
“lampo”fferrari
carboncino-grafite ed acquerello
Lampo amava sopra ogni cosa il calore del sole. Se ne stava per ore sdraiato accanto al muro del giardino; ogni tanto alzava un sopracciglio, e raddrizzava appena la testa, dava un’occhiata al suo territorio e poi, sbadigliando, tornava a sonnecchiare.
Si sentiva così stanco, e ormai anche il caldo dell’estate contribuiva ad intontirlo, facendogli trascorrere la maggior parte della giornata dormendo e sognando.
Dovete sapere che, come tutti i cani del mondo, lampo sognava sempre, e nei suoi sogni abbaiava a gatti dispettosi, ringhiava a terribili ombre, ma soprattutto rincorreva farfalle, mimando quelle cavalcate che non era più in grado di fare.
Quando il nonno tornò una sera, molti anni prima, con quello spinone arruffato, la nonna si mise le mani nei capelli, figuriamoci, lei non amava molto i cani: sporcavano il pavimento, abbaiavano di notte ed ogni scusa era buona per non volerne in casa. E poi la nonna adorava i gatti, ne aveva sei, e se non fosse stato per Torido che faceva sparire le cucciolate, regalandole ai contadini-diceva lui, e la nonna faceva finta di credergli, ma per due giorni non parlava più, se non fosse stato per lui, la casa si sarebbe trasformata in una gattaia.
Quel giorno di settembre, il nonno andò a caccia, come sempre senza cane, e per un cacciatore cacciare senza il fido compagno è un po’ come per uno scrittore scrivere senza la propria tastiera, utilizzando quella degli altri: era un cacciatore triste, povero nonno.
Ricordo bene quella mattina, noi eravamo ancora in campagna, poiché allora le scuole iniziavano in Ottobre. Era una frizzante alba settembrina, come tutte le altre forse, ma chissà, a me sembrava diversa, infatti mi alzai per salutare il nonno e poi tornai a dormire, poiché era appena sorto il sole e gli occhi mi si chiudevano per il sonno.
Per tutta la giornata giocammo come sempre, rincorrendo le galline di Torido, trasformando i pazienti gatti della nonna in altrettanti giochi graffianti e così tra cose e litigi, senza che ce ne accorgessimo, arrivò la sera.
Ma il nonno non era ancora tornato.
Si percepiva che in casa c’era apprensione, la tovaglia non era ancora in tavola, il secchio dell’acqua era quasi vuoto, la nonna continuava ad andare alla porta, fingendo un’ indifferenza molto fragile: ogni rumore la faceva sobbalzare, e subito il suo sguardo correva speranzoso al cancello.
Finalmente quel cigolio che doveva servire per segnalare l’arrivo dei ladri, annunciò invece il ritorno del nonno.
Ma non solo il ritorno suo, segnalò anche l’arrivo di una massa di pelo arruffato, timidissimo spaurito e fangoso. E qui occorrerebbero ancora mille aggettivi per descrivere quel botolo che assomigliava solo lontanamente ad un cane.
Appena entrò in cucina si andò a nascondere tutto tremante e con la testa tra le zampe, sotto il tavolo, intrecciandosi alle gambe delle sedie a mo’ di protezione. Sembrava un cane malato e a me faceva anche paura.
Potete immaginare la discussione che seguì, e che si protrasse per tutta la notte; dalla nostra camera sentivamo le voci dei nonni e io e mia cugina, sedute dietro la porta, riuscivamo a fatica ad afferrare solo pezzetti di frasi.
“…è troppo grosso…” “… buono e tranquillo…”…i gatti…non possiamo…” “….ci penso io…” ” …lo hanno picchiato…ha un orecchio insanguinato…”.
E credo che quell’orecchio ferito sia stato, sì, la tragedia di Lampo, poiché gli provocò una totale sordità, ma, tutto sommato, fu anche la sua fortuna.
Infatti le voci si calmarono, sentimmo la nonna scendere in cucina, e piano piano la seguimmo anche noi, troppo curiose per perdere la scena.
La nonna era accucciata sotto il tavolo e, con la camicia da notte ormai tutta infangata, cercava di convincere l’impaurito cucciolo ad uscir fuori, e ad abbandonare quella gabbia protettiva.
Il nonno nel frattempo aveva riempito la tinozza, quella che serviva per lavare i panni, di acqua tiepida, ed insieme riuscirono a lavare tutta la sporcizia da quel grumo di sangue, peli e ossa.
E fu così che Lampo nacque per la seconda volta nella sua vita.
E quella notte iniziò la sua vera e unica vita, dimenticò le bastonate della precedente, e sono convinto che arrivò alla convinzione di essere sordo perché una farfalla, in un giorno d’estate, gli entrò nell’orecchio per dispetto, si spiega così perchè trascorse i suoi 15 anni a rincorrerle, perfino nei sogni.
Ed un pomeriggio di sole tiepido, con l’estate alle porte, Lampo, dondolando sulle zampe malferme come un ubriaco, si diresse come sempre al suo muro dei sogni.
Si distese, alllungandosi e stiracchiandosi come aveva imparato a fare da quei gatti con i quali era invecchiato assieme e si addormetò felice. Non si mosse nemmeno quando una farfalla grande come due mani si appoggiò sull’orecchio malato. Non si svegliò più.
Io non c’ero, ormai ero grande e non volevo più saperne dell’estate in campagna, ma riesco a vederlo lo stesso, là, accanto al muro coperto di glicine, che dorme e galoppa e galoppa..e galoppa.
E spero di addormentarmi anch’io così, fortunata come lui.
E così finisce la storia di Lampo, il mio sordo spinone con la coda blu cobalto.
anonimo di cognome, ff di nome