pubblico che va e pubblico che affolla
” Da Tiziano a Pollock - In giro per mostre e musei” Paolo De Marchi
Il pubblico che va alle mostre
La stagione delle mostre milanesi, che sta ormai volgendo al termine, e che qualche mese fa ci auguravamo riprendesse gli elevati standards di un tempo, ha effettivamente mantenuto le sue promesse. Sarebbe troppo lungo, evidentemente, tentare qui una anche sommaria panoramica delle principali esposizioni, pubbliche e private, che sono state allestite quest’anno.
Basterà ricordare alcune mostre di Palazzo reale, come quella di Sironi, di Kandinsky, di Munch (la cui vastissima retrospettiva ha permesso di valutare i pregi ma soprattutto i limiti di questo maestro dell’arte moderna), di Santomaso, dei 35 quadri impressionisti e postimpressionisti della collezione del Reader’s Digest; oppure alcune mostre di Brera, come quella di Fussli, del Boccioni prefuturista( una mostra esemplare per puntualità e rigore)e delle opere su carta di Morandi; e infine alcune mostre del Pac, come quella rara e prziosa di Vantongerloo e quella degli Otto pittori italiani. E ancora, per quanto riguarda le gallerie private,occorrerà almeno menzionare le ampie mostre di Afro (Daverio), di Picabia,e di Arnaldo Pomodoro (Studio Marconi)
Non vogliamo, qui, soffermarci sull’analisi di queste esposizioni, bensì proporre qualche considerazione generale sul pubblico che va alle mostre. alcune delle quali sono risultate praticamente invisibili perché-fuori-assediate da code interminabili e -dentro-, per chi avesse avuto la fortuna di penetrarvi- ostruite da muraglie umane assiepate e vocianti dinanzi alle opere esposte; mentre altre, e non le meno interessanti, sono rimaste pressoché deserte. Ebbene proprio queste greggi di persone che a comando belano la propria bramosia di abbeverarsi alla fonte purissima dell’arte, ci fanno dubitare che abbiano effettivamente sete: perché la sete dell’arte ci are fenomeno rigorosamente e strettamente privato, che non è possibile soddisfare in massa, masticando chewing-gum e bevendo Coca-Cola.
E similmente, proprio questa smania collettiva di fruizione artistica, inspiegabile sul piano della logica e del buon senso (promanando da persone apparentemente avvinte, d’ordinario, da interessi magari degnissimi, ma di ordine qualitativamente diverso, proprio perché perseguibili, appunto, in massa), fa nascere in noi i più forti sospetti sulla sua credibilità.
Dubbi e sospetti, dunque: ma non per qualche aristocratica superiorità, bensì per i motivi di fatto: chi si sia solo guardato attorno, invero, avrà senz’altro notato lo scarso coinvolgimento delle mandrie bivaccanti nelle sale faticosamente occupate, la solida disattenzione con cui seguivano la laboriose spiegazioni dei loro più o meno improvvisati ciceroni ( e stupirebbe il contrario, se solo si riflette sulla totale impreparazione con cui, di solito, l’assalto alla mostra viene intrapreso), infine il tangibile sollievo con cui- per usare una frase cara a Maurizio Costanzo, mentore ideale delle masse nostrane-”guadagnano l’uscita”.
Ma c’è un’altra considerazione che c’induce a quei dubbi e a quei sospetti: e cioè il fatto che quelle stesse masse che fanno a pugni per per entrare in mostre alla moda( come quella di Munch e di Kandinsky, o magari la non esaltante collezione Reader’s Digest) quelle stesse masse disertano poi con serena fermezza altre mostre altrettanto interessanti, e soprattutto i musei cittadini, dei quali forse ignorano perfino l’esistenza, e che anche la domenica costituiscono un rifugio tranquillo e accogliente (quando sono aperti, naturalmente).
Ed eccoci allora al punto centrale del discorso. Come sempre nelle cose cose dello spirito, occorre umiltà, studio, lavoro, tenace sforzo di approfondimento, e soprattutto tempo di buona qualità, per arrivare a risultati apprezzabile-nel caso della poesia-alla formazione di un gusto personale: non basta cioè l’approccio magari entusiasta ma occasionale, l’intuizione brillante ma superficiale, la sensibilità nativa ma non educata con pazienza e serietà. E invece il dilettantismo orecchiante e frivolo, che produce soltanto giudizi soggettivi e rozzi, è il vizio diffuso e contagioso di una cultura falsa, facilistica e del tutto velleitaria ed estemporanea come quella attuale: una cultura che ha smesso di credere nella verità, e che quindi si avventa come un moscone impazzito, contro i vetri della finestra, nella vana ricerca della luce e dell’aria aperta. (Ricordiamo ancora il cartello, fra lo stupido e il minaccioso che pochi anni fa, all’ingresso di mostra sull’astrattismo, avvertiva: “La visita della mostra richiede almeno due ore” (cfr. pag. 210): e mentre al visitatore preparato poteva bastare metà di quel tempo, allo sprovveduto non sarebbero bastate nemmeno due settimane, in mancanza degli strumenti necessari per capire qualcosa. Ma tant’è: quel demagogico cartello sembrava promettere a tutti, anche agli sprovveduti, il conseguimento del risultato).
La conclusione allora è che le mostre- spesso ottime-finiscono per servire a poco, se non contribuiscono a educare il gusto e a “fare cultura”: e come potrebbero, quando costituiscono solo una sporadica, se non l’unica, occasione d’incontro con l’arte, e se il problema dell’educazione artistica non si pone, con serietà, fin dai primi anni di scuola e non viene affrontato, sempre con serietà, con i ragazzi più grandi? Ma questo è un argomento che porterebbe lontano, e basti qui l’averlo accennato.
(1986)
Considerazioni sulle mostre&affini che meritano d’esser lette.
(…ecco, sabato, alla mia mostra gente ce n’era tanta, ma da lì a dir che c’era la fila con ressa, ne corre. forse dovevo metter fuori il cartello “attenzione per visitare la mostra occorre un buon quarto d’ora tutto intero”?)











