Dietro la casa dei nonni, in via Roma, passava un binario della ferrovia, e ogni quattro ore la littorina faceva tremare il pavimento.
All’inizio dell’estate il rumore mi spaventava e di notte mi svegliavo e saltavo nel letto di mia cugina Lisi, che si lamentava un po’, ma portava pazienza.
Ogni anno, però, bastavano pochi giorni di rodaggio per abituarmi, tanto che aspettavo lo sferragliare del treno per addormentarmi.
Lampo invece non riuscì mai ad abituarsi a tutto quel chiasso, e, anche da sordo, riusciva a percepire il treno che arrivava nella vicina stazione, e iniziava ad ululare tanto forte che la nonna ogni notte doveva lanciargli una ciabatta per zittirlo.
In genere poi le ciabatte non si trovavano più, Lampo le sotterrava dietro il noce grande, chissà in che punto, e dopo averne perso due o tre paia, la nonna preferì il lancio dell’acqua.
Per ricomperare le ciabatte bisognava aspettare il camion di Cesare, l’ambulante che arrivava nella piazza ogni settimana, l’acqua invece era a disposizione, visto che la fontana buttava giorno e notte.
Inutilmente, comunque, ché Lampo continuò imperterrito nel suo passatempo preferito, e anche quella notte aveva già rincorso il treno, ululando, per tutta la lunghezza del giardino.
Il pavimento della nostra camera, mia e della Lisi…o meglio della Lisi e mia, visto che era sua per tutto l’anno, e mia solo per due mesi, il pavimento, dicevo, era fatto di lunghe assi di legno chiaro, e quella notte iniziò a sfrigolare come se improvvisamente si fosse animato di vita chiacchierina.
L’ultima littorina era passata da un bel po’, Lampo ormai dormiva tutto fradicio sotto il noce, e nel silenzio totale rotto solo dal cricriccar dei grilli nottambuli, quel rumore sembrava ancora più forte.
Mi svegliai io per prima e, col cuore in gola, cercando sulla testiera del letto di ferro battuto la peretta per accendere la luce, chiamai mia cugina: c’erano sicuramente i fantasmi e io, che ero di città, non sapevo come affrontarli.
La Lisi mi aveva raccontato dell’uomo decapitato e di come girasse per la casa in cerca della sua testa, e mia zia l’aveva più volte ripresa, perché secondo lei mi spaventava inutilmente con quelle sciocche fantasie.
In realtà, era mia cugina stessa che si autospaventava e interrompeva il racconto sempre sul più bello, chiudendo con un “adesso è tardi dormiamo”, lasciandomi col cuore in gola, ma anche col desiderio di sentire ancora un pezzetto di storia paurosa.
Quella notte, sentendo lo strano scricchiolio, mi spaventai parecchio, ma nello stesso tempo l’idea di vedere il fantasma, così su due piedi, m’incuriosiva un po’.
E se fosse stata un’apparizione, invece del fantasma?
Io mi consideravo una bambina buonissima, a parte l’episodio della Pinuccia ed altri piccoli incidenti che non sto qui a raccontare, e quindi non potevo certo escludere un’eventuale apparizione miracolosa.
Era capitato a tanti bambini, ce lo aveva raccontato il parroco a Catechismo, quindi poteva succedere anche a me, no?
In realtà, quando la sera recitavo le preghiere, prima di quella finale, Angelo di Dio che sei il mio custode, aggiungevo sempre un generico per favore non apparitemi stanotte, ché poi mi spavento.
Era un appello indirizzato a tutti quei Santi e anche più Su, tipo l’occhio di Dio dentro il triangolo, che magari si erano messi in testa di venirmi a far complimenti per la mia assoluta bontà. Andassero pure da altri bambini, insomma.
Le apparizioni però illuminavano sempre le stanze a giorno, e invece la nostra camera era solo rischiarata dalla luce del lampadario…luce si fa per dire, visto che era una lampadina da 20 candele, ché la nonna sosteneva che a letto la luce non serve, si tace si dorme e ci si sveglia presto.
Si trattava sicuramente del fantasma ed era meglio affrontarlo in due, e poi mia cugina era più grande, aveva dodici anni, ben cinque anni più di me.
Nel cassetto del comò, lei, teneva nascosto il reggiseno che la sua amica Marica le aveva imprestato e lo indossava, di nascosto, imbottito di cotone idrofilo.
E girava davanti allo specchio dell’armadio, con le ciabatte di sua mamma, quelle col tacchetto di tre dita e si dava un sacco d’arie.
Un’invidia tremenda, quel reggiseno lì, e non voleva proprio farmelo provare, ché, secondo lei, ero troppo piccina…figurati, era grande lei, che non aveva nemmeno i calzettoni traforati!
E poi io le scarpe col tacchetto le avevo di mio, erano quelle della Prima Comunione, bianche col cinturino alla caviglia, però, mannaggia, la mamma non me le aveva messe nella valigia.
A volte la vita ci costringe a scelte difficili, e, visto che non c’era verso di farci un giro con quel bellissimo reggiseno, non mi restò che far la spia a mia zia, la quale requisì immediatamente il prezioso indumento, restituendolo alla proprietaria, e mise in castigo la Lisi che non mi parlò più per il resto della vacanza: solo tre giorni, per fortuna, ché avevo calcolato bene i tempi, io.
Per fortuna quella notte eravamo ancora amiche, il reggiseno se ne stava piegato tranquillo, nascosto nel comò, e quindi appena la chiamai, la Lisi mi rispose subito, senza ringhiare:
<cossa xe che ti vol?>
<Parla pianino..c’è il fantasma! Senti che rumore sta facendo?>
In effetti, quello che si sentiva era una sorta di brusio continuo, come uno strascicar di piedi morti sul pavimento.. e, in ginocchio e con l’orecchio attaccato in terra, cercammo di capire se erano davvero dei passi.. tutti sanno che sotto i pavimenti ci son stanze nascoste, dove vivono fantasmi, gnomi e locuste.
A dir la verità io non sapevo bene cosa fossero mai queste locuste, ma da quello che ci aveva raccontato il parroco, dovevano essere animali enormi e tremendi, come i mostri del libro di mio fratello.
Anche la Manna non avevo capito bene cosa fosse, non riuscivo proprio a darle una forma, alla Manna…sapevo solo che doveva esser buonissima, ma era rotonda tipo torta? O come un cremino tuttifrutti? No. Doveva essere come la panna montata.
D’altra parte se si chiamava così, un motivo c’era sicuramente, era la panna di quei tempi là, quando all’improvviso pioveva in testa lattemiele a bambini e grandi senza coni e senza scodellini di carta.
Per non parlar della pioggia di rane…tempi strani, quelli.
Ma come eravamo arrivati alla Manna? Ah sì, le locuste.
Dovevano senz’altro essere locuste infuriate, quelle che si sentivano sotto il pavimento.
Miliardi di locuste che volevano uscir fuori per mangiar le gambe delle bambine col reggiseno nascosto, altro che fantasma senza testa!
E quella volta fui io a spaventar la Lisi, che corse giù dalle scale piangendo disperata, lasciandomi da sola ad affrontare il pericolo.
Arrivò subito la nonna, anche lei spaventata dal rumore, e mi afferrò per un braccio e mi fece fare i gradini a due a due con i piedini che sfioravano appena il pavimento, mi portò nella sua camera, e mi fece passare il resto della notte nel suo lettone.
Ma quello non era il letto della mia mamma e lei era lontanissima, e invidiavo la Lisi che invece aveva la sua lì, accanto a lei, e l’avrebbe difesa dai denti delle locuste.
E anche la nonna era, sì, la nonna, ma era più della Lisi che mia, come la camera e la casa, del resto…
E io ero sola. E incominciai a piangere e a voler tornare a casa mia, dove non c’erano le locuste, ché il pavimento era di marmo e non ci fu verso di calmarmi.
La nonna, per farmi tacere, mi promise che il mattino dopo mi avrebbe riportato a casa, col treno: dovevo solo aspettare che la luna diventasse sole.
E ricordo che mi addormentai guardando fuori dalla finestra la luna rotonda.
Il mattino dopo, mi svegliò una gran confusione, mia cugina era già alzata e mi spiegò che il nonno all’alba aveva alzato un’asse del pavimento, ed erano uscite miliardi, non di locuste, ma di formiche alate e se il parroco non ne aveva parlato, voleva dire che erano innocue.
La stanza era davvero tutta nera e sembrava che si muovesse intorno a noi.
Vennero anche dal paese a vedere lo strano fenomeno e Torìdo ricordò che era successo anche tanti anni prima, nello stesso periodo della morìa delle galline, e che le disgrazie capitavano quando non pioveva per tanto tempo.
Fosse ancora vivo Torido non ci sarebbe stato nessun allarme aviaria, lui sapeva che tutto accadeva sempre per colpa della siccità o della luna o del vento Trimestrin.
Il nonno e altri uomini, vestiti con enormi tute, affumicarono la stanza, e poi raccolsero interi sacchetti di quelle povere formiche alate che avevano avuto la sfortuna di far i nidi sotto il nostro pavimento.
Passato il pericolo locuste, sparì anche la nostalgia, di tornare a casa non se ne parlò più e si pensò solo a giocar nei campi con Lampo e a far merenda sotto il pergolato di uva fragola.
Fino al giorno che feci la spia, ché le locuste in confronto alla Lisi arrabbiata erano pinzillacchere, eh?!
scrittore anonimamente anonimo