Francesca Ferrari Weblog

30-11-2006

il rosa tiepolo

ff in Appunti, letture

rosatiepolo.jpg

“Il rosa Tiepolo” di Roberto Calasso

Quando ero bambina, mio zio mi accompagnò a visitare Palazzo Labia, e fu allora che incontrai per la prima volta il Tiepolo. Lo conobbi a piedi nudi, perché un sandaletto era caduto nel canale.
Me lo ricordo quel salone dalle immense finestre, oro e velluto rosso. E le pareti, con tutte quelle storie che mi circondavano, facendomi sentire ancora più piccola.
Mi sembrava di esser dentro una favola, circondata da personaggi che vivevano una loro vita eterna, ripetendo all’infinito quello stesso movimento.
E poi il soffitto, così alto, e così cielo, con tutte quelle persone tra le nuvole, che sicuramente mi vedevano, come io vedevo loro.
E il nome del loro autore non mi diceva niente, non ascoltavo nemmeno mio zio, anzi, non esisteva un autore, era tutto talmente bello che doveva esistere di suo. Da sempre.
Mi era rimasto quel ricordo di Giovanni Battista Tiepolo, ed in seguito, da grande, se mi capitava di imbattermi in qualcosa che lo riguardava, lo collegavo a quelle immagini impresse nei miei occhi di bambina.
Non torno a Venezia da tanti anni, ormai, e pensare che una volta era quasi la mia seconda casa, una tappa obbligata durante le vacanze estive, dalla nonna.
A dir la verità, preferisco così, il ricordo che ho di questa città è legato a momenti talmente belli della mia vita passata che, se ci tornassi adesso, perderebbe quel senso di serena quotidianità, così lontana da ogni forma di turismo obbligato. Era tutto talmente normale che non mi accorgevo nemmeno dei colombi, o, se arrivava annunciata dalla campana, dell’acqua alta.
Anche gli affreschi del Tiepolo erano quelli dei miei ricordi infantili, però, coincidevano, stranamente, con tutto quello che leggevo intorno a quest’artista, descritto di solito come un grande maestro della pittura scenografica settecentesca. Una pittura di serie B, in un certo senso.
I critici parlano di lui come di un abile ‘capocommedia’, in grado di trasformare qualunque sala di palazzo o reggia in un palcoscenico fastoso, allestendo commedie e dirigendone, con una tecnica sopraffina, gli attori.
Ma un pittore non vuole essere uno scenografo, e nemmeno se è considerato il più bravo scenografo dell’universomondo, può considerarsi realizzato. Eppure il Tiepolo, nei libri d’arte, è solo questo.
Il Gombrich, addirittura definisce la sua, assieme a quella degli artisti italiani del Settecento, una pittura che è divertente e piacevole decorazione d’interni, i cui effetti pirotecnici hanno valore meno durevole delle più sobrie creazioni dei periodi precedenti.
In quei colori leggeri addirittura vede la fine dell’epoca d’oro dell’arte italiana.
Ricordi e critica quindi coincidevano, fino a qualche giorno fa: solo finta apparenza, contro quell’apparenza che si vestiva di nobile realtà, nel passato.
Poi ho letto il Tiepolo di Roberto Calasso e mi sono trovata di fronte ad un pittore sconosciuto.
È stato come veder muovere e vivere una figura fino a quel momento conosciuta nella sua fissità, fastosa, ma immobile, bellissima, ma un po’ banale.
Nelle pagine de ‘Il rosa Tiepolo’ invece si scopre l’altra faccia di questo artista, quella che pochi conoscono, forse perché è più comodo notare un panneggio svolazzante o uno sguardo languido, senza vedere quello del vecchio Orientale che in ogni dipinto osserva cupamente la scena.
Calasso ti mostra, descrivendolo come solo lui sa fare, tutto quel mondo di personaggi, di oggetti, di simboli, animali e di esseri strani che popolano la serie di acqueforti, i Capricci e gli Scherzi.
Un mondo che, se fai attenzione, ritrovi anche negli affreschi e nelle tele, magari seminascosto in un angolo, ma per un occhio attento, talmente presente che alla fine ne diventa il protagonista.
E adesso quasi mi vien voglia di tornarci, a Palazzo Labia, per vedere e ‘toccare’ questo mondo che non conoscevo.
‘Il rosa Tiepolo è un libro da leggere con una lente a portata di mano, perché ti verrà voglia di guardare ogni piccolo trattino delle riproduzioni delle acqueforti, sarà come fare una caccia al tesoro, vedrai, ogni angolo riserva una sorpresa e dietro ogni ovvietà si nasconde un enigma.
Bellissimo, davvero.
E chissà se anche a te, girando l’ultima pagina, resterà quel rammarico per non aver speso meglio il tuo tempo, per non esser riuscito a studiare, a leggere abbastanza, e per non aver saputo immagazzinare ed elaborare quel Sapere che è invece patrimonio di pochissime persone, e una di queste è proprio Roberto Calasso.
Eppure questa possibilità l’abbiamo avuta, anzi, l’abbiamo tutti, ma troppo spesso ci perdiamo in altro.
O no?

cleopatra-.jpg

“Il banchetto di Cleopatra” Giovanni Battista Tiepolo

Palazzo Labia. Venezia.

27-11-2006

la messa

ff in Appunti, giarina

Il Sabato era il mio giorno preferito. Aveva davanti un futuro, la Domenica, ed io ho sempre preferito l’ attesa di un qualcosa al suo compimento.
Al Sabato era riservato il compito più bello, ma anche il più difficile: creare aspettative, tirar fuori sogni da cassetto, immaginare chissà quali meraviglie, fare una lista delle sorprese, organizzare fantasie di felicità. Alla povera Domenica non restava che cercar di realizzare tutto quel lavoro già organizzato, e raramente ci riusciva.
Ma domenica era sempre domenica, anche se alla fine della giornata, nella lista delle meraviglie, le voci spuntate erano al massimo due su trenta e più. Non era un problema, tanto sapevo che nel giro di sei giorni ne sarebbe arrivata un’ altra, magari proprio quella foriera di chissà quali gioie.
Già di primo mattino la Domenica si annunciava strana, con quell’ aria di tanto è festa che ci faceva gironzolar per casa, apparentemente senza scopo.
Invece uno scopo c’ era, era il denominatore comune che ci univa e nello stesso tempo ci divideva: la Messa
Ognuno ci andava per i fatti suoi, mia mamma alle otto, nella chiesa delle Suorine di Clausura, vicino a casa. Messa veloce, che poi c’ era il pranzo da preparare.
Mio fratello forse andava all’ oratorio. Non mi ricordo. Però a Messa andava sicuramente. Ricordo poco di mio fratello ragazzo, ci sono troppi anni di differenza. Io iniziavo appena a capire e lui era già grande, e in casa lo vedevo poco o niente. Mi manca l’ aver vissuto un fratello. 
Mio papà non andava a Messa, però usciva come se una Messa lo stesse aspettando. La sua meta era la pasticceria Bizzi, in Piazza Garibaldi, dove lo aspettavano gli amici.
Uscivamo insieme, io e lui, per mano, e una volta in centro, alle undici, mi parcheggiava in San Vitale, nel primo banco, dove, sotto gli occhi di un don Orsi severissimo, pensavo per un’ora e un quarto ai fatti miei.
Poi mi tornava a prendere, col vassoio delle paste legato con un fiocco rosso, ma chiamani zio se incontriamo una ragazza, e per mano, ridendo, ci incamminavamo verso casa, mangiando un cannoncino ancora tiepido di crema.
Quando finalmente ottenni il permesso di andare a Messa da sola, a dodici anni o giù di lì, diventai grande.
E la Messa divenne sinonimo d’ indipendenza. La Libertà.
Aspettavo davanti a casa l’ otto, con mia mamma che controllava alla finestra, ma senza guardarla, anzi, se mi salutava con la mano, facevo finta di non vederla, ché mi vergognavo.
Poi sull’autobus, finalmente sola, mi stimavo un sacco mostrando al bigliettaio la foto dell’ abbonamento arancione, con quel movimento veloce del polso, davanti-dietro, provato tante volte davanti allo specchio. Mi sistemavo nel seggiolino dietro l’ autista e scendevo davanti alla chiesa. 
Per un’indipendenza lunga un tragitto di otto fermate ero una signorina. Con la borsetta. Ero grande, anzi Grandissima.
Le raccomandazioni di mia mamma erano sempre quelle, stai attenta alla messa, siedi nel primo banco, non chiacchierare durante la predica, fai la comunione e saluta don Orsi.
Su cinque ubbidivo ad una sola: salutavo don Orsi, ma non di mia spontanea volontà. In realtà era lui che salutava me, in genere sgridandomi davanti a tutti.
Abbandonato il primo banco, poiché era da bambini piccoli, il mio posto era in fondo alla chiesa, entrando a destra, appoggiata con noncuranza alla balaustra dell’altare laterale. Vicino alla Paola che, arrivando prima, si prendeva sempre quello con l’ appoggio al muro, molto più comodo del mio a schiena dritta.
Della Messa non sentivo una parola, in compenso tutti sentivano la risata della Paola, che, pur avendo avuto una quantità di domeniche per esercitarsi non imparò mai a ridere in silenzio.
Ogni tanto, a turno, salivamo sul gradino della balaustra per vedere a che punto era la predica.
Don Orsi faceva delle prediche lunghissime e non capivo come facessero quelli davanti a star attenti per tutta una lunghissima ora di parole.
Il trucco per non farsi vedere era quello classico della scuola, bisognava nascondersi dietro qualcosa e con la testa bassa far finta di pregare o di pensare. E intanto si chiacchierava e ci si raccontava di quei mille sogni che si sarebbero senz’altro avverati entro sera.
Una volta, non ricordo di cosa si stesse parlando, a teste basse vicine incollate, doveva esser però qualcosa di molto piacevole, ad un tratto nel pavimento che avevo sotto il naso comparvero due piedoni neri.
E più su una sottanona nera, e più su un pizzo bianco e poi un paramento d’ oro e ormai avevo capito cosa avrei incontrato alzando lo sguardo del tutto: la facciona con tanto di bitorzolo sulla fronte di un don Orsi infuriato. Che figura! Ci sgridò per un quarto d’ ora con quella vociona da predica che rimbombava nella volta enorme della chiesa, e tutti ci guardavano scuotendo la testa.
Successe tante di quelle volte che secondo me i fedeli si aspettavano che tra la predica e il padrenostro, il parroco scendesse dall’altare maggiore per venirmi a tirar le orecchie.
A  me che ero una signorina con tanto di borsetta.
Quando si è piccoli grandi la vergogna dura il tempo di un rossore, e, appena finita la Messa non mi ricordavo più della figuraccia e con Grazia sotto il braccio, aspettavo, sotto i portici della Piazza, l’arrivo dell’otto che avrebbe messo fine alla mia giornatà di libertà. Ma tanto sapevo che ne sarebbe arrivata un’altra prestissimo.
Adesso non vado più a Messa. E Don Orsi chissà dov’è. Anzi lo so, sta sicuramente facendo una predica al Padreterno che dura ormai da vent’anni. 

 

26-11-2006

alto o basso

ff in Appunti, galleria

alto.jpg

“futuro semplice annegando” fferrari
acrilico a spatola della domenica mattina 100×100

respirare.jpg

“futuro semplice respirando”fferrari
idem come sopra, un po’ più tardi.

23-11-2006

geometria applicata

ff in galleria

quadrangolo.jpg

“il quadrangolo” fferrari

acrilico e alchidico a spatola con le sue belle misure 

22-11-2006

futuro semplice

ff in galleria

sarà.jpg

Tela, 100×100.
Fondo, pomice fine tirata con la spatola.
CraiesPastels Vang.

Avrà un futuro semplice?

20-11-2006

il soffritto

ff in giarina

Non so chi ha messo in giro la voce che non sono una brava cuoca. È una leggenda metropolitana, come quella dei coccodrilli nelle fogne. È una bugia vigliacca, un falso storico come quello degli asini che non parlano. Parlano eccome. Ed io sono una cuoca bravissima.
L’arte della cucina scorre nelle mie vene da sempre, solo non mi va più di metterla in pratica. ‘Impara l’arte e mettila da parte’, recita il saggio, ed io lo ascolto.
Ho avuto l’illuminazione anni fa, quando improvvisamente, non ricordo se un dopopranzo o un dopocena, ho preso coscienza dell’inutilità del trascorrere tutta una mattina in cucina, per veder sparire nel giro di venti minuti e nella più totale indifferenza, il paziente lavoro di quattro ore.
E senza la possibilità di un riciclo avanzi per la sera, perché, anche se abilmente mimetizzati, i resti del pranzo vengon subito riconosciuti, e, detto fatto, si trasformano, in un tagliamo due fette di prosciutto?
Per non parlar della soddisfazione quando, con il dito che ancor bruciava per gli assaggi, entravano i miei Due in casa, e incominciavano ad aprir le finestre, ché c’era odor di mangiare, dicevano.
Ecchecaspita, dopo una mattina passata tra cipolle e carne e pasta e zucchine, con una montagna di tegami da lavare, voglio vedere se non si sentiva anche odor di mangiare!
Però è vero, se ci badi, adesso le case non profumano più di cibo come una volta.
Mi ricordo che al mattino quando uscivo sul pianerottolo per andare a scuola, sapevo che la Biondi stava preparando il minestrone e la Goni il ragù, e capitava anche che scendesse di nascosto, dall’ultimo piano, vergognandosi un po’, un odor di cavolo lesso.
Anche da me ci si svegliava spesso col profumo d’arrosto, ché mia mamma lo metteva a rosolare sul fuoco, accanto al bollitore del latte. E la colazione si consumava con profumo di rosmarino e biscotti.
Ma era normale, eravamo abituati, e il fastidio non era insopportabile, sapeva di buono, e di certezze, in fondo.
Adesso i profumi di cucina son veloci e freddi come i surgelati, durano lo spazio di un boccone distratto e poi via, si torna al lavoro, ché è tardi.
E sempre tardi, anche se è solo Domani, è tardi lo stesso.
Non c’è tempo per il soffritto. Si cucina a crudo, per salvar colesterolo e trigliceridi e tempo.
Ah, l’odor di soffritto!
Quello di mia mamma, un dogma… era una preparazione di base, a prescindere, andava bene per qualsiasi ricetta. Era abbondante di burro e cipolla, fatto col concentrato, poiché i pelati allora non andavano di moda, nella mia terra di pomodori e salse, con un profumo rotondo e stuzzicante, talmente corposo che lo si poteva quasi raccogliere col pane.
Sempre nello stesso tegame, grande come un piatto, d’acciaio e con i manici neri, un po’ rovinati.
E non importava se, sfrigolando sul fuoco, il burro schizzava i fornelli, non era un problema pulirli, era un compito di tutti i giorni. Uno di quei compiti che scandivano le ore. Regolari, sempre quelli, accompagnati da rumori familiari, il lavar i piatti, il boborbottio del caffè.
E intanto, di là, in salotto, si sentiva sfogliar la Gazzetta.
Ed io sono una cuoca bravissima, so fare il soffritto come mia mamma, ma me lo tengo per me.

20-11-2006

nuvole&nebbia

ff in galleria

nebbia .jpg

“unbeltitolo”fferrari
olio 100×80

18-11-2006

ginnastica su carta

ff in disegni

schizzo.jpg

“paese”fferrari
inchiostro e acqua

15-11-2006

uva&peperoni

ff in galleria

uvaepeperoni1.jpg

“uva&peperoni” fferrari
alchidico a spatola 100×80

Ho iniziato questa natura mezza morta l’anno scorso, domenica l’ho terminata e stamattina l’ho finalmente firmata. E’ sempre emozionante firmare una tela, specialmente se con lei hai litigato e son volate parole grosse. Dopo mesi di silenzi e di incomprensioni, con la firma la adotti definitivamente, riconoscendola come tua. La accetti, anche se vedi i suoi difetti e non cerchi più di cambiarla per adattarla al tuo pensare. Smetti di litigarci, insomma.
Ma non finisce sempre a tarallucci e vino, baci e abbracci, con l’olio 120×70, ad esempio, siamo ormai ai ferri corti, è per questo che l’ho girato faccia al muro.
Quanta maleducata presunzione in un paesaggio appena abbozzato che ha ancora l’odor della trementina addosso, che gattona appena, e si crede già adulto.
Vuole decidere i colori…questo tono è troppo scuro, voglio il fondo più materico… la prospettiva non è più di moda, voglio un taglio piatto…te li do io il fondo materico e la prospettiva piatta, nei denti, però!
E pensare che appena nato era così dolce. Mi alzavo e la prima cosa che facevo era correr qui, nello studio, a veder come stava. Aprivo le finestre pian pianino, per svegliarlo con delicatezza, e lui, sempre con un bel sorriso verde azzurro, mi salutava felice, e poi se ne stava a lallare allegro, aspettando pazientemente che tutti uscissero, per ricevere le mie attenzioni.
Mi commuovo ancora se ripenso all’estate scorsa: le mattine ancora fresche, il profumo di gelsomino che entrava dalla finestra, tutta una giornata davanti per occuparmi solo di lui.
Con la voglia di crescere insieme, assaporando tutte quelle sfumature, che a volte nascono per caso, e son talmente belle che vorresti tener la ricetta. Una punta di questo ed un tocco di quello, mescolare bene, e stendere con cura …e invece riesci a vederle una sola volta e poi non c’è verso di ripeterle. E provi e riprovi, consumando tubi di colore.
Colpa mia se è cresciuto viziato, lo so, gliele ho date tutte vinte. Vuoi il blu? E vada per il blu. Eppure sapevo che il blu non era adatto per la sua età, che era troppo presto, e che col giallo sarebbe diventato verdognolo, un color can che fugge da far schifo, ma non c’era verso di ragionare, e adesso ne paga le conseguenze.
E poi, non è per scaricare sugli altri la responsabilità, ma non è nemmeno tutta colpa mia, diciamoci la verità, è questa educazione permissiva, che ai miei tempi non esisteva, che rovina le famiglie.
Ecchecaspita, se non li accontenti, ti sembra di esser un mostro. E vedi gli altri che assecondano tutte le voglie delle loro creature, li vedi che pendono dalle loro spatolate, senza l’ombra di quella disciplina che consigliava prima, e decideva poi, con amore, ma con tanta fermezza.
Devono fare le loro esperienze, le regole inibiscono la fantasia, tutto è lecito se è creativo. E si perde di vista il valore del lecito e il significato del creativo.
E pensare che anche il dottor Spock si è ricreduto e ha fatto marcia indietro, “Stavano confondendo flessibilità con permissività” - dichiarò una volta – “stavano passando dalla rigidezza al più totale lassismo”, e dicono che alla fine, per punizione, arrivò addirittura a dare uno schiaffo a suo nipote.
E se lo ha fatto il dott Benjamin Spock non lo posso fare io col mio quadro?
E ringrazia il cielo che non son manesca, sai? faccia al muro, e zitto e mosca!

13-11-2006

disegnare la lia che dorme

ff in Appunti, disegni

lia+.jpg

“la lia che dorme” fferrari
carboncino gomma e matita

Se restassi per qualche mese senza matita in mano, poi avrei delle difficoltà a ritrovare la sicurezza del tratto, e la gomma e i ritocchi e le cancellature farebbero subito la spia.
Ma la verità è che mi sembra difficile che un pittore possa restare fermo per tanto tempo, potrà avere dei momenti di pausa, di vuoto…potrà succedere che non abbia niente da dire, e, ti assicuro, sono periodi che, prima o poi, tutti noi viviamo.
Hai un senso di rifiuto per tutto ciò che hai dipinto fino a quel momento, rimetti tutto in discussione, la tavolozza, i pennelli e le spatole si trasformano in arnesi ostili e sconosciuti che si ribellano alla tua volontà.
Hai in mente un’idea, ti sembra bellissima e poi quando cerchi di darle una vita, ti accorgi che ti è estranea che non è quello che volevi dire, e prendi e butti tutto.
E poi ammiri ciò che dipingono gli altri e ti sembrano tutti dei Caravaggio e allora decidi di chiuder tutto nella cassapanca e usi i cavalletti come attaccapanni.
È come un voler comunicare qualcosa che hai dentro, questione di vita o di morte, e non riuscire a farlo, o perché non esce la voce o perché non conosci la lingua, come succede negli incubi più brutti, insomma, quando vuoi chieder aiuto e non c’è nessuno ad ascoltarti.
E poi una mattina ti svegli, magari alle quattro, scatta un click, e ti accorgi che i colori sono tutti lì che aspettano di andare sulla tavolozza e quasi si distribuiscono da soli sulla tela e parlano direttamente con te e con la tua mano e tutto ti sembra così facile, e vedi nascere il tuo pensiero, e lo coccoli come se fosse tuo figlio e lo vedi crescere, prender vita e anche se lo capisci solo tu, non importa, è lo stesso.
È lì davanti ed è quello che volevi dire e non parla solo a te, dentro la tua mente, è lì e possono vederlo tutti, che poi lo capiscano o no non ti interessa.
E può essere una gioia o un dolore o un dubbio, o solo un attimo di felicità, piccolo senza importanza, ma è lì e ci resterà per sempre.
È per questo che regalo i miei quadri, e invece faccio molta fatica a venderli, perché sarebbe come vendere pensieri, magari a chi cerca solo un colore per un muro spoglio. Un qualcosa da appendere sopra il divano a fiori.
Ma, anche in quei momenti di vuotototale, io vivo con la matita in mano. E se leggo un libro, disegno sulle parole la Lia che dorme, se sono a tavola, disegno con la forchetta una mela, se cammino, lo faccio col naso per aria, e penso a quanto viola di marte occorre per far quella nuvola al tramonto.
È un disegnare continuo, con la mano o col pensiero, e non riesco a capire come si possa non farlo.
Perchè in fin dei conti è come respirare.
E in questo momento mi basta disegnar la Lia che dorme.
 

11-11-2006

non lo so

ff in Appunti

nonloso.jpg

“nonloso” fferrari
olio 140×70

Non lo so.
Mi capita sempre più spesso di non sapere.
E non so nemmeno perché mi capita di non sapere.
Eppure, al mattino, quando apro un occhio e vedo la freccia di luce che mira l’angolo destro del comò, per un istante, mi sembra di sapere ancora tante cose, ma quando apro anche l’altro occhio, ecco che tutto il sapere si annebbia, e via-via che passan le ore, sparisce del tutto, e chissà dove va a finire.
E pensare che una volta sapevo tutto e di più. Avevo le risposte che mi uscivano da sole, anzi a volte anticipavano perfino le domande, tanto che faticavo a tenerle buone al loro posto. Erano prepotenti e sicure di se stesse, presuntuose come tutti i ragazzi. Solo adesso mi rendo conto che erano solo delle ombre cinesi. Delle risposte fasulle.
Guarda, detto tra noi, il non sapere non sarebbe nemmeno una tragedia, ché se non sai, vivi molto meglio, secondo me.
Te ne stai in quel limbo che ti permette di vedere tutto confuso. Un po’ come quando non hai le lenti a contatto: non vedi la polvere, non vedi i difetti, le ragnatele, le formiche nel pane, un’ombra sbagliata…riesci ad evitare senza fatica tutto quello che ti dà fastidio.
Devi solo stare attento a non inciampare nei dubbi che lasci in giro per la casa. Basta un po’ d’esercizio, però, con un bel passo lungo scavalchi, ed il problema è risolto.
Vivrei serena. Miope, ma serena.
Il problema è che tutti mi fanno domande. In continuazione. E stanno lì ad aspettar risposte che non ho. E guardo in tasca, nel cassetto, nel carrello dei colori…eppure sono sicura di averle avute, un tempo, me le ricordo, erano belle, tranquillizzanti, e soprattutto serene.
Chissà dove le ho perse.
E mentre cerco di ricordare, continuano a farmi domande. E come non bastasse, inizio anch’io a crear dei perché, complicati come origami di terzo tipo.
Posso far finta di non sentire, d’altra parte se le orecchie son due ci sarà pure un motivo, mi dico io, da una parte la domanda entra e dall’altra esce, no?
E in questo modo, con un continuo via-vai, il più delle volte riesco a farla franca, ma con i perché subdoli, i miei, non ci sono vie di scampo.
In genere entrano con gli altri dall’orecchio destro, magari mimetizzati da piccoli perché di campagna, sempliciotti, nel loro gilet a quadretti; tu li fai entrare senza sospettar niente, e zac, ti si sistemano con armi e bagagli dentro la testa.
E non c’è verso di farli uscire con i compagni, dall’altra parte. Anzi, metton su famiglia e non fai in tempo a finir una velatura che son già diventati nonni.
E mi ritrovo, in men che non si dica, con tre generazioni di domande mescolate ai pensieri.
E io non so più rispondere nemmeno a quelle piccine.
Allora a cosa servo, mi domando…
A volte penso che il sapere non si conquisti, ma, al contrario, si consumi con gli anni.
Si nasce equipaggiati con un kit completo di risposte, da usare con parsimonia, e chi riesce a far economia e ad utilizzarle bene, se le ritrova fino all’ultimo giorno.
Ecco, io devo averle consumate tutte, ché qui mi son rimaste soltanto le carte e le istruzioni.
E un kit molto grande di nonloso che mi devono aver affibbiato di nascosto.

Mah.

Certo che, pensandoci bene, potrei sempre inventarle, le risposte.

08-11-2006

cucina

ff in Appunti, giarina

rotoli ripieni

Ingredienti:

Per la pasta
600 grammi di sogni di una vita
acqua fresca.
Per il ripieno
olio di domani di prima spremitura
una malinconia bianca media
uno spicchio di nostalgia senza anima
300 grammi di pensieri freschi appena raccolti
300 grammi di ricordi di ieri
salsa di certezze della mamma
sale e pepe della vita appena macinati

tempo: tutto
difficoltà: tanta
Sulla spianatoia tirare una sfoglia di sogni sottilissima, quindi tagliarla in circa 36 rettangoli di centimetri 15,3 X 10,6. Far bollire a fuoco vivo l’acqua salata in una pentola capace di vivere.
Immergervi i rettangoli di sogni a non più di 3 / 4 alla volta, mescolarli delicatamente con un pennello di setole numero 12, per impedire che si attacchino l’un l’altro, o alla pentola. Sono molto delicati, i sogni.
Cuocere a fiamma viva per cinque minuti, e, guardando fuori dalla finestra, rigirare ogni tanto, finché la sfoglia sarà tenera, ma ancora al dente.
Sgocciolare, raffreddare appena, e stendere i rettangoli sopra una tovaglia bianca, ricamata a punto erba verde smeraldo, e lasciarli asciugare.
In un tegame di smalto bianco titanio, soffriggere, con due pennellate di olio di domani, su una fiamma moderata da un ocra pallido, una bella malinconia bianca, tagliuzzata grossolanamente, ed uno spicchio di grigia nostalgia, mi raccomando togliete l’anima, ché sarebbe troppo indigesta. Cuocere 7 minuti e mezzo, rigirando spesso, fin quando malinconia e nostalgia diventeranno trasparenti, ma non troppo rosolate. Aggiungere a questo punto i pensieri, puliti e lavati con acqua fresca di primo mattino, lasciarli insaporire, sempre mescolando, e, quando tenderanno ad attaccarsi al tegame, come se non volessero lasciar quella culla, toglieteli dal fuoco, e trasferiteli in una ciotola giallo Napoli. Se è sbeccata è meglio, vuol dire che ha avuto una vita tutta sua.
Sciogliere, poi, nel tegame bianco titanio, 15 grammi di rassegnazione, unire i ricordi e lasciarli rosolare, leggermente, rimestando continuamente per sciogliere eventuali nodi in gola, versarli poi nella ciotola assieme al composto di pensieri.
Sciogliere altri 15 grammi di olio di domani e cuocervi per 3 o 4 o 20 o 300 minuti, piccole speranze della stessa misura, rigirandole spesso, così che restino abbastanza consistenti e leggermente croccanti, ma ancora rosa carnicino all’interno.
Toglierle dal fuoco, tritarle con una luna intera, mezza non basta, e unirle al nostro composto di pensieri, ricordi e nostalgia. Mescolando sempre con cura, con un grande pennello da fondo, unite a pioggia profumi misti, tre manciate di idee fresche, sale e pepe della vita, q.b.
Da destra a sinistra girare delicatamente, amalgamando tutti gli ingredienti e assaggiare per mettere a punto il condimento.
Accendere il forno a calore come vuoi.
Porre una cucchiaiata del nostro ripieno sopra ciascun rettangolo di pasta di sogni, e arrotolarlo su se stesso. Ben stretto, ché pensieri e ricordi tendon sempre a scivolar via. Ungere una pirofila grande con un sottile velo di forse, e sistemare i rotoli allineati uno accanto all’altro. In un unico strato.
Coprire con un salsa di certezze, la ricetta è la stessa della vostra mamma, ed infornate lasciando cuocere per tutto il tempo che vi resta, tanto non brucerà.
Portarne una porzione sempre con voi. In tasca.

03-11-2006

vita&morte senza miracoli

ff in Appunti

Ho fatto un sogno tristissimo.

Il mio blog stava morendo. Era arrivato a quello stadio di coma semivigile che precede la morte.

Una sofferenza che non vi dico.

Insomma, prima di veder il mio sogno avverarsi, io staccherei volentieri la spina.