Francesca Ferrari Weblog

31-07-2006

il mare

ff in galleria

ilmare.jpg

“ilmare”fferrari
olio su tela 120×40

30-07-2006

le parolacce

ff in Appunti

Per difesa e per amore-La lingua italiana oggi
Gian Luigi Beccaria

“…Oggi però c’è qualcosa di nuovo: il fiume di parolacce non nasce più da poveracci emarginati e disperati, o da un atteggiamento polemico nei riguardi della società…Adesso è diventato un riempitivo, un rumore, buono a tutte le ore e per ogni occasione. Ha assunto un grado neutro, non comunica nulla, neppure rabbia. E’ una giaculatoria gratuita, cumulo di zeppe, voce che colma dei vuoti. La parola oscena è come un tic, pure gli adulti non riescono a controllarlo, lo subiscono, loro malgrado. Ho letto in un articolo apparso in Re 26.7.01 che anche nei consigli di amministrazione e negli uffici più austeri scorrono parolacce, intercalari spinti che passano da scrivania a scrivania, e alcuni psicologi del lavoro le hanno salutate con favore, perché-dicono-facilitano i rapporti, aumentano la produttività…A me invece la parolaccia sembra per la verità una concitazione fastidiosa, oltre che triste, indice di disperazione e di solitudine, incapacità di comunicare, una corsa verso l’annullamento di sé, un segno di sfiducia nei sentimenti, nei rapporti interpersonali.
Parolacce e insulti volano dappertutto, anche via etere. La rissa, la pubblicizzazione del disagio esistenziale, in tv fanno audience. I finti eroi dell’isola dei sproloquiano tra cumuli di bip. Tutto questo è triste.”

 

27-07-2006

vecchio frac

ff in giarina

E’ giunta mezzanotte si spengono i rumori
si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffè
le strade son deserte, deserte e silenziose
un’ultima carrozza cigolando se ne va
il fiume scorre lento frusciando sotto i ponti
la luna splende in cielo dorme tutta la città
solo va un vecchio frac.
Ha un cilindro per cappello due diamanti per gemelli
un bastone di cristallo la gardenia nell’occhiello
e sul candido gilet un papillon un papillon di seta blu
Si avvicina lentamente con incedere elegante
ha l’aspetto trasognato malinconico ed assente
non si sa da dove viene né dove va
di chi mai sarà quel vecchio frac?
bonne nuit, bonne nuit bonne nuit, bonne nuit buonanotte
va dicendo ad ogni cosa ai fanali illuminati
ad un gatto innamorato che randagio se ne va.
E’ giunta ormai l’aurora si spengono i fanali
si sveglia a poco a poco tutta quanta la città
la luna si è incantata, sorpresa e impallidita
pian piano scolorandosi nel cielo sparirà.
Sbadiglia una finestra sul fiume silenzioso
e nella luce bianca galleggiando se ne van
un cilindro, un fiore, un frac.
Ha un cilindro per cappello due diamanti per gemelli
un bastone di cristallo la gardenia nell’occhiello
e sul candido gilet un papillon un papillon di seta blu.
Galleggiando dolcemente e lasciandosi cullare
se ne scende lentamente sotto i ponti verso il mare, verso il mare se ne va
di chi sarà, di chi sarà quel vechio frac
adieu adieu adieu adieu vecchio mondo
ai ricordi del passato ad un sogno mai sognato
ad un abito da sposa primo ed ultimo suo amor

26-07-2006

il moscone

ff in giarina

Cari milioni di Lettori e Care milioni di Lettrici, oggi volevo insegnarvi a cucinare le mie specialissime Lasagne al Cucchiaio, ma fa troppo caldo per stare davanti ai fornelli, quindi aprite una scatola di tonno e via andare, e, come diceva mia nonna, chi non mangia ha già mangiato.
Vi ricordate, invece, quella vecchia scatola piena di bottoni che la mamma teneva nel mobile di fianco alla macchina da cucire?

bottoni.jpg
Non potete averla dimenticata, suvvia…era accanto al cestino dei rocchetti di cotone colorati, dietro gli avanzi di tessuto legati assieme con una fettuccia, tutti in ordine e in attesa di essere utilizzati per allungare o allargare i vostri vestitini.
Cari e Care, quella non è soltanto una banale scatola di bottoni, è un mondo di meraviglie, sapete?
Troppo spesso guardiamo gli oggetti e, peggio ancora, le persone che ci stanno accanto, senza vederle veramente, ché, troppo impegnanti a correre, lasciamo scivolare lo sguardo in fretta sul mondo che ci circonda..un’occhiata e via.
A pensarci bene, invece di elaborare tanti assurdi programmi, a scuola dovrebbero insegnare ai bimbi a vedere, crescerebbero senz’altro più sereni.
Certo, per noi, vecchibambini di una volta, era molto più facile, una foglia poteva diventare una bistecca, una coperta per una bambola di carta, e, intrecciata con altre foglie, una bellissima collana.
E la vedevamo davvero così e la foglia si trasformava davvero, ed era senz’altro più felice anche lei, grazie a tutte le opportunità che le regalavamo.
Ogni oggetto ha un numero infinito di vite, e spera sempre che qualcuno gliele animi, ma ormai nessuno le vede più, ci si limita alla prima occhiata superficiale e si passa oltre, cercando vite già preconfezionate, tutte uguali e anonime.
Se adesso, però, prenderete la vostra scatola dei bottoni e la rovescerete metà sul tavolo e metà in terra, come facevate da piccoli, nei giorni d’inverno, vi accorgerete che quelli che rotolano da tutte le parti non sono semplici bottoni.
Sono gioielli da regina, soldatini di ferro, fiori colorati con i quali fare un prato…e quelli bianchi piccini delle camicie di papà, sembrano nati apposta per disegnare le nuvole.
E anche nella vostra scatola sono sicura ci sarà il bottone giusto per far il moscone o l’aeroplano o il carro armato o quello che vorrete voi.
L’avete trovato?
È lì che vi guarda, bello, grande, con due buchi.
Adesso prendete un metro circa di filo robusto, quello da asole, andrà benissimo, infilatelo nei fori ed annodatelo stretto.

moscone.jpg
Statemi attenti, ché non è facile insegnare a far un moscone, eh?
Afferrate le due estremità del filo, lasciando il moscone a metà… visto?non è più un bottone da cappotto, si è già trasformato… ed iniziate ad avvolgerlo in avanti, con un bel movimento rotatorio.
Attenti, ché se lo avvolgerete troppo si spezzerà e dovrete ricominciare daccapo.
Il filo si attorciglierà e se avvicinerete ed allontanerete le mani vi sembrerà un elastico.
E lo sentite il rumore del moscone che vola? O dell’aeroplano che atterra?
Benissimo, adesso andate piano piano in salotto, alle spalle del ¾ che sta facendo un riposino, e BZZZZZZZ-BZZZZZZZ-BZZZZZZ, vicino all’orecchio.
Evviva! se il capo farà un salto allora vorrà dire che è del tutto guarito dall’otite.

Se siete così sfortunati da non avere a portata di BZZZ un ¾ con l’otite, andrà benissimo qualsiasi assopito che vi trovate in casa in quel momento.
e buona giornata a tutti voi, miei Cari e Care!

24-07-2006

freddo

ff in galleria

freddo.jpg

“freddo”fferrari
olio su tela 140×100

21-07-2006

l’otite

ff in giarina

Abbiamo l’otite, e quattro confezioni di otalgan nella borsa, per non ricadere nell’errore di due anni fa.

luglio 2004

ahiahiahi
come fine settimana non è stato un granchè.
Se mi guardo indietro, sicuramente qualcuno ne avrà trascorso uno peggiore del mio, ma ho il torcicollo quindi guardo avanti e vedo solo we tranquillissimi.
E pensare che era iniziato bene anche il mio, sabato mattina.
9 belle buche di golf, giocate anche discretamente, poi un bel bagno in mare.
Nel pomeriggio altre nove buchette, anche queste senza infamia e con poca lode, ma da accontentarsi.
E dopo la cena al ristorante, la crisi: nel bel mezzo della notte, la mia metà, o meglio il mio trequarti, ché metà verrebbe considerato riduttivo, si sveglia e, poiché siamo uniti nella buona e nella cattiva sorte, per cui i suoi mali devono essere anche i miei, ci rendiamo conto che abbiamo un senso di malessere.
Non sarà quella chianina da 1 kilo e mezzo che hai mangiato?(io non tocco carne).
Ma figuriamoci…certo che no! e decidiamo che ci farebbe bene una camomilla.
Anche i cani sono contenti per questa saggia decisione, ché una pipì a metà notte non si rifiuta mai.
Dopo mezz’ora torniamo in camera e il trequarti dorme.
Povero, lasciamolo riposare.
Dov’è la mia camomilla?Adesso sarà fredda, me la riscaldi?
Bevuta la camomilla decidiamo che forse abbiamo la febbre.

trequarti - mi andresti a prendere il termometro, così me la provo?
un quarto - …………….non ho portato il termometro.
trequarti - come mai non hai portato il termometro?
unquarto - ………………non ci ho pensato
treq - perché non ci hai pensato?
unq - ………………..perché stavamo bene
treq - con il tuo ragionamento non esisterebbero nemmeno le medicine, allora..
unq - …………………………..
Verso le quattro, grazieadio, ci assopiamo..
Lui, il capo, io sono fuori in giardino con i cani, che vedendo il trambusto, hanno deciso di fare un’altra pipì.
Alle quattro e mezza, ci risvegliamo e decidiamo che ci farebbe bene un aulin.
Evvai, ce l’ho, l’aulin!

treq - certo che le tue medicine non ti dimentichi mai di portarle, eh?
unq - …………………………

Finalmente tutto tace, forse riusciamo a dormire un paio d’ore.

No.

¾ mi riaccende la luce nei denti con un abbiamo l’otalgan? a bruciapelo.
¼ - l’otalgan???…no… ma è per l’otite..ti fanno male le orecchie?
¾ - no, adesso no, però potrebbe…e se mi viene male come 6 anni fa, come facciamo senza l’otalgan?come hai fatto a non pensarci?

un buon finesettimana a tutti voi.

20-07-2006

1, 2, 3…stella!

Ho ricevuto questo bellissimo regalo da Mauro.

1, 2, 3, Stella!

Alle tre di un pomeriggio d’estate la piazza è un deserto di catrame cedevole. In mezzo al deserto a farmi compagnia c’è Nadia, straniera come me, ma per un motivo meno grave: è rumena. Meno grave perché c’è solo un pezzo di carta a tradire il suo essere d’altrove, per il resto ha bevuto dal calice degli uguali e degli uguali ha ormai tutte le stimmate. Così dei due, quello che fuma e rimugina su quello strano sentimento che ti fa sentire l’anima come il pelo del gatto quando c’è vento, sono io.
I quattro amici di Nadia arrivano poco dopo, dritti dall’altrove, toccano terra in Italia per la prima volta proprio qui, in mezzo al deserto. Sono storditi dal viaggio, incerti e spauriti con tutto che hanno i documenti a posto e un lavoro che li aspetta. Nadia fa strada e li conduce verso l’oasi della sua bella casa nuova. Il deserto torna deserto.
Da un cortile arriva una voce acerba che grida «Stella!».
Sarà il caldo, sarà l’insolazione, ma all’improvviso rivedo la pensione La Bussola, in quel posto di mare che a cinque anni mi entusiasmava perché credevo che fosse veramente sotto il mare. Ero giovane, tutta la famiglia lo era e l’altrove ce l’aveva in esclusiva Giulio Verne.
La padrona della pensione ci misurò da lontano come fanno i becchini con i lebbrosi e ci portò su per una scala stretta e buia. Il corridoio puzzava di muffa e di ospedale, anche se un po’ meno della nostra ospite. La camera aveva tre letti, cinquanta mosche e un odore da cesso pubblico che ci bloccò sulla porta. La colpa era del vaso da notte che i precedenti inquilini non avevano svuotato prima di lasciare la stanza. La donna cavò da sotto il letto un grosso pitale e ci spiegò che il bagno era in comune… Il bagno… Quando spalancò la porta all’altro capo del corridoio fu come infilare la testa dentro la bocca di una iena con i denti cariati. Seppi allora cosa fosse il mal di mare prima ancora di averlo visto, il mare. Rimasti soli, noi e il pitale sciacquato di fresco, mia madre annunciò che stava per tornarsene a casa a piedi. Per mio padre era diverso, quella era la prima vacanza della sua vita, viaggio di nozze compreso e voleva vedere il bicchiere mezzo pieno (o il pitale mezzo vuoto, è lo stesso): disse che sarebbe bastato arieggiare la stanza e metterci un po’ di spirito di adattamento. Ci sorrise, spalancò le imposte e ci invitò a fare un bel respiro profondo di aria pura e iodio di prima qualità. Non era giornata. La nostra finestra dava sul cortile interno, proprio sopra a quella della cucina. Con tutta evidenza le interiora della iena stavano bollendo con cavoli neri e ammoniaca. In un lampo fummo di nuovo nell’atrio a pagare un giorno di permanenza all’inferno, mentre la padrona pretendeva l’intera settimana. Uscimmo inseguiti da insulti che ben si armonizzavano con il locale, tra i quali ricordo sporchi, bastardi e contadini. Che poi di famiglia eravamo artigiani.

Nadia mi sta parlando e devo riemergere. Accompagna gli amici a bere una birra e vuole sapere se sto bene. Le rispondo che dipende dai bambini che gridano «Stella!» e le spiego che in quel gioco devi muoverti quando nessuno ti guarda: solo così puoi liberarti. Lei ride. «Come noi stranieri!». Come noi stranieri fortunati, aggiungo. Per gli altri ci sono tante pensioni La Bussola che chiamiamo Centri di Prima Accoglienza.

«Non dire così» dice lei «tu non sei straniero!»
No? Sarà, ma ricordo ancora la prima domanda che mi hanno fatto due anni fa mentre stavo traslocando.
«Sei straniero caro?»

Bella domanda.

mauro gasparini

18-07-2006

estate

ff in Appunti

*Gli zoccoletti con il tacco di due dita, per stimarsi e sembrare più molto più grande; così dimostri almeno sei anni.
*Paletta; rastrellino; secchiello; rete di biglie di plastica con i ciclisti; mulino per sabbia; stampini a stella, granchio, pesce, cavallucciomarino.
*Le scarpine di gomma blu, per via dei granchi.
*Costume blu di lana per fare il bagno, quello che una volta bagnato si riempie di sabbia e poi per toglierlo bisogna sempre piangere e tutti ti guardano.
*Prendisole di piquet bianco e rosso con la gonnellina a pieghe.
*Bombolone alle quattro del pomeriggio, dopo il bagno, mangiato al sole, così ti asciughi i capelli.
*Mi prendi il cocco?Il cocco no, perché fa venire mal di pancia.
*Guarda quei bambini laggiù come si divertono, vai anche tu con loro. No, non li conosco. Su, vieni ti ci accompagno io. No, gioco meglio qui, scavo una buca e cerco l’acqua. Sei un’oca, sei sempre sola.
*La sveglia alle sette del mattino perché bisogna andare a far la passeggiata; in riva al mare ci sono le conchiglie regina, quelle nere a ventaglio, i torciglioni e quelle grandi bianche. Ne hai già tante. Sì ma queste sono più belle.
*Ambrasolare al mattino in spiaggia e borotalco Roberts la sera, prima di andare a dormire.
*Dopo cena una passeggiata fino all’angolo per andare a prendere il Moretto, mangialo in fretta perché cola. Mi prendi anche il bif alla menta? No, quello domani.
*Un giornalino nuovo all’edicola, o Topolino o Tiramolla o Soldino, scegli.
*Domani ci sarà ancora il sole? Sì, è estate e c’è sempre il sole, ma su, adesso dormi, ché è tardi.

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estate

17-07-2006

forse

ff in giarina

forse fiori, forse farfalle, forse follettiefate.

forse fantasiosi funamboli, fragili filosofi.

forse…

forse fuochi fantasmagorici, fili filanti, fontane fluorescenti.

forse fantasie.

forse favole.

forse falsità.

forse…

forse fanciulli finalmente felici.

forse frapoco finirà.

forse.

ff.

(maltusiani2004)

forsefarfalla.jpg

forsefarfalla?

geco.jpg

un’altrafarfalla?

13-07-2006

tarte tatin di mele

ff in giarina

Tarte Tatin di mele

Ingredienti come da ricetta autentica francese
per la pasta
250 g di farina
200 g di zucchero
180 g di burro
3 tuorli d’uovo
per il ripieno:
8 mele, sbucciate e tagliate in spicchi
150 g zucchero in polvere
150 g burro

Care Amiche e fedeli Amici, avete legato con una morbida galla le cocche del vostro grembiulino?
Orbene procediamo sorridenti.
Prendete le 8 pesche (son rotonde anche loro) che avete trovato nella fruttiera, quella sulla credenza bassa e, per pelarle senza problemi, come faceva la vostra mamma, sbollentatele in acqua zuccherata per una mezz’oretta, dieci minuti più-dieci minuti meno.
Tictac Tictac Tictac.
Scolatele e vi accorgerete subito che forse bastavano tre minuti, avrete però risolto il problema della buccia, senza scottarvi le mani, e non è poco, credetemi.
Prendete ora quella tortiera bassa da crostata, che siete sicuri di avere da qualche parte e rovesciateci la succulenta ribollita di pesche, sopra la quale, seguendo la preziosa ricetta, dovrete poi distribuire con eleganza riccioli di burro spolverati di zucchero, e se avete in casa solo quello di canna, va benissimo lo stesso.
Rileggete attentamente.
C’è scritto proprio burro.
Fedeli Amiche, cari Amici, voi non possedete panetti di burro.
La vostra dispensa ne è completamente priva. Il vostro frigorifero albanese si ribella al solo pensiero di ospitare quell’inutile ammasso di calorie eternamente scaduto.
Ma semel in anno licet creare, ed il cuoco che è in voi vi farà esaminare con attenzione ogni probabile sostituto della voce ingredienti burro 150gr.
Prenderete in considerazione una confezione di Actimel, ché sempre di prodotto lattifero si tratta, ma la sua estrema liquidità vi farà desistere.
Imprecherete, sempre con un sorriso vezzoso, contro chi ha mangiato quello yogurt che stava lì in fondo al frigorifero, reparto verdure. Tutti sanno che lo yogurt è un prezioso sostituto del burro.
Era al mirtillo, poteva anche dare un tocco d’originalità alla vostra tarte di mele alle pesche.
Ma, ahivoi, non c’è più.
Panna?
Una confezione di panna da cucina potrebbe far le veci di grammi 150 di burro?
Suvvia non demoralizzatevi, l’Angelo del Cuoco è lì che vi protegge, e, semel in anno licet mentire, scarterete la panna, andrete da Rodante che sta tagliando l’erba del giardino e lo avviserete che la sua mogliettina ha telefonato per raccomandargli di pagare un importante bollettino in scadenza.
E Rodante, gentiluomo d’altri tempi, correndo alle poste del vicino paese, sarà felice di poter anche acquistare un panetto di burro di grammi 250 per voi.
Adesso finalmente potrete tornare alle vostre pesche che aspettavano pazienti nella tortiera.
Con un cucchiaio di legno cercherete di sollevare la morbida crema per poter agevolmente imburrare la base della tortiera, ovvio che senza il burro non potevate certo farlo prima.
Lo zucchero a ventaglio con elegante movimento di polso, e via, dentro il forno a 180°, a caramellare in allegria per un tot di tempo.
Nell’attesa prepareremo assieme la pasta.
Come tutti i cuochi sanno, 250grammi di farina equivalgono a due manciate medie, ma noi abbiamo le mani delicate e piccine quindi gettiamone tre, nel mixer.
Ancora un cicinino, valà, ché la farina c’è e crepi l’avarizia; uniamo poi due manciate di zucchero, quello di canna va benissimo, i tre tuorli, se uno se ne va giù nello scarico con l’albume, nessun problema, un po’ d’acqua e l’impasto con 5 minuti di mixer sarà pronto.
Vi svelerò ora un piccolo trucco, miei cari: affinché un impasto un po’ morbido, per troppa acqua, si stacchi a palla dal bicchiere del robot non si deve far altro che aggiungere altra farina e altro zucchero, semplice, no? eppure non tutti ci arrivano da soli. Bisogna esser cuochi dentro.
Et voilà.. sentite come la palla cade sul ripiano con quel bel tonfo sordo?
No, un momento… i grammi 180 di burro.
Cari Affezionati, l’ingrediente burro ci crea non pochi problemi, oggi, vero?
Ordunque il panetto è di grammi 250.
Ne avete usato trequarti per le pesche, e, guardando il tocchetto che avanza, vi renderete conto che la matematica è solo un’opinione, perché voi farete finta di averne ancora a disposizione grammi 180 e guai a chi parla, chè Rodante un’altra volta in paese non ci va di sicuro.
A questo punto molti di voi, vuoi per la stanchezza, vuoi per il gran caldo che regna in cucina, saranno tentati di lasciar perdere e chissenefrega della torta, le ospiti mangeranno le ciliegie.
Su su, animo! Non scoraggiatevi, siamo quasi alla fine e vedrete poi come sarete orgogliosi del vostro lavoro.
Alla palla di pasta aggiungete con decisione il burro e vedrete che una volta dentro il forno caldo si distribuirà da solo, senza fatica.
Togliete le pesche caramellate dal forno e noterete con candido stupore che si sono trasformate in una sorta di marmellata color terra di siena naturale, giusto quel tono che vi servirebbe per il quadro in lavorazione.
Cercate di scolare con abilità tutto il sugo nel secchiaio, senza far scivolare la Cosa e, grazie a Dio, distribuite finalmente la pasta sul composto, come viene viene, e infornate per il tempo di circa tre velature.
Un invitante profumino di croccante delizia vi avviserà che le ospiti stanno per arrivare ed è meglio lavare i pennelli.

Care Voi che mi leggete e che avete avuto la fortuna di assaggiare, lodando senza fine, la mia tarte tatin di mele con le pesche, orsù, non fate quella faccia.
Come diceva mia nonna, l’importante è cucinar sempre con le mani pulite.
E io le avevo pulitissime.

tartetatin.jpg

slurp

12-07-2006

mercatino

ff in giarina

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%gioco-.jpg

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10-07-2006

la storia dell’arte di E. Gombrich

ff in Appunti

“Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana, e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose.
Non c’è alcun male a definire arte tutte codeste attività, purché si tenga presente che questa parola può significare cose assai diverse a seconda del tempo e del luogo, e ci si renda conto che non esiste l’Arte con la A maiuscola, quell’Arte che oggi è diventata una specie di spauracchio o di feticcio. Si può rovinare un artista sostenendo che la sua opera è ottima a modo suo, ma non è Arte, e si può confondere chiunque abbia trovato bello un quadro dicendogli che non si trattava di arte, ma di qualcos’altro.”

Così Ernst Gombrich inizia a raccontare la storia dell’arte.
E proprio di un vero racconto si tratta, non di fredde e noiose lezioni, ricche di date e di termini tecnici, questo è il racconto della Vita dell’arte, dalla sua nascita ai giorni nostri.
Un racconto fatto a noi lettori con affetto, come si fa con i bambini, quando vogliamo che imparino ad apprezzar qualcosa: li prendiamo per mano e li accompagniamo, spiegando loro pregi e differenze, con pazienza, e ripetendo le cose anche cento volte, se occorre.
Leggendolo, vi sembrerà di ascoltare la voce dell’autore che vi descrive una miniatura dell’anno mille e la vedrete anche voi bella come l’Angelo di Memling o come una Madonna di Raffaello.
E vivrete i dubbi e il dramma dell’artista nel Medioevo, e sarete felici con lui quando sentirete la rinascita, nei secoli successivi, e via ancora, cambiamenti e ripensamenti.. come nella vita vera di ognuno di noi, con tutti gli alti e bassi che negli anni ci plasmano il carattere.
E come bimbi starete ad ascoltarlo, con gli occhi sgranati, mentre vi racconta, come in un romanzo d’avventure, le lotte, gli errori, gli sconvolgimenti che hanno segnato l’arte nei secoli, e vi sembrerà di vivere in diretta la sua evoluzione.
Questo è l’unico modo per affrontare piacevolmente un argomento così difficile e complesso, ché la vita dell’arte è la vita dell’uomo stesso: sono indissolubilmente legati, gioie e dolori, finchè morte non li separi.
Non è una storia semplice e la si può far amare solo raccontandola così, seduti tutti insieme a cerchio, a gambe incrociate, senza fretta.
Vorrei saper scriver meglio per riuscire a fare una recensione perfetta, una di quelle che ti spingono ad andare in libreria, questione di vita o di morte, ma questo è tutto quello che so fare e mi dispiace.
 
La storia dell’arte raccontata da Ernst H. Gombrich.

10-07-2006

in casa

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“sentirsi a casa” fferrari
alchidico 60×80

09-07-2006

barche

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“alba di due barche che non si vedono” fferrari
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08-07-2006

colore

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“colore”fferrari
olio a spatola su tavola 60×90

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