Francesca Ferrari Weblog

31-01-2007

sedici

ff in galleria

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“sediciorapiùorameno”fferrari
8058 spatolate di alchidico e 357 di acrilico su tela larga e lunga

29-01-2007

“le rire” H.Bergson

ff in Appunti, letture

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IL RISO
Saggio sul significato del comico
Henri Bergson

Bergson indica come fenomeno elementare del riso il diavolo a molla, un pupazzo che salta fuori improvvisamente da una scatola. Il mio era un burattino con tanto di campanellini sul berretto a tre punte. Non mi ha mai fatto ridere. Difficilmente mi fanno ridere i comici di professione. Rido molto più volentieri di quelli che senza saperlo son vestiti da giullare. Rido sempre di me stessa. Anche troppo. Bergson dice che spesso la comicità è legata al corpo. La comicità è fisica. Un movimento che si scosta dalla meccanicità del vivere è comico. Certo lui scrive di una comicità del secolo scorso. Oggi forse non è più così. E’ invece vero che il dramma è solo mentale. Non hai bisogno di vedere, per partecipare al dramma. Anzi i movimenti ti danno quasi fastidio. Sono inutili. Ed è vero anche che per poter ridere di qualcuno o di qualcosa si deve avere per un momento una sorta di anestesia del cuore. Le emozioni sono le grandi nemiche del riso: quindi, se vuoi ridere, metti tutti i sentimenti in stand-by. Potremo ridere di una persona per la quale proviamo affetto solo se, per un istante, dimenticheremo quell’affetto. “In una società di pure intelligenze probabilmente non si piangerebbe più, ma forse si riderebbe ancora; mentre anime invariabilmente sensibili, accordate all’unisono con la vita, in cui ogni avvenimento si prolungasse in risonanza sentimentale, non conoscerebbero né comprenderebbero il riso.” E poi bellissime le pagine nelle quali Bergson descrive l’arte. “Quale è il fine dell’arte? se la realtà colpisse direttamente i nostri sensi e la nostra coscienza, se noi potessimo entrare in comunicazione immediata con le cose e con noi stessi, io credo che l’arte sarebbe inutile, o piuttosto che noi saremmo tutti artisti, perché allora la nostra anima vibrerebbe continuamente all’unisono con la natura. I nostri occhi, aiutati dalla memoria, ritaglierebbero nello spazio e fisserebbero nel tempo quadri inimitabili. Il nostro sguardo coglierebbe al volo, scolpiti nel marmo vivente del corpo umano, frammenti di statua belli come quelli della statuaria antica. Sentiremmo cantare in fondo all’anima, come una musica a volte gaia, più spesso malinconica, sempre originale, la melodia ininterrotta della nostra vita interiore.” Tutto ciò è intorno a noi, ma tra noi e la natura, tra noi e la nostra coscienza c’è un velo…guardo e credo di vedere, ché le cose sono state classificate da quella umanità che è venuta prima di me, in virtù del vantaggio che l’uomo può trarne. L’artista non ha questo velo tra se stesso e la natura, ha il dono di poterla vedere nella sua totalità, scarta i simboli praticamente utili, le generalità convenzionalmente e socialmente accettate, e ci mette in contatto con la realtà stessa. Ecco, adesso io mi vedo volteggiar a mo’ di silfide nella natura togliendo veli, e dispensando a destra e a manca quadri che vi mostrano la realtà realmente reale. E mi scappa da ridere, perché so già che prima o poi, in quei veli, inciamperò.

28-01-2007

ventidue

ff in giarina

“meraviglioso paesaggio con le quattro stagioni
che si alternano rocambolescamente in una
miriade di colori alternativi”fferrari
di tutto di più con molte misure

27-01-2007

esistenzialismo2

ff in filosofia

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“SenzaParole”ffgnam 

26-01-2007

esistenzialismo

ff in filosofia

Mi siedo e voglio subito alzarmi.
Ho fame, ma non ho fame.
Dipingo, ma smetto.
Non so cosa non va.
Leggo, ma mi accorgo di esser già a pagina ventitré, e non so dirti cosa c’è scritto nelle prime ventidue.
Un’oppressione che impedisce il respiro.
Un’angustia, un’angoscia. Un’irrequietezza.
Un affanno che blocca il pensiero.
E l’unico desiderio è riuscire a cancellare quest’ansia che, come un groppo, mi stringe la gola.
Respirare, è l’approdo. Sentirmi libera, è l’unico desiderio.
Perché oggi. Perché così improvviso e senza tregua.
Quante domande.
E, grazieadio, finalmente una risposta: mi ero messa il maglione al contrario.

Forse è successo anche a Kierkegaard.

24-01-2007

ventitré

ff in giarina

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“paesaggio a soggetto religioso” ffmantegna
adesso come adesso ho un vuoto di memoria.
non ricordo comedovequando l’ho dipinto.
non so se piacerà.

23-01-2007

ventiquattro

ff in galleria

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“ventiquattro”fferrari
idemcomesotto ma più largo di tanto così

22-01-2007

di venticinque ce n’è uno

ff in galleria

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“venticinque”fferrari
alchidico a spatola un po’ largo e molto alto

20-01-2007

di ventisette…

ff in galleria, mostre

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“ce ne son due”fferrari
alchidico a misura grande

19-01-2007

la fine del mondo

ff in giarina

Stavo spiegando al vigile che non avevo messo il discorario, non per spregio al codice della strada, anche se quella del discorario la considero una moda superata, ma per due semplici motivi.
Uno, non so dove si comperano, nell’era moderna, i dischiorari.
Una volta tutte le auto ne avevano uno, sul cruscotto. Mi ricordo che quello dei più raffinati, i proprietari delle 500 con le portiere antivento, era addirittura in pelle color cuoio, in pendant con i guanti a mezze dita.
Sono andata anche in cartoleria e non l’ho trovato.
Mi son anche meravigliata, a dir la verità, ché nella cartoleria della piazza di fianco alla chiesa c’è di tutto: la coccoina, i pennini a torre, l’inchiostro pelikan di quel blu oltremare che in città non trovavo da quel dì. Hanno tutto ma il discorario no. Dice la cartolaia che lo regalano nelle Assicurazioni. Ma stamattina non avevo niente da assicurare a me stessa, figurati ad un’agenzia. Quindi niente discorario.
Il secondo e non ultimo motivo è che se anche avessi avuto un discorario non avrei potuto sintonizzarlo sull’ora giusta, perchè non avevo l’orologio. Difficile che io sappia di preciso che ora è. Vado col più o meno del sole. Se c’è nuvolo, aspetto che il capo chiami per saper cosa si mangia: vuol dire che, o sono le dieci del mattino, o le cinque del pomeriggio.
Quindi eravamo lì, io ed il vigile, che si discuteva sul che ore sono e son qui da dieci minuti, una multa? non vale. E cercavo anche di farlo ragionare, portando come prova i fagioli surgelati. lo senti che son ancora ghiacci? e allora ragiona, santuomo. se son ghiacci vuol dire che sono appena arrivata, no?vado a prendere il pane e poi vado via subito. Dieci minuti se non c’è coda.
Contrattavo sulla multa, quando l’occhio e l’orecchio mi son caduti su un gruppetto di vecchi veri.
I vecchi di qui, lo sai anche tu, son diversi da quelli di città.
Questi son belli come le poche cose belle che abbiamo ancora intorno, e si dividono in due correnti di pensiero: una è quella della giacchetta tutto l’anno, l’altra è quella del tabarro.
E lì, stamattina, c’era una bella rappresentanza di entrambe; due avevano la giacchetta, tutta abbottonata e un po’ tirata sui fianchi, e uno aveva il suo bel tabarro col colletto di astrakan nero.
E li dovevi vedere com’erano preoccupati, scrutavano là, dove lontanolontano si intravedono le montagne, cercando di vedere se qualcosa da laggiù stava arrivando.
-l’è colpa dil bombi-
-in tal me ort l’è spunteda la pasqualen’na… e ghe al scoiatol cl’è miga andé in letàrog, al còra c’me ‘n biss.-
-soja mi…an’s pol pù vivor in ’sta manera.-
-ah sì pò! at sentì co l’ha dit al capitano giuliacci?-
-l’é colonel, al giuliacci. scantòt.-
-mo’ l’é listess. l’é sempor vo’ dl’a metrologìa, col ca dis al temp, insòma.l’ha dìt ca incò al ga da ‘rivèr al tifò.-
-l’é vera…l’ho sentì anca mì. ien morti 2000 person’ni in su in tl’ alta uropa. in dò finirèma…a na’l sò.-
-ghe chèld, i saràn vintisinc gred, second mì, l’é la fina dal mond. i’avrà tirè dl’atomica in africa e al chèld adésa l’ariva chì su, al nord.-
-ammò. la sarà véra. con tuti chil bombi i’avran sbusì lo zono. e me cugnè cla studiè al dìsa ca sensa lo zono la néva la s’ disfa ancor prima ed caschèr, e la forma la straripasiò dal mér.-
-co el to cugné?-
-geometro.-
-ah alora al la sà, lù.-
-spéta ca vag a cà a serér ‘l finestri, ca mé mojera l’ha lavè i vetòr.valà.-
E anch’io adesso son qui, col mio mazzolino di margherite e viole di primavera, e guardo laggiù le montagne, e aspetto il tifone, e la fine del mondo.
E un po’ mi dispiace per via della mostra.
Pensavo: ma la devo pagare lo stesso la multa o no?

traduzione per l’ecatina

-è colpa delle bombe-
-nel mio orto è spuntata l’insalata pasqualina, e lo scoiattolo non è nemmeno andato in nletargo, corre come una biscia.-
-non so..non si può più vivere in questo modo.
davvero! hai sentito cos’ha detto il capitano giuliacci?-
-è colonnello giuliacci. scàntati.-
-ma è lo stesso. è sempre uno della meteorologia.quello che parla del tempo, insomma. ha detto che oggi deve arrivare il tifone.-
-è vero .l’ho sentito anch’io, son morte 2000 persone, su nell’alta europa.dove finiremo, non lo so.-
-fa caldo. ci saranno 25°. secondo me è la fine del mondo. avranno tirato l’atomica in africa e adesso il caldo vien su al nord.-
(ammò non si traduce . ha una vita sua)sarà vero, con tutte quelle bombe avranno bucato l’ozono. mio cognato che ha studiato dice che senza l’ozono la neve si scioglie prima di cadere e causa lo straripamento del mare-
-cosa fa tuo cognato?-
-il geometra-
-ah allora ne sa, lui.-
- aspetta che corro a casa a chiudere le imposte, mia moglie ha appena lavato i vetri. valà-

19-01-2007

di ventotto ce n’è uno

ff in galleria, mostre

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“ventotto”fferrari
alchidico a spatola misuralo tu alla mostra

17-01-2007

vestito nuovo

ff in Appunti, mostre

alberi, venti, orizzonti e altri incanti
Come mi sta questo vestito nuovo? L’ho trovato ieri sera, qui di fianco. Deve esser passato di qui un folletto, sai quello che cuce le scarpe di notte. Quello che lascia lì sul tavolo il regalo, di nascosto, senza farsi sentire.
Leggo poco i blog, in questo periodo, e quel poco che ho letto è tutto così avvilente che mi era venuta la voglia di andar per campi, qui dietro casa, per respirare un po’ d’aria fresca.
Poi, stamattina ho trovato questo regalo. Un vestito nuovo che mi sta a pennello.

Ovunque sia nato, nell’Eden o dal big bang, l’uomo ha aperto per la prima volta gli occhi su un paesaggio. E non è casuale che siano stati necessari migliaia di anni prima di vederne uno riprodotto in pittura.
Il paesaggio era e rimane una delle rappresentazioni più complesse. Esso ci abbraccia, costituisce lo scenario naturale agli accadimenti della vita, eppure rimane sempre avvolto nel più affascinante dei misteri. Se è vero che la suprema saggezza si nasconde nella natura, ecco, ci facciamo già un’idea di come essa sia esplorata solo in minima parte; e cosa dire delle scritture, antiche e mitologiche, che nel tentativo di sondarla tracciavano nuovi confini, ancora oggi insuperati, per comprendere quella umana?
Le prime rappresentazioni pittoriche del paesaggio, attorno al 1400, segnano anch’esse un confine umano ben preciso nella storia dell’evoluzione: il passaggio dall’utilitarismo, dall’uomo annichilito dal bisogno e da un mondo assai più grande di lui in ogni evento, all’uomo moderno. Relegato per un paio di secoli in qualche arazzo o nelle miniature della cronaca, esso esplode letteralmente come genere con gli affreschi dei mesi nella Torre dell’Aquila di Trento, e in Toscana con i senesi, Lorenzetti in primis. Nasceva la modernità a tutto tondo e, con essa, una nuova esigenza comunicativa nell’arte.
Esigenza che avrà bisogno di altri cinquecento anni per prendere gli stilemi di oggi, ancora in divenire, e che pure hanno sottolineato ogni volta un passaggio verso la modernità. Non si contano gli episodi della nascita di nuovi fenomeni artistici o rappresentativi, che non abbiano come fulcro la gestione pittorica del paesaggio. E non si pensi, in questo caso, solo alla pittura più conosciuta del nostro occidente: stesse sorti hanno avuto paesaggi ed alberi da un capo all’altro del pianeta. Asia, americhe, oceania, indie, nessuno escluso.
Le nostre latitudini hanno solo aggiunto a certe sintesi la ricchezza simbolica della responsabilità di ogni rappresentazione complessa.
Il paesaggio è dunque elemento innovatore e unificatore di mondi artistici sempre più aperti e intraprendenti. Erano moderni i fiamminghi e i tedeschi del Cinquecento, non meno di un Mondrian o di un De Chirico. Se vogliamo riconoscergli la grandezza che hanno, dobbiamo farlo attraverso la loro fluidità e la loro coerenza, due qualità chiave per il diffondersi delle idee, le pittoriche quanto le altre.
In questa fluidità e coerenza si inserisce il lavoro di Francesca Ferrari. Il paesaggio è reinterpretato nella contemporaneità, con il rigore di una ricerca che è prima di tutto coerenza. La certezza che il filo conduttore che affratella i giorgioneschi alla scuola di Barbizon, Polidoro da Caravaggio agli impressionisti e ai macchiaioli, non sia esauribile, né tantomeno definito o concluso. Gli echi delle simbologie degli alberi, dei venti, dei fenomeni che vedevano e vedono l’uomo incantato spettatore, mai del tutto spenti. Così il simbolo è di nuovo interpretato, attraverso alchidici, acrilici e olii, tecniche raffinate cui viene affidato un compito narrativo: dalle cronache di Vitruvio o Plinio il vecchio, ai movimentati tentativi di inizio Novecento di far coincidere cultura, poesia e pittura in un unico afflato.
I tronchi disadorni e solitari di Francesca Ferrari ricordano, ad esempio, per chi non ha perso l’esercizio di ricordare, la
crocifissione di Antonello da Messina, oggi conservata ad Anversa, sintetizzandone la raffinatezza compositiva in un unico richiamo alla caducità, alla spiritualità. Gli alberi piegati dal vento richiamano all’astrattismo dell’Albero rosso di Mondrian, e riprendono la danza delicata attorno all’albero delle Bagnanti di Muller. I paesaggi solitari, dai colori densi, ricordano il seicentesco Hobbema, l’ottocentesco Piccio, ma anche Morandi. Ovunque, nell’evoluzione tipica di un percorso personale di pittura, è espressa la tensione derivante da un desiderio di secolarizzazione, che altro non è se non il senso della responsabilità dell’atto creativo. Là dove l’individuale sublima se stesso in un unico, collettivo (o globale) punto di fuga per l’occhio. Punto di fuga, e qui l’illusione e l’incanto della pittura, come unica condizione possibile per la
comprensione.

Massimo Boccuzzi

14-01-2007

secondo colore

ff in galleria

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“sì-saràsera e saràgente”fferrari
acrilico a spatola secondo passaggio e ultimo per oggi.

13-01-2007

primo colore

ff in galleria

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“sarà sera sarà uguale o sarà cosa”fferrari
acrilico a spatola 120×100 primo fondocolore.

12-01-2007

blogforum

ff in blogforum

Oggi, con salatini&pizzette usciti orora dal mio bellissimo fornoverde, inauguriamo il blogforum.
Mi chiedo da sempre cosa vuol dire essere artista.

Per voi?

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