro bell’ordine sparso.
Pazienza ed acqua q.b.
Mescolare gli ingredienti prima uno e poi l’altro ed ecco pronta la vostra bella gelatina.
Conservatela in luogo tranquillo e luminoso.

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“gelatina d’inchiostro nero” fferrari

21-03-2007

nascondino

ff in giarina

Erano circa i 232.567, ché a casa mia l’orologio si ferma al calar del sole, e di notte ci si deve arrangiare a contar i battiti di quel che vuoi, quando ho sentito un toctoc lievelieve.
Ho aperto la porta e lì, tutto sorridente e leggero, con la sua sciarpina a punto riso, c’era un sogno vestito di madreperla.
Che bella sorpresa! dopo aver fatto i soliti salamelecchi, come stai e qui e là, siamo scesi giù in cucina, pianpianino, per non svegliar la casa che a quel battito dorme sempre in silenzio, e, seduti davanti al camino, con una tazza di tè bellacalda in mano, abbiamo chiacchierato del più e del meno, per un tempo che non so contare.
Mi ha raccontato dei suoi viaggi in mondi lontani, mi ha mostrato i suoi pensieri, e poi dalla tasca destra della giacchina bordò ha tirato fuori un mazzetto di speranze.
Ma non si tengon le speranze così - l’ho rimproverato io - non vedi che ti si son tutte spiegazzate e scolorite?
E lui allora, per nulla preoccupato, ha soffiato sul mazzetto che per incanto si è rianimato di nuovi colori, me ne ha fatta sceglier una, mi ha detto di metterla nel cassetto senza guardarla e ha rimesso le altre in tasca, nella sinistra questa volta, e poi leggero e trasparente si è messo a volare per tutta la stanza.
Dovevi veder che spettacolo con quella sciarpina che sbatteva come un paio d’ali rigate, e quando gli finiva davanti agli occhi, che smusate contro il muro! Ma lui come se niente fosse, una scrollata e via di nuovo sul tavolo, e sui fornelli, e sul cesto della legna.
Poi, fingendo di esser stanco, si appoggiava sornione sulla mia spalla, ma appena cercavo di acchiapparlo, via ridendo, ancora in alto e più su ancora.
Ad un certo punto, dovevan esser i 987.673.134, battitopiù-battitomeno, il sogno ha voluto giocar a nascondino, e d ha iniziato a far la conta per vedere a chi dei due toccava star sotto.
Detto fra noi, io so bene che se l’astamblàm parte da me, a me toccherà contar ad occhi chiusi, ma l’ho lasciato imbrogliare, ché un sogno così non mi veniva a trovare da tanto tempo.
E così ho appoggiato la testa al braccio piegato contro il muro ed ho iniziato a contare: uno due tre…
Ed ho continuato fin quando la luce, svegliata di fresco, è entrata dalla finestra e, come tutte le mattine, l’orologio si è rimesso a funzionare.
Chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori, io inizio a cercare.
Ho cercato a destra e sinistra, ma ho trovato solo la sciarpina a puntoriso.
Allora, rassegnata, mi son ricordata della speranza che avevo scelto.
Ho aperto il cassetto e guarda qui, che giornata ho trovato fuori dalla finestra.

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20-03-2007

impopolare dichiarazione d’intenti

ff in Appunti

Quando, dopo esser stata rapita dai talebani, tornerò sanae&salva a casa, me ne starò in silenzio per moltomolto tempo.
Io.

20-03-2007

magìa

ff in giarina

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magìamagìa ché la neve vada via

1…2…

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…3!

fatto.

19-03-2007

l’orto

ff in giarina

E’ ormai tempo di pensare ai nuovi raccolti.
La giornalaia ha già preparato il terreno per il suo orto. Stamattina mi ha tenuto un’ora lì, in piedi, con la Gazzetta in mano, per raccontarmi quanto ha lavorato ieri.
Figuriamoci, ne parla come se il suo fosse l’unico orto del mondo intero, quando qui in campagna ci son più orti che fili d’erba nel prato.
E poi tutte queste complicazioni, dissoda, raspa, concima, rastrella, innaffia…se son semi faran da soli!
Io, modestamente, son giardiniera d’orti fin nel profondo dell’anima. Sai, ci son proprio nata con il pollice verde. E’ talmente verde che a volte lo devo perfino diserbare.
L’orto più bello di tutti, però, l’ho coltivato nel lontano ventinove.
Era grande come cinque orti medi, altro che quello della giornalaia, e ricco che più non si può
Meloni grandi come meloni, zucchine verdi come zucchine, e poi carote, e, tutte abbracciate al bambù di sostegno, file e file di fagioli: dell’aquila, bianchi di spagna e borlotti.
E poi ancora le zucche, con talmente tanti fiori, che le fritture eran quotidiane, ed i cocomeri… no, i cocomeri non c’erano. Forse mi confondo con Puntala.
Ma anche senza cocomeri era lo stesso una vera meraviglia, quell’orto di una vita fa.
Lo sai che arrivavano da fuori per vederlo? ne ero così orgogliosa che se veniva qualcuno a trovarmi, lo accompagnavo subito là, nel campo dietro casa, e gli facevo far su e giù, tra le zolle, attento a non pestare le piantine! vuoi un po’ d’insalata? un sacchetto di basilico?
Per queste evenienze c’era sempre piantato in terra, nel bordo a sinistra, un bel coltello dal manico di legno.
Che poi lo curasse il Nonnomartini, il mio vicino di casa d’allora, è solo una quisquilia. Anch‘io ci mettevo del mio, facendo le erbe.
Davvero non sai cosa significa? cittadino che non sei altro! a dir la verità, anch‘io all’inizio della mia vita agricola ne ignoravo il significato.
Far le erbe vuol dire star accovacciati nell’orto, sotto il sole di un giugno senza peli sulla lingua, a toglier le infestanti. Detta così sembra un’operazione facile, ma non credere, ché ci vuol moltamolta abilità. Bisogna innanzi tutto far attenzione a non lasciar nel terreno le radici, ché le infestanti, come giri l’occhio, ti rispuntan più grasse di prima.
Quindi con la zappetta devi scavare tutt’intorno alle malefiche, e poi strapparle con delicatezza, senza lasciarne neppure un piccolo ricordo radicato in terra.
Il problema è che le infestanti son verdi uguali alle festanti, e distinguerle è un’arte sopraffina.
Purtroppo, nel lontano ventinove, io non ero ancora una brava ortista, e in un giorno disinfestai tutto un campo di patate, ahimè, anche dalle patatestesse. Al tramonto non s’era salvata nemmeno una piantina verde. Ma le infestanti, debellate tutte.
Il Nonnomartini, uno di quei nonni piegati in due, col tabarro d’inverno e la pipa sempre accesa, che allora aveva centocinquantanni almeno, ma lavorava come uno di venti, non si arrabbiò nemmeno tanto, ma per tutta l’estate le erbe le volle far lui.
Per la paura che io disinfestassi i pomodori, al mattino mi faceva trovare davanti alla porta della cucina un cesto pieno di tutti i colori e profumi di quell’orto come ormai non ce ne son più.
E nel mezzo ci metteva anche un fiore, il più prezioso di ogni rosa prestigiosa e rara: una dalia.
Quello fu il mio orto più bello, e anche l’unico, in verità. Salutato il Nonnomartini, nel campo dietro casa crebbero solo le infestanti.
Guarda, adesso torno subito dalla giornalaia, con la scusa di aver dimenticato un quaderno a righe, e con noncuranza le racconto che io, sì, ho avuto l’orto più bello del mondo, e per tutta una bellissima estate una dalia come buongiorno. Una dalia biancaeviola. Lei, nemmeno un rapanello.
Prima di perdermi nei ricordi di quel che fu, ti stavo parlando dei nuovi raccolti di quest’anno, ché ho deciso che mi farò un orto particolare.
So che c’è chi lo sta progettando di design, da architetto, chi lo sta pensando verticale e terrazziero, io invece l’ho già piantato in vaso, minimo ma sufficiente. Un orto da davanzale molto speciale.
Vedi, questa rigogliosa e lussureggiante piantina felice, te lo dico in gransegreto, non è una semplice verde piantina, ma è quella del fagiolo magico.
Non devo far altro che aspettar che cresca fin lassù, e poi mi arrampicherò verso quel mondo da favola che mi aspetta.
L’unico dubbio che ho è se il fagiolo magico vuol esser regolarmente innaffiato.
Secondo me no, altrimenti, scusa, che razza di magia sarebbe!

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16-03-2007

un delicato dolce per la domenica

ff in giarina

Piccoli cari cuochi furbetti, siete pronti per preparare una delle nostre gustose ricettine per la domenica in famiglia?
Orsù, andiamo ad elencare gli ingredienti.
*4 bei cucchiai di acqua
*i nostri 150 grammi di zucchero color brunoscuro
*100 grammi di burro tonditondi
*250 grammi di farina del mulino
*2 cucchiaini di lievito polveroso
*uno struccolino di sale
*50 grammi di strutto bello fresco
*3 bei chili di alpezie
io vi consiglio le alpezie gialle, ma visto che non è facile trovarle, anche le rosse andranno bene.

Pigliate una casseruolina bella pesante e unite l’acqua, lo zucchero e 30 grammi di burro. Mescolate benbenino ds/sn-sn/ds, e portate a ebollizione sopra un fuoco che più vivo non si può. Moderate la fiamma, come fate coi commenti, e continuate la cottura fino ad ottenere un quid che abbia colore e consistenza della melassa.
Chi non sa com’è fatta la melassa, non può star qui a farmi perder tempo. Se la procuri e poi ritorni, ché cuochi non ci s’improvvisa, così, senza saper le fondamenta.
Lasciar raffreddare e andare a far far pipì in giardino alla guenda.
Fatto?
Setacciare la farina…
non voglio nemmeno prender in considerazione l’idea che non possediate un setaccio.Gli sprovvedutisprovvisti potranno ovviare, senza che io li veda, con un foglio A4 bucherellato un po’ qui e un po’ là.
E quindi setacciar farina, lievito e sale in una ciotola profonda unoetre, unire poi il burro e lavorare tipo impiastro fino ad ottenere una palla di consistenza mediodensa.
tabella della consistenza
pocodensa= si scaglia contro il muro e lì resta.
mediodensa= si scaglia contro il muro si ferma un attimo e poi scivola giù flessuosa
moltodensa= si scaglia contro il muro e rimbalza.
Adesso spianate la vostra palla con quel bel matterello che avete in cantina finchè non otterrete una liscia alta tipo pavesino, non di più. Anche osvego vabene.
Togliete tutta la terra e lavate bene le alpezie, pelatele facendo attenzione alla buccia urticante, tagliatele a metà, privatele dei semi e filamenti e poi riducetele a fettine larghe e lunghe, con la loro bella profondità.
Sistematele con grazia sulla liscia e arrotolate il tutto con fare spigliato, sulle note di ’se verrai con me sul mio carro tra le nuvole’ annodate le etremità e zac in forno mediocaldo.
tabella del caldo
pococaldo= cuoce lento si può dipingere
mediocaldo= cuoce un po’ si può far fondo e disegno
moltocaldo= brucia state lì.
Tictac Tictac Tictac. Il tempo vola e non ritorna più.
Togliete il vostro bel dolce dal forno e lasciatelo raffreddare, non lì ché la guenda c’arriva. Meglio lassù.
Tagliate il vostro dolce a fette sdrammatizzate come vieneviene, sistematele a rotatoria nel piatto da dolci e ornatele con delle eleganti spumine di strutto montato a neve. Il tutto spolverato di buon cacao78%.
Gnam che bontà.
Buona domenica.

15-03-2007

lamponi

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“ilamponisondietrolacasagentedipocafede”fferrari
alcuni colori sparsi qui e là senza badar a spese tanto è un quadruccio

12-03-2007

il mare

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Vieni con me a fare una passeggiata?
Prendi un maglione, perché oggi l’aria è fresca, e fammi veder le scarpe…sì, son comode, vanno bene.
Attento ai quattro gradini, il secondo è ormai uno strato sottile di pietra serena, talmente gibboso che se il piede lo incontra al buio si spaventa, ché sembra lì lì per crollare da un momento all’altro. Invece ha un futuro di molti saliscendi da sopportare ancora.
Anni e anni.
Molti più di quelli che avremo noi, sicuramente.
Non ti preoccupar delle chiavi, io non chiudo mai.
Su, non perder altro tempo, andiamo, ché il fuori ci aspetta.
Se si stanca se ne andrà e noi non potremo più uscire.
Chiudi gli occhi e respira piano.
Ascolta il profumo dell’erba tagliata, ascoltalo e ricorda altri momenti di erbe e prati, ormai lontani. Quando tutto era più in alto, più grande di te, gigantesco, ma semplice e senza problemi.
E’ lo stesso odore o è cambiato? Sembra meno intenso, vero?
Forse basterà aprire il cancello perché ritorni forte e verde, come allora.
La strada dietro casa è asfaltata, ma noi la lasceremo fra poco.
Taglieremo per i campi.
Ecco, lì c’è il passaggio.
Aspetta, attento a non cader nel fosso.
Certo che c’è l’acqua.
…si sente il suo colore trasparente che scorre senza sosta.
Te lo ricordi? Sembra che ti dica togli i sandali e vieni a provare quanto son lisci i sassi che aspettano i tuoi piedi piccini qui sul fondo.
Come quelli del Taro. Scivolosi e traditori.
Dai, non farti venire strane idee, l’acqua è ancora troppo fredda.
E poi vedi? c’è una bottiglia di plastica.
E più in là una lattina. E se giri l’occhio vedi quel giornale che sembra aggrapparsi all’erba per evitare si farsi trascinar via dalla corrente. Ma è instancabile, lei, e vincerà sicuramente. Ma chissà, in fin dei conti dev’esser piacevole sentirsi trascinar via, senza saper né per quanto, né per dove. Senza fine.
Dai, un bel salto e oplà, finalmente in mezzo ai campi.
Sembra un marevero.
L’aria di stamattina soffia onde d’erba avanti e indietro. E’ come una risacca tutta verde, e il suo profumo è buono quasi come quello del mare. Ascolta.
Bisogna camminare piano, ci son buche nascoste sotto le onde. Un piede in fallo e si rischia di annegare.
Guarda, laggiù il mare non ha più onde.
E’ un bagnasciuga color terraoliva. Ecco quell’odor di taglio fresco che arriva fino a casa!
Pensa, domani questa meraviglia alta più su del ginocchio non ci sarà più. Nuotiamo finchè possiamo.
E’ fatica vero? Ma è così bello…andiamo al largo!
Arriviamo fin laggiù, e più ancora, dove il verde diventa azzurrocielo?
Sìsì. Andiamo.

11-03-2007

alberi venti orizzonti e altri incanti

ff in mostre

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chi c’era, c’è.

chi non c’era chissà dov’era.

08-03-2007

ombrello

ff in Appunti

ombrelloff.jpg

Pur di non ricever auguri oggi mi trasformerei volentieri anche in un ombrello.

Ed io odio gli ombrelli.

07-03-2007

accidenti che disdetta!

ff in giarina

che disdetta.jpg

Come? Davvero la Guenda ha rovinato tutta la tua leggendaria NorthamptonEnglishShoesChurch’s-right?

Accidentiaccidenti, che disdetta!

No davvero, io non me ne ero accorta.

06-03-2007

sipario

ff in galleria

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“attori”fferrari
alchidico a spatola da finire non so quando con un bel perimetro di 340centimetri tuttointorno alla tela

03-03-2007

ordo rerum

ff in filosofia

Andrò a dimostrare che l’ordine non può avere una traduzione empirica tale da determinarne una sua esistenza oggettiva.
Prendiamo in esame il concetto di ordine nella sua più comune accezione: mettere le cose al loro posto.
E’ facilmente dimostrabile che le cose non hanno la capacità di avere un loro posto essendo non inerente alla loro natura la facoltà di decidere se, dove, e quando averlo.
Il possesso è solo di esseri in grado di avere coscienza della caratteristica che determina il possedere e conseguentemente deciderne le qualità, dove-come-quando.
Nelle cose il possedere è solo apparenza, in quanto lo si potrebbe, sì, riferire a qualità intrinseche alla loro esistenza, ma è una verità illusoria, ché sono solo qualità contingenti determinate da una realtà mutevole e indipendente dalle cose stesse. In effetti le cose hanno dimensione, colore, densità di atomi che ne stabilisce la consistenza, ma nel momento che qualcosa o qualcuno, altro dalla cosa stessa, interviene mutando anche una sola di queste qualità, la cosa non è più quella di prima e diventa un’altra cosa.
Questo è un interessante problema che prenderemo in esame nella prossima lezione, che avrà come oggetto di come anche il cucinare non abbia una sua realtà oggettiva.
Dicevamo che le cose non hanno un loro posto, siamo noi o sono gli eventi, intesi come forze in grado di mutare la realtà, ad attribuire loro la capacità di possedere un posto.
Poiché questa capacità non dipende da un’azione proveniente dalla cosa stessa, essa sarà di volta in volta in balìa di situazioni e soggetti legati ad una realtà in continua mutazione. Ricordiamo il πάντα ρει.
Mi produrrò ora in un esempio per spiegare al meglio questa geniale intuizione, non alla portata di tutti.
A, essere pensante che ha la capacità di decidere, in un ben definito tempospazio T stabilisce che la cosa b, debba possedere un altrettanto definito posto Y.
Orbene, se A fosse l’Unico, allora il posto Y potrebbe esser definito, a ragion veduta, come il posto in possesso di b e l’idea di ordine avrebbe una sua effettiva ragione di esistere.
Ma è dimostrato dalla comune percezione della realtà, che A non è l’Unico bensì esistono molti altri esseri pensanti: B, C, D, con tutte le loro infinite sottospecie.
L’eventuale decisione di B che il posto in possesso di b debba essere X, dove ha la stessa valenza della decisione di A, pena la negazione dell’essenza democratica della nostra società. E’ altresì d’obbligo, per un ragionamento corretto, tener ben presente che anche la variabile T potrebbe mutare, altrimenti verrebbe meno la sua credibilità di variabile.
Ondepercui, non esistendo un Ordinario che codifichi ante tempus il posto di ogni cosa, ma essendo esso legato soltanto a fenomeni contingenti, non possiamo definirlo come la qualità-possesso delle cose.
Se ne deduce che l’ordine non esiste e quindi la chiave del cassetto del capo potrebbe essere in qualsiasi posto deciso non necessariamente da A, in questo caso - ma solo in questo caso - chi scrive, ma anche da B o da C o da D o da una loro sottospecie, in una variabile di T non ben precisata, laddove T può essere inteso come TempoTrasloco.
Grazie.

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