Francesca Ferrari Weblog

31-05-2006

domani?

ff in galleria

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“forse” fferrari
olio su tela 140×100

30-05-2006

mani e petali

ff in disegni

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“mani&rose” fferrari
grafite 6B su carta

E’ meglio andar per rose o per pampogne?

…a volte per pampogne, direi.

29-05-2006

idem

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“senzaparlare” fferrari
olio su tela 70×120

29-05-2006

ancora

ff in galleria

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“senzaparole” fferrari
olio su tela 70×120

26-05-2006

tronchi di vita

ff in galleria

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“sera” fferrari
olio su tela 60×140

25-05-2006

sogno o son desta?

ff in giarina

Ho fatto un sogno.
Io ed il Trequarti eravamo invitati ad una di quelle colazioni che si chiaman così, anche se si parla dell’una e mezza e non delle otto del mattino, e la cornice era da favola antica.
Un castello con tanto di segrete, che affacciandosi su una magnifica valle, salutava, con la sua imponente torre, quello di Matilde di Canossa
E sognavo che ascoltavo il racconto di fantasmi e signorotti crudeli, e mi sembrava quasi di vederla la Matilde, laggiù, affacciata alla finestra, a guardar Enrico inginocchiato nella neve, già pronta a spazzar via la cenere dal pavimento.
Ed era tutto così vero che quasi mi veniva d’istinto tener su con la manina, la coda di un vestito di velluto damascato, mentre il padrone di casa mi accompagnava fin su, sulla torre, raccontandomi del Petrarca.
E tu pensa che io lo vedevo davvero mentre seduto a tavolino, nell’incavo della piccola finestra, scriveva l’Africa, guardando ogni tanto quel panorama da favola, con la penna d’oca in bocca.
E il sogno continuava, e si entrava poi in una sala affrescata, in una parete un grande camino e nelle altre sguardi incorniciati di personaggi severi..ed eccoci tutti seduti attorno alla lunga tavola, vestita con una candida tovaglia ricca di pizzi antichi.
Bicchieri di cristallo, piatti di fine porcellana…conversazione brillante, da vero sogno, insomma.
Ma ad un tratto tutta questa perfezione si è incrinata, ché, per colpa di una gomitata maldestra, la candida tovaglia pizzuta si è colorata di un bel rosso Brunello.
E in quel momento una gioia grande ha pervaso l’anima mia tutta. E nonostante l’aplomb da principessa vera, i miei occhi hanno incominciato a brillare come festosi fuochi d’artificio.
Il ricordo di questa Nemesi gentile, che mi ripaga delle sgridate per i miei mille inciampi ed i miei duemila errori, ancora adesso mi fa guardare al futuro con sereno ottimismo: anche impegnandomi, non potrò mai far di peggio.
Il gomito non era il mio, ma del Capo e il sogno non era un sogno, ma una realissima realtà, anche se è così bella da sembrarmi ancora adesso un sogno.

Finalmente ho la certezza che esiste una giustizia divina.

Ioguido: “…Finalmente ho la certezza che esiste una giustizia divina”. O meglio, una giustizia divino!

 

25-05-2006

stefania mainardi

ff in scuola

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“senzatitolo” Stefania Mainardi
acrilico su tela

La mia ricerca del linguaggio artistico si svolge spaziando da varie fonti espressive: un noto pittore vedendo i miei quadri ha esclamato: “ Da Magritte a Policleto…” rivolgendomi un grande complimento!
I soggetti che popolano le tele sono statue classiche - o meglio parti di esse - che con la loro plasticità, già mediata dall’Arte, acquisiscono il forte impatto semantico del simbolo, all’interno di una dimensione astratta e quasi surreale. Il contesto compositivo razionale in cui sono immesse, diventa così la sintesi dello spazio e del tempo, ove la mediazione  dell’incontro tra i due universi viene resa possibile dall’oggetto artistico rappresentato.
 Il valore evocativo e simbolico  si concretizza  nella metafora  espressa dalle figure spezzate, come continuità del percorso iniziato dall’Arte antica e impossibilità di un suo compimento nel presente, rappresentata dal loro essere interrotte eppure così significanti oltre il modello: esse  sono l’epifania del mito, archetipo di valori immutabili, “monumenti“ dell’antico, lo esaltano come immoti simulacri  di una perfezione che oggi può essere solo suggerita ……

        Stafania Mainardi

22-05-2006

giochiamo alle signore?

ff in giarina

Giochiamo alle Signore? Alla Daniela e alla Tata piaceva un sacco giocare alle Signore, a me un po’ meno, anche perché loro erano più grandi e io dovevo sempre far la figlia e obbedire.
Riuscii a vendicarmi solo con l’arrivo della Paolina, la sorellina della Tata, appena fu in grado di camminare.
Dietro la casa, il giardino del condominio era a disposizione di noi bambini. Quando si univano a noi i maschi, allora la scelta del gioco era dettata dalla loro voglia di far chiasso e di correre e quindi verteva su quattro cantoni o strega sollevata o bandiera.
Se invece eravamo solo noi femmine, allora ci si agghindava con canovacci, collanine e cappelli vecchi e si giocava alle Signore.
Un muretto, che mi sembrava altissimo, tanto che per far spesa, mi dovevo alzare in punta di piedi, si trasformava in tutta una serie di negozi.
Allora non c’erano i supermercati, quindi il muretto veniva diviso col gesso da muratore in tanti settori: Aldo, il macellaio, con bistecche fatte con fogli di giornale, Pinazzi, il negozio di alimentari, con gli spaghetti fatti con rametti spogliati da quelle foglie che, picchiettate con un sasso appuntito, si trasformavano in fette di salame, e lo zucchero e la farina, che allora si compravano ancora sfusi, erano di sabbia grigia.
E poi la fantasia creava merce e negozi di ogni tipo, usando però sempre le stesse materie prime: sassi strani, erba, rametti, sabbia e giornali.
La nostra casa era il marciapiede che girava attorno al condominio, il pezzo di gesso delimitava le stanze, e io dovevo sempre andare a letto in camera mia.
A pensarci bene, non mi sono mai chiesta come mai avessi due mamme. Ubbidivo e basta.
Avevamo anche l’automobile, e quando le mie mamme lo decidevano, ci si sedeva tutte e tre in fila sul gradino del marciapiede, e si partiva non appena riuscivano ad infilare una vecchia chiave nel cemento sgrufoloso che intonacava il muro.
E si facevano gite belle quasi come quelle vere.
Giocare alle Signore ci faceva sentire importanti, sembrava l’unico scopo dell’esistenza, e tu pensa alle stranezze della vita, adesso che potremmo giocarci tutto il giorno, cerchiamo di svicolare e di imbrogliar sulla conta, magari per correre a vuoto attorno ad un niente.
Venerdì sera però sono tornata indietro nel tempo e ho giocato ancora alle Signore.
Nella mia vita da grande, sono uscita raramente da sola, qualche cena della scuola, qualche Santa Lucia con le mogli degli amici del capo, ma venerdì sono veramente uscita da sola, con amiche nuove. Amiche solo mie.
E mi sono divertita un sacco. E’ stato un po’ tornar bambina, senza dover obbedire a nessuna mamma, però. Una bella sensazione di libertà. Fresca e pulita.
Alle dieci, in pratica all’antipasto, a me era venuta l’ansia di fare incontri tremendi, nel tornare col buio e continuavo a guardar l’orologio, sperando che la mia accompagnatrice-pilota, decidesse di alzarsi per tornare a casa.
Per fortuna non l’ha fatto e, tra racconti e discorsi seri, conoscenze nuove e interessanti, il tempo è volato e la mezzanotte è arrivata in un battibaleno.
Non facendo una gran vita mondana, non uscivo da tempo, e ho visto che in città la mezzanotte passata sembra pieno pomeriggio: gente che passeggia e chiacchiera ai tavolini dei bar.
Niente da temere quindi.
E tutto sarebbe andato a meraviglia se non avessi lasciato il cellulare silenzioso, ché,  quando son tornata, all’una, il capo era in procinto di chiamar tutti gli ospedali della provincia.
Adesso sono in castigo.
Ma ne valeva la pena.

Penso che scapperò dalla finestra.
 

21-05-2006

tronchi di vita

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attesa” fferrari
olio su tela 120×80

20-05-2006

laura grassi

ff in scuola

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“pensieri” Laura Grassi
acrilico su tela 30×40 

“ Mi chiamo Laura Grassi e da sei anni frequento la Scuola con molto entusiasmo.
Ho partecipato a numerose mostre, organizzate assieme alle mie colleghe, esponendo lavori eseguiti ad acrilico e pennello.
Mi appassiona esplorare il dettaglio, riproducendo in maniera realistica i soggetti che scelgo da riviste e da fotografie, quasi sempre donne o bambini ritratti nei diversi momenti della loro vita.
Frequentare un ambiente che ospita persone con gli stessi interessi mi ha aiutato a trovare un mio equilibrio ed a capire meglio le mie inclinazioni artistiche, approfondendo nel medesimo tempo tecnica e manualità.”
 

18-05-2006

lettera

ff in lettere

Cara Francesca,
ogni tanto rifletto sulla pittura, e attraverso quella che conosco, anche a quelle sue naturali estensioni che sono le arti visive in generale. Lo faccio con la limitatezza che caratterizza il pensiero personale di ognuno di noi, di solito influenzato da quelle mille cose (spesso inutili e fuorvianti) che sono gli studi, il censo, l’abitudine o le frequentazioni, in tutte le - a loro volta - innumerevoli sfumature.
Questa premessa è doverosa. Un po’ perché ho raggiunto quell’età per cui le premesse sono spesso più importanti dei concetti, ma soprattutto perché le premesse più delle opinioni, rappresentano un invito onesto alla riflessione.
E’ una mia riflessione quella che intendo condividere. L’opinione che mi sono fatta non è così importante.
L’arte astratta ha fatto il suo tempo. Ha dato tutto lo straordinario che poteva dare e ha dato tutto il peggio. Il tempo che, nel respiro capillare e secolare dell’arte, anche le ultime periferie se ne accorgano, e riposerà in pace, ben selezionata, sulle pagine dei libri cui è affidata la storia.
Tornerò sul concetto di periferie, ma più avanti.
L’arte figurativa è in piena rinascita. Non ha mai smesso di darci tutto lo straordinario che può dare, e la selezione del peggio è sempre stata talmente semplice e immediata che raramente ha creato disturbo o contaminazione.
Il tempo che anche le periferie se ne accorgano, e il”metro” di sensibilità su cui le arti visive si misureranno sarà solo quello figurativo.
Le periferie, come vedi, sono al centro di questa trasformazione, la filtreranno da ambedue le parti, e sarà interessante osservarle in questa loro funzione.
Da una parte sarà duro abbattere tutto quel sistema ingannevolmente permissivo di assurda semplicità dell’espressione, di privilegi acquisiti senza merito nei compartimenti stagni della provincia e della provincialità, dell’enorme valore commerciale che questo ancora rappresenta soprattutto nelle periferie, dell’arte astratta.
Dall’altra sarà altrettanto dura l’accettazione di un “metodo” soprattutto meritocratico, e quindi faticoso, ostico, meno facile commercialmente
e più impegnativo per chi, a vario titolo, si occuperà di arte visiva.
Ma le periferie hanno una qualità che da sempre le contraddistingue: arriva e viene accettato tutto il nuovo, anche se in ritardo.
Le ultime cento grandi mostre mondiali dedicate all’arte, vedono il figurativo avanzare.
A Firenze o a Venezia, come a New York o Parigi, certi ambienti non guardano più all’astratto.
Possono celebrarlo, forse, quotando ancora qualche guru milioni di dollari, ma finiscono per celebrarlo più per il percorso antropologico e sociale che per
l’opera.
Già cinque anni fa si metteva fortemente in discussione Jackson Pollock, ad esempio, e a tutti i livelli, periferie escluse.
Già oggi sono pronti nuovi artisti pronti a riversare maestria tecnica e tensione e passione e cuore in un florilegio di ritratti, nature morte, paesaggi.
Una modalità che, man mano che chi si affaccia all’arte (a qualsiasi età), sarà disposta ad alimentare quel sistema di valori rappresentato dallo studio rigoroso e puntuale, dall’esercizio costante, dal recupero dell’introspezione filosofica, e dal rifiuto sprezzante di ogni atteggiamento non perfettamente coincidente al proprio spessore e alla personalità di chi tiene in mano il pennello, con la consapevolezza che questo (già come semplice strumento) richiede, diventerà un vero e proprio contagio.
Mi piace pensare che proprio nelle periferie, così come è avvenuto in passato, potrà esserci quel serbatoio di talenti che, affermando il “nuovo” del figurativo, rivoluzionerà e smantellerà definitivamente il concetto estetico del fine a se stesso o al proprio privilegio, che le caratterizza oggi.
Credimi Francesca, non ci dividono molti anni dal giorno in cui le tele maltrattate da tagli e ipotetiche geometrie della psiche, potranno essere battute all’asta solo in autogrill.

Tuo Ulisse Sifossifoco.

 

Un bellissimo regalo questa lettera di ulisse. Risponde ai tanti dubbi che in questo periodo mi passano per la mente. Ho spesso la sensazione che la pittura paesaggistica sia considerata di serie B, al punto che nelle ultime mostre alle quali ho partecipato, mi sono sentita come un pesce fuor d’acqua.
E mi sono anche chiesta se vale la pena continuare a lavorare per descrivere atmosfere che sono solo mie, usando però un linguaggio chiaro a tutti, parlandovi con un cielo, con una montagna laggiù e con le uniche figure vive che io dipingo, le piante.

Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensate voi che leggete, non dei miei quadri, ovvio, (anche perchè rischiereste di esser slinkati), ma di questo ritorno ad una pittura formale che ulisse auspica.

La cassetta delle lettere è aperta.

 

Nemmeno io ho la preparazione per dissertare sul valore di un’arte, quella astratta, che, oltretutto, mi è anche molto lontana, ma qui si chiacchiera, così, tra amici, e nessuno pretende di far lezione o di insegnare qualcosa.
Magari, aggiungo, ché, per quel che mi riguarda, sono sempre pronta ad imparare, a capire meglio e anche a tornar sui miei passi, se capisco di aver sbagliato ( non è mai successo nella vita, d’altra parte se son principessa ci sarà il suo bel perché, no?ma non si sa mai..)
Tornando al tema, per quanto riguarda i grandi del passato, devo fidarmi del parere di esperti che hanno dedicato anche tutta una vita allo studio di pensieri, retropensieri e spiegazioni, io in realtà ho delle difficoltà a capire anche questi capolavori, ma questo è un limite mio, lo so.
Certo, degli esperti mi fido e voglio pensare a criteri dettati dalla buonafede e da approfondimenti che io non sono in grado di fare, ma, portate pazienza, quando si tratta di quell’arte contemporanea che incontro nelle mostre, mi sorgono mille dubbi.
È lodevole la creatività, l’ingegno, il gusto nell’abbinar colori, ma tutto il lavoro concettuale è lasciato a te che guardi l’opera, che in questo caso assume quasi una valenza (ossignùr come mi sento cool a dir valenza) psichiatrica, tipo le macchie di Roschach: hai dei problemi? in quel macchione nero vedrai il male del mondo, stai bene? allora sarà un volo meraviglioso di un’io libero di spaziare.
Ho sentito discorsi da far accapponar la pelle..mettere in evidenza particolari che io sapevo invece assolutamente nati dal caso o peggio ancora da errori irrimediabili.
Anatomie sbagliate fatte passare per volute deformazioni della mente, prospettive assurde, ma ormai fissate con la vernice, sono diventate deformazioni astrali di uno spazio convesso e via dicendo.
Ed è naturale, quindi, che vivendo all’interno di questo mondo, seguendo spesso la nascita di opere cosiddette informali, un po’ di diffidenza mi annebbi il giudizio.
E poi sarà una deformazione professionale, la mia, ma come il nonno di Gabriella ( chi ha fatto dello spirito per via dell’età, fili dietro la lavagna in ginocchio sui ceci crudi, ché sarebbe di lusso sui ceci cotti) come lui, so quanta fatica ci vuole per pensare prima e realizzare poi, attraverso schizzi, bozzetti prove su prove, un quadro, e quando vedo due righe blu su fondo rosso, mi vien da dire ecchecaspita, lo ha fatto in 10 minuti.
Qualcuno di voi mi potrà anche obiettare che l’arte non si misura a ore, tu Manu mi dici che l’arte astratta richiede impegno e tecnica al pari di quella figurativa, magari fosse così, lo vorrei vedere però quel lavoro di anni, e invece non succede mai.
Tutti i grandi astrattisti hanno alle spalle un passato figurativo, e io lo vorrei vedere anche nei contemporanei, quel passato, senza il quale un pittore non si può definire tale, sempre secondo me (e terzo guido) naturalmente.
L’astrazione è una delle naturali evoluzioni della vita pittorica di un artista e chissà, forse fra cento anni anch’io mi trasformerò in colori senza forme, ma allora ci sarà tutto un lavoro di anni precedenti che servirà come traduttore, farà da ponte tra le mie macchie e voi (sempre che anche voi abbiate il dono della longevità, ovvio) e vi permetterà di capire ciò che voglio dire, poiché per me, un quadro è soprattutto comunicazione.
È un bisogno di parlare senza parole, e, per quel che mi riguarda, è un farvi partecipi del mio mondo, e vi assicuro che spesso non è facile, e può essere anche molto doloroso.

Come sono andata?

17-05-2006

gita

ff in giarina

Ieri la Metallina mi ha chiesto come mai non vi porto più in gita e allora stamattina mi sono alzata presto, alle cinque, ed ho organizzato tutto.Purtroppo non ho trovato il Pullman.
Vi dovrete accontentare del solito fiat ducato del ‘63.
E’ in discrete condizioni, ma con un piccolo problema: ha solo sette posti a sedere.
Ho sistemato qualche poltroncina da regista sul tetto e un carrellino tipo roulotte dietro.
Secondo me sarebbe giusto lasciare i posti all’interno della vettura alle femminucce e spedire i maschietti al piano superiore.
Ma per carità non voglio discussioni, tirate a sorte, ché è meglio.
Ho anche provveduto all’ombrellone, per il sole, lo reggerete a turno e attenti a non farlo volar via.
Avete portato la merenda? Mi raccomando le briciole, ragazzi! L’anno scorso mi toccava pulire fino a notte, quest’anno sono più anziana e tornerò molto stanca.
Siete tutti seduti? Bene, si parte, e, guidando, vi racconterò una favoletta.
Tutti quelli che la conoscono già stiano zitti per favore, e facciano il gioco delle categorie, senza litigare.
Avvisatemi solo quando ci sono le curve.
Allora:
C’era una volta un’acquila, una ragazza strana che non volava come le altre sue compagne, poiché era molto più tozza e pesante.
Ogni tanto apriva le ali, accennava una corsetta, tutta traballante e, flap-flap-flap, cercava di spiccare il volo.
Il risultato, ahimè, era di dare delle “smusate” per terra o contro le piante, tanto che il suo becco affusolato ed appuntito si era piegato come un uncino.
Ma lei amava vivere sulla terra, zampettava contenta da un posto all’altro, ridendo e scherzando con gli altri animali, se c’era una festa, lei era sempre invitata.
Era una compagnona, insomma, amata e cercata da tutti.
Giocava spesso con l’acqua del ruscello, erano grandi amiche, quasi sorelle, e faceva lunghe nuotate tra le sue onde cristalline.
Si rincorrevano tra le montagne, l’acqua la schizzava e l’acquila rideva felice.
Ma un brutto giorno, mentre se ne stava seduta sulla riva, con le zampette a mollo, ed ascoltare il racconto continuo e dolce della sua fresca compagna di giochi, la vide, dall’alto, il Signore del cielo.
A lui non sfugge mai nulla, altrimenti che Signore del cielo sarebbe , ecchediamine, e, ahimè, si accorse anche di quel terribile errore.
Chiamò l’acquila al suo cospetto, la guardò con severità, non riuscendo a capacitarsi, di una svista così imperdonabile.
Stava forse perdendo dei colpi?Un po’ perplesso, prese dalla tasca una grossa gommapane, cancellò quella c vergognosa e…

pafff

l’aquila, si trasformò un uno splendido animale agile e maestoso!
Le sue ali aperte coprivano il mondo intero e le bastava un solo flap, per salire su-su, fino al sole.
Era talmente felice che non vedeva l’ora di mostrare il miracolo agli amici, ma purtroppo nessuno la riconosceva, anzi, appena arrivava, scappavano tutti terrorizzati.
Nemmeno l’acqua la volle più vicina, cercò perfino di afferrarla per portarla giù, sul fondo, tra i sassi scivolosi.
Ecco perchè da quel giorno l’aquila abita sulle vette delle montagne più alte, e vola, padrona delle nuvole, ma triste e in totale solitudine.
Ogni mattina, al sorgere del sole, apre le sue ali maestose e sorvola quei posti dove aveva vissuto, sì, con un errore appiccicato addosso, ma felice più che mai e piange lacrime di rabbia, per tutta la sua inutile perfezione.

Ma santalò…perchè dormite tutti?!
Siamo arrivati!

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“gita” fferrari
olio su tela120×120

16-05-2006

vivere

ff in Appunti

E come già dissi una volta, resto sempre piacevolmente colpita dall’inutilità del mio dire e del mio fare.

15-05-2006

portobello

ff in giarina

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14-05-2006

domani

ff in foto

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Un domani soddisfatti o rimborsati.

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