il rosa tiepolo

“Il rosa Tiepolo” di Roberto Calasso
Quando ero bambina, mio zio mi accompagnò a visitare Palazzo Labia, e fu allora che incontrai per la prima volta il Tiepolo. Lo conobbi a piedi nudi, perché un sandaletto era caduto nel canale.
Me lo ricordo quel salone dalle immense finestre, oro e velluto rosso. E le pareti, con tutte quelle storie che mi circondavano, facendomi sentire ancora più piccola.
Mi sembrava di esser dentro una favola, circondata da personaggi che vivevano una loro vita eterna, ripetendo all’infinito quello stesso movimento.
E poi il soffitto, così alto, e così cielo, con tutte quelle persone tra le nuvole, che sicuramente mi vedevano, come io vedevo loro.
E il nome del loro autore non mi diceva niente, non ascoltavo nemmeno mio zio, anzi, non esisteva un autore, era tutto talmente bello che doveva esistere di suo. Da sempre.
Mi era rimasto quel ricordo di Giovanni Battista Tiepolo, ed in seguito, da grande, se mi capitava di imbattermi in qualcosa che lo riguardava, lo collegavo a quelle immagini impresse nei miei occhi di bambina.
Non torno a Venezia da tanti anni, ormai, e pensare che una volta era quasi la mia seconda casa, una tappa obbligata durante le vacanze estive, dalla nonna.
A dir la verità, preferisco così, il ricordo che ho di questa città è legato a momenti talmente belli della mia vita passata che, se ci tornassi adesso, perderebbe quel senso di serena quotidianità, così lontana da ogni forma di turismo obbligato. Era tutto talmente normale che non mi accorgevo nemmeno dei colombi, o, se arrivava annunciata dalla campana, dell’acqua alta.
Anche gli affreschi del Tiepolo erano quelli dei miei ricordi infantili, però, coincidevano, stranamente, con tutto quello che leggevo intorno a quest’artista, descritto di solito come un grande maestro della pittura scenografica settecentesca. Una pittura di serie B, in un certo senso.
I critici parlano di lui come di un abile ‘capocommedia’, in grado di trasformare qualunque sala di palazzo o reggia in un palcoscenico fastoso, allestendo commedie e dirigendone, con una tecnica sopraffina, gli attori.
Ma un pittore non vuole essere uno scenografo, e nemmeno se è considerato il più bravo scenografo dell’universomondo, può considerarsi realizzato. Eppure il Tiepolo, nei libri d’arte, è solo questo.
Il Gombrich, addirittura definisce la sua, assieme a quella degli artisti italiani del Settecento, una pittura che è divertente e piacevole decorazione d’interni, i cui effetti pirotecnici hanno valore meno durevole delle più sobrie creazioni dei periodi precedenti.
In quei colori leggeri addirittura vede la fine dell’epoca d’oro dell’arte italiana.
Ricordi e critica quindi coincidevano, fino a qualche giorno fa: solo finta apparenza, contro quell’apparenza che si vestiva di nobile realtà, nel passato.
Poi ho letto il Tiepolo di Roberto Calasso e mi sono trovata di fronte ad un pittore sconosciuto.
È stato come veder muovere e vivere una figura fino a quel momento conosciuta nella sua fissità, fastosa, ma immobile, bellissima, ma un po’ banale.
Nelle pagine de ‘Il rosa Tiepolo’ invece si scopre l’altra faccia di questo artista, quella che pochi conoscono, forse perché è più comodo notare un panneggio svolazzante o uno sguardo languido, senza vedere quello del vecchio Orientale che in ogni dipinto osserva cupamente la scena.
Calasso ti mostra, descrivendolo come solo lui sa fare, tutto quel mondo di personaggi, di oggetti, di simboli, animali e di esseri strani che popolano la serie di acqueforti, i Capricci e gli Scherzi.
Un mondo che, se fai attenzione, ritrovi anche negli affreschi e nelle tele, magari seminascosto in un angolo, ma per un occhio attento, talmente presente che alla fine ne diventa il protagonista.
E adesso quasi mi vien voglia di tornarci, a Palazzo Labia, per vedere e ‘toccare’ questo mondo che non conoscevo.
‘Il rosa Tiepolo è un libro da leggere con una lente a portata di mano, perché ti verrà voglia di guardare ogni piccolo trattino delle riproduzioni delle acqueforti, sarà come fare una caccia al tesoro, vedrai, ogni angolo riserva una sorpresa e dietro ogni ovvietà si nasconde un enigma.
Bellissimo, davvero.
E chissà se anche a te, girando l’ultima pagina, resterà quel rammarico per non aver speso meglio il tuo tempo, per non esser riuscito a studiare, a leggere abbastanza, e per non aver saputo immagazzinare ed elaborare quel Sapere che è invece patrimonio di pochissime persone, e una di queste è proprio Roberto Calasso.
Eppure questa possibilità l’abbiamo avuta, anzi, l’abbiamo tutti, ma troppo spesso ci perdiamo in altro.
O no?

“Il banchetto di Cleopatra” Giovanni Battista Tiepolo
Palazzo Labia. Venezia.









