Francesca Ferrari Weblog

16-03-2010

pubblico che va e pubblico che affolla

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Da Tiziano a Pollock - In giro per mostre e musei” Paolo De Marchi

Il pubblico che va alle mostre

La stagione delle mostre milanesi, che sta ormai volgendo al termine, e che qualche mese fa ci auguravamo riprendesse gli elevati standards di un tempo, ha effettivamente mantenuto le sue promesse. Sarebbe troppo lungo, evidentemente, tentare qui una anche sommaria panoramica delle principali esposizioni, pubbliche e private, che sono state allestite quest’anno.
Basterà ricordare alcune mostre di Palazzo reale, come quella di Sironi, di Kandinsky, di Munch (la cui vastissima retrospettiva ha permesso di valutare i pregi ma soprattutto i limiti di questo maestro dell’arte moderna), di Santomaso, dei 35 quadri impressionisti e postimpressionisti della collezione del Reader’s Digest; oppure alcune mostre di Brera, come quella di Fussli, del Boccioni prefuturista( una mostra esemplare per puntualità e rigore)e delle opere su carta di Morandi; e infine alcune mostre del Pac, come quella rara e prziosa di Vantongerloo e quella degli Otto pittori italiani. E ancora, per quanto riguarda le gallerie private,occorrerà almeno menzionare le ampie mostre di Afro (Daverio), di Picabia,e di Arnaldo Pomodoro (Studio Marconi)
Non vogliamo, qui, soffermarci sull’analisi di queste esposizioni, bensì proporre qualche considerazione generale sul pubblico che va alle mostre. alcune delle quali sono risultate praticamente invisibili perché-fuori-assediate da code interminabili e -dentro-, per chi avesse avuto la fortuna di penetrarvi- ostruite da muraglie umane assiepate e vocianti dinanzi alle opere esposte; mentre altre, e non le meno interessanti, sono rimaste pressoché deserte. Ebbene proprio queste greggi di persone che a comando belano la propria bramosia di abbeverarsi alla fonte purissima dell’arte, ci fanno dubitare che abbiano effettivamente sete: perché la sete dell’arte ci are fenomeno rigorosamente e strettamente privato, che non è possibile soddisfare in massa, masticando chewing-gum e bevendo Coca-Cola.
E similmente, proprio questa smania collettiva di fruizione artistica, inspiegabile sul piano della logica e del buon senso (promanando da persone apparentemente avvinte, d’ordinario, da interessi magari degnissimi, ma di ordine qualitativamente diverso, proprio perché perseguibili, appunto, in massa), fa nascere in noi i più forti sospetti sulla sua credibilità.
Dubbi e sospetti, dunque: ma non per qualche aristocratica superiorità, bensì per i motivi di fatto: chi si sia solo guardato attorno, invero, avrà senz’altro notato lo scarso coinvolgimento delle mandrie bivaccanti nelle sale faticosamente occupate, la solida disattenzione con cui seguivano la laboriose spiegazioni dei loro più o meno improvvisati ciceroni ( e stupirebbe il contrario, se solo si riflette sulla totale impreparazione con cui, di solito, l’assalto alla mostra viene intrapreso), infine il tangibile sollievo con cui- per usare una frase cara a Maurizio Costanzo, mentore ideale delle masse nostrane-”guadagnano l’uscita”.
Ma c’è un’altra considerazione che c’induce a quei dubbi e a quei sospetti: e cioè il fatto che quelle stesse masse che fanno a pugni per per entrare in mostre alla moda( come quella di Munch e di Kandinsky, o magari la non esaltante collezione Reader’s Digest) quelle stesse masse disertano poi con serena fermezza altre mostre altrettanto interessanti, e soprattutto i musei cittadini, dei quali forse ignorano perfino l’esistenza, e che anche la domenica costituiscono un rifugio tranquillo e accogliente (quando sono aperti, naturalmente).
Ed eccoci allora al punto centrale del discorso. Come sempre nelle cose cose dello spirito, occorre umiltà, studio, lavoro, tenace sforzo di approfondimento, e soprattutto tempo di buona qualità, per arrivare a risultati apprezzabile-nel caso della poesia-alla formazione di un gusto personale: non basta cioè l’approccio magari entusiasta ma occasionale, l’intuizione brillante ma superficiale, la sensibilità nativa ma non educata con pazienza e serietà. E invece il dilettantismo orecchiante e frivolo, che produce soltanto giudizi soggettivi e rozzi, è il vizio diffuso e contagioso di una cultura falsa, facilistica e del tutto velleitaria ed estemporanea come quella attuale: una cultura che ha smesso di credere nella verità, e che quindi si avventa come un moscone impazzito, contro i vetri della finestra, nella vana ricerca della luce e dell’aria aperta. (Ricordiamo ancora il cartello, fra lo stupido e il minaccioso che pochi anni fa, all’ingresso di mostra sull’astrattismo, avvertiva: “La visita della mostra richiede almeno due ore” (cfr. pag. 210): e mentre al visitatore preparato poteva bastare metà di quel tempo, allo sprovveduto non sarebbero bastate nemmeno due settimane, in mancanza degli strumenti necessari per capire qualcosa. Ma tant’è: quel demagogico cartello sembrava promettere a tutti, anche agli sprovveduti, il conseguimento del risultato).
La conclusione allora è che le mostre- spesso ottime-finiscono per servire a poco, se non contribuiscono a educare il gusto e a “fare cultura”: e come potrebbero, quando costituiscono solo una sporadica, se non l’unica, occasione d’incontro con l’arte, e se il problema dell’educazione artistica non si pone, con serietà, fin dai primi anni di scuola e non viene affrontato, sempre con serietà, con i ragazzi più grandi? Ma questo è un argomento che porterebbe lontano, e basti qui l’averlo accennato.
(1986)

Considerazioni sulle mostre&affini che meritano d’esser lette.

(…ecco, sabato, alla mia mostra gente ce n’era tanta, ma da lì a dir che c’era la fila con ressa, ne corre. forse dovevo metter fuori il cartello “attenzione per visitare la mostra occorre un buon quarto d’ora tutto intero”?)

27-11-2009

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fferrari

28-10-2009

ruskin

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[…]
Scegli dunque una stretta porzione di cielo al tramonto che puoi vedere abitualmente, tra i rami degli alberi o tra due comignoli, o nell’angolo della finestra che preferisci, e cerca di ombreggiare un pezzetto di carta bianca con la stessa gradualità del cielo-non con la stessa tenerezza, no non puoi farlo senza colori, anzi nemmeno con essi, però lo puoi fare con la stessa gradualità; o almeno, se perdi la pazienza con le tue righe e le macchie d’inchiostro, nel guardare la bellezza del cielo sarai divenuto più consapevole di tale bellezza, e questa è cosa di cui essere riconoscenti.
[…]

Tuo devotissimo

J. Ruskin

13-06-2008

leonardo

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48. Della vita del pittore nel suo studio

Acciocché la prosperità del corpo non guasti quella dell’ingegno, il pittore ovvero il disegnatore deve essere solitario, e massime quando è intento alle speculazioni e considerazioni, che continuamente apparendo dinanzi agli occhi danno materia alla memoria di essere bene riservate. E se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo, e se sarai accompagnato da un solo compagno, sarai mezzo tuo, e tanto meno quando sarà maggiore la indiscrezione della sua pratica. E se sarai con più, cadrai di più in simile inconveniente; e se tu volessi dire: io farò a mio modo, io mi ritrarrò in parte per poter meglio speculare le forme delle cose naturali, dico questo potersi malfare perché non potresti fare che spesso non prestassi orecchio alle loro ciance. E non si può servire a due signori; tu faresti male l’ufficio del tuo compagno, e peggio l’effetto della speculazione dell’arte. E se tu dirai: io mi trarrò tanto in parte che le loro parole non mi perverranno e e non mi daranno impaccio, io in questo ti dico che saresti tenuto matto, ma vedi che così facendo tu saresti pur solo?

“Trattato della pittura” Leonardo da Vinci.

06-12-2007

jewel

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“matita&primapagina” fferrari

05-12-2007

addie

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“matita&ultimapagina” fferrari

04-12-2007

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“Mentre morivo” William Faulkner.

22-11-2007

lettere

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Mio caro Bernard,
[…]
Ecco lo schizzo di un seminatore: vasto terreno di zolle di terra arata, in gran parte di un viola deciso. Campo di grano maturo, d’un tono ocra giallo con un po’ di carminio. Il cielo, giallo cromo chiaro quasi come il sole che è giallo cromo1 con un po’ di bianco, mentre il resto del cielo è giallo cromo1 e 2 mescolati. Quindi molto giallo.
[…]
Ma quando dunque farò il cielo stellato che tanto mi preoccupa. Ohimè! Ohimè! è proprio come dice l’ottimo compagno Cyprien: i quadri più belli sono quelli che si sognano fumando la pipa in salotto, ma che non si fanno. Eppure si tratta di mettercisi, per quanto incompetenti ci si senta faccia a faccia con le perfezioni ineffabili degli splendori gloriosi della natura.
[…]
Ecco ancora un paesaggio. Tramonto? Luna che sorge? In tutti i casi, sole d’estate. Città viola, astro giallo, cielo blu-verde. Il grano ha tutti i toni oro antico, rame, oro verde o rosso, oro giallo, bronzo giallo, verde-rosso. Tela 30, quadrata. L’ho dipinta in pieno Mistral, il cavalletto era fissato a terra con dei picchetti di ferro, sistema che ti raccomando. […]
t.à t.
Vincent

Mio caro compagno Bernard,
[…]
Qualche volta mi dispiace di non riuscire a decidermi di lavorare di più in casa e di fantasia. Certamente l’immaginazione è una facoltà che dobbiamo sviluppare e lei sola può renderci capaci di creare una natura più esaltante e più consolatrice di quello che un semplice colpo d’occhio sulla realtà- che vediamo mutevole, passare veloce come un lampo-ci fa scorgere. Un cielo stellato, to’, è una cosa che vorrei provare a fare, come di giorno cercherò di dipingere un prato verde stellato di denti di leone. Come però riuscirci se non decidendomi di lavorare in casa e di immaginazione. Questo quindi a mia critica e tua lode. Attualmente sono assorbito dagli alberi da frutto in fiore, peschi rosa, peri bianco-gialli. Non seguo nessun sistema di pennellata. Picchio sulla tela a tocchi irregolari che lascio come sono. Degli impasti delle parti della tela non coperte di qui e di là, degli angoli che lascio assolutamente non finiti, dei rifacimenti, dei brutalismi: insomma il risultato, sono propenso a credere, è inquietante ed irritante quanto basta per scontentare quanti hanno idee preconcette sulla tecnica. […]

t.à t.
Vincent

Vincent Van Gogh - Lettere ad un amico pittore- ed. BUR

Ed è come vederli nascere i suoi quadri. Quella notte stellata della quale hai visto le molteplici versioni riprodotte ovunque, in foto, in cartolina, nei sottobicchieri e piattini souvenir, adesso sai per quanto tempo restò nei suoi pensieri prima di prender vita sulle tele. E lo stesso sarà per i girasoli e le nature morte e i ritratti e quelle scarpe da contadino che son le mie preferite. Le vedrai nascere a poco a poco.
Solo così si arriva a conoscere un artista. Entrando nella sua vita di tutti i giorni. Intrufolandosi nella sua stanza e leggendogli sopra la spalla ciò che le biografie, anche le più accurate, non potranno mai raccontarti.

29-01-2007

“le rire” H.Bergson

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IL RISO
Saggio sul significato del comico
Henri Bergson

Bergson indica come fenomeno elementare del riso il diavolo a molla, un pupazzo che salta fuori improvvisamente da una scatola. Il mio era un burattino con tanto di campanellini sul berretto a tre punte. Non mi ha mai fatto ridere. Difficilmente mi fanno ridere i comici di professione. Rido molto più volentieri di quelli che senza saperlo son vestiti da giullare. Rido sempre di me stessa. Anche troppo. Bergson dice che spesso la comicità è legata al corpo. La comicità è fisica. Un movimento che si scosta dalla meccanicità del vivere è comico. Certo lui scrive di una comicità del secolo scorso. Oggi forse non è più così. E’ invece vero che il dramma è solo mentale. Non hai bisogno di vedere, per partecipare al dramma. Anzi i movimenti ti danno quasi fastidio. Sono inutili. Ed è vero anche che per poter ridere di qualcuno o di qualcosa si deve avere per un momento una sorta di anestesia del cuore. Le emozioni sono le grandi nemiche del riso: quindi, se vuoi ridere, metti tutti i sentimenti in stand-by. Potremo ridere di una persona per la quale proviamo affetto solo se, per un istante, dimenticheremo quell’affetto. “In una società di pure intelligenze probabilmente non si piangerebbe più, ma forse si riderebbe ancora; mentre anime invariabilmente sensibili, accordate all’unisono con la vita, in cui ogni avvenimento si prolungasse in risonanza sentimentale, non conoscerebbero né comprenderebbero il riso.” E poi bellissime le pagine nelle quali Bergson descrive l’arte. “Quale è il fine dell’arte? se la realtà colpisse direttamente i nostri sensi e la nostra coscienza, se noi potessimo entrare in comunicazione immediata con le cose e con noi stessi, io credo che l’arte sarebbe inutile, o piuttosto che noi saremmo tutti artisti, perché allora la nostra anima vibrerebbe continuamente all’unisono con la natura. I nostri occhi, aiutati dalla memoria, ritaglierebbero nello spazio e fisserebbero nel tempo quadri inimitabili. Il nostro sguardo coglierebbe al volo, scolpiti nel marmo vivente del corpo umano, frammenti di statua belli come quelli della statuaria antica. Sentiremmo cantare in fondo all’anima, come una musica a volte gaia, più spesso malinconica, sempre originale, la melodia ininterrotta della nostra vita interiore.” Tutto ciò è intorno a noi, ma tra noi e la natura, tra noi e la nostra coscienza c’è un velo…guardo e credo di vedere, ché le cose sono state classificate da quella umanità che è venuta prima di me, in virtù del vantaggio che l’uomo può trarne. L’artista non ha questo velo tra se stesso e la natura, ha il dono di poterla vedere nella sua totalità, scarta i simboli praticamente utili, le generalità convenzionalmente e socialmente accettate, e ci mette in contatto con la realtà stessa. Ecco, adesso io mi vedo volteggiar a mo’ di silfide nella natura togliendo veli, e dispensando a destra e a manca quadri che vi mostrano la realtà realmente reale. E mi scappa da ridere, perché so già che prima o poi, in quei veli, inciamperò.

30-11-2006

il rosa tiepolo

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“Il rosa Tiepolo” di Roberto Calasso

Quando ero bambina, mio zio mi accompagnò a visitare Palazzo Labia, e fu allora che incontrai per la prima volta il Tiepolo. Lo conobbi a piedi nudi, perché un sandaletto era caduto nel canale.
Me lo ricordo quel salone dalle immense finestre, oro e velluto rosso. E le pareti, con tutte quelle storie che mi circondavano, facendomi sentire ancora più piccola.
Mi sembrava di esser dentro una favola, circondata da personaggi che vivevano una loro vita eterna, ripetendo all’infinito quello stesso movimento.
E poi il soffitto, così alto, e così cielo, con tutte quelle persone tra le nuvole, che sicuramente mi vedevano, come io vedevo loro.
E il nome del loro autore non mi diceva niente, non ascoltavo nemmeno mio zio, anzi, non esisteva un autore, era tutto talmente bello che doveva esistere di suo. Da sempre.
Mi era rimasto quel ricordo di Giovanni Battista Tiepolo, ed in seguito, da grande, se mi capitava di imbattermi in qualcosa che lo riguardava, lo collegavo a quelle immagini impresse nei miei occhi di bambina.
Non torno a Venezia da tanti anni, ormai, e pensare che una volta era quasi la mia seconda casa, una tappa obbligata durante le vacanze estive, dalla nonna.
A dir la verità, preferisco così, il ricordo che ho di questa città è legato a momenti talmente belli della mia vita passata che, se ci tornassi adesso, perderebbe quel senso di serena quotidianità, così lontana da ogni forma di turismo obbligato. Era tutto talmente normale che non mi accorgevo nemmeno dei colombi, o, se arrivava annunciata dalla campana, dell’acqua alta.
Anche gli affreschi del Tiepolo erano quelli dei miei ricordi infantili, però, coincidevano, stranamente, con tutto quello che leggevo intorno a quest’artista, descritto di solito come un grande maestro della pittura scenografica settecentesca. Una pittura di serie B, in un certo senso.
I critici parlano di lui come di un abile ‘capocommedia’, in grado di trasformare qualunque sala di palazzo o reggia in un palcoscenico fastoso, allestendo commedie e dirigendone, con una tecnica sopraffina, gli attori.
Ma un pittore non vuole essere uno scenografo, e nemmeno se è considerato il più bravo scenografo dell’universomondo, può considerarsi realizzato. Eppure il Tiepolo, nei libri d’arte, è solo questo.
Il Gombrich, addirittura definisce la sua, assieme a quella degli artisti italiani del Settecento, una pittura che è divertente e piacevole decorazione d’interni, i cui effetti pirotecnici hanno valore meno durevole delle più sobrie creazioni dei periodi precedenti.
In quei colori leggeri addirittura vede la fine dell’epoca d’oro dell’arte italiana.
Ricordi e critica quindi coincidevano, fino a qualche giorno fa: solo finta apparenza, contro quell’apparenza che si vestiva di nobile realtà, nel passato.
Poi ho letto il Tiepolo di Roberto Calasso e mi sono trovata di fronte ad un pittore sconosciuto.
È stato come veder muovere e vivere una figura fino a quel momento conosciuta nella sua fissità, fastosa, ma immobile, bellissima, ma un po’ banale.
Nelle pagine de ‘Il rosa Tiepolo’ invece si scopre l’altra faccia di questo artista, quella che pochi conoscono, forse perché è più comodo notare un panneggio svolazzante o uno sguardo languido, senza vedere quello del vecchio Orientale che in ogni dipinto osserva cupamente la scena.
Calasso ti mostra, descrivendolo come solo lui sa fare, tutto quel mondo di personaggi, di oggetti, di simboli, animali e di esseri strani che popolano la serie di acqueforti, i Capricci e gli Scherzi.
Un mondo che, se fai attenzione, ritrovi anche negli affreschi e nelle tele, magari seminascosto in un angolo, ma per un occhio attento, talmente presente che alla fine ne diventa il protagonista.
E adesso quasi mi vien voglia di tornarci, a Palazzo Labia, per vedere e ‘toccare’ questo mondo che non conoscevo.
‘Il rosa Tiepolo è un libro da leggere con una lente a portata di mano, perché ti verrà voglia di guardare ogni piccolo trattino delle riproduzioni delle acqueforti, sarà come fare una caccia al tesoro, vedrai, ogni angolo riserva una sorpresa e dietro ogni ovvietà si nasconde un enigma.
Bellissimo, davvero.
E chissà se anche a te, girando l’ultima pagina, resterà quel rammarico per non aver speso meglio il tuo tempo, per non esser riuscito a studiare, a leggere abbastanza, e per non aver saputo immagazzinare ed elaborare quel Sapere che è invece patrimonio di pochissime persone, e una di queste è proprio Roberto Calasso.
Eppure questa possibilità l’abbiamo avuta, anzi, l’abbiamo tutti, ma troppo spesso ci perdiamo in altro.
O no?

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“Il banchetto di Cleopatra” Giovanni Battista Tiepolo

Palazzo Labia. Venezia.