Francesca Ferrari Weblog

27-11-2009

out of time

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fferrari

06-12-2006

la lia

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“la lia” fferrari
matita gesso carboncino e arrivederci

21-10-2006

sifossifoco

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pennino. grafite. carboncino. e un po’ di tristezza.

 

Stanotte, o meglio stamani, quando con ancora gli occhi aperti aspettavo, come tutte le mamme del mondo, di sentir la chiave del ragazzone aprir la porta, ecco, eran circa le le 3 e 43 quando mi son messa a parlar con me stessa di teologia e di religioni.
Con me stessa, ché il capo, come tutti i papà del mondo, pensava molto profondamente di cose sue. Respirando sereno, regolare, pianino pianino.
Vedi, io ho una forma mentis molto infantile, per quel che riguarda la teologia, e forse anche per tutto il resto del pensato, ma non ci posso far nulla, è che devo aver l’immagine di quell’eventuale Dio che ci governa.
E se nella vita reale ancora non ci sono riuscita, ed è per questo e per altre due o tre cose, che dubito ormai troppo spesso, vorrei riuscirci almeno qui, in questa vita virtuale, che per fortuna termina e poi inizia di nuovo, all’infinito.
Ed ero lì, con le orecchie tese, che mi chiedevo che forma o che aspetto potrebbe avere il dio splinder.
Avrà anche lui l’occhio triangolare? Oppure se ne starà seduto lassù con la barba bianca, a guardar le dee passeggiare, con il suo mazzo di fulmini accanto..o ancora, avrà tante braccia come la dea kali, ma allora devono esser davvero tante, per star dietro a tutti i blogger del mondo.
E come si chiamerà la religione di questa deità splinder..splinderesimo? splinderismo? splinderdù?
Quel che è certo, è che, come tutti gli dei che si fanno rispettare, anche lui punisce.
Tu ti comporti male? Sputi in terra, o sbatti la porta quando il nonno dorme, o fai uno di quei tanti peccati che in rete si commettono? zac, lui, più veloce della luce, ti punisce, seduta stante.
E non ti appare nemmeno prima, per dirti, con una voce da dieci comandamenti “pentiti o peccatore”..no-no, lui, in quattroequattrotto ti manda una paralisi.
Ed stato quel che è successo al sifossifocoblog, ieri.
Era lì tutto bianco come sempre, oddìo qualche macchiolina grigia ce l’aveva anche lui, non voglio dir che fosse santo, ma se ne stava lì al suo posto, con tutti i suoi commenti, i suoi link, e non per vantarmi, io ne avevo due addirittura, con la sua fotina là in alto, con gli occhiali a mezzo naso, e con tutte quelle parole pensate e ripensate, scritte una accanto all’altra, talmente tante da poter fare il giro di alcuni mondi, quando, nel bel mezzo della mattina, nel pieno della sua vitablog, il dio splinder, non ci crederai, gli ha mandato una paralisi.
Voglio dire, almeno un dio normale, uno di quelli misericordiosi, per punirlo di quelle azioni che nella scala dei peccati da 1 a 10 arriveranno anche a 3, lo avrebbe fatto morire, no? Invece no, lui gli ha mandato la peggiore delle punizioni, per uno scrittore, il coma vigile: sifossi vede, sente, ma non può muoversi, non può far nulla e la legge gli impedisce anche di chieder l’eutanasia.
Secondo il dio splinder il sifossifoco dovrebbe restar lì, esposto nella gabbia dei condannati ad imperituro esempio, caso mai anche noi cadessimo nel peccato.
Per quel che mi riguarda, non vorrei mai far questa fine, e se fossi in lui me ne andrei subito in Olanda, e mi farei morire del tutto, chè viver come blog a metà, non ci penserei neppure.
Anzi, se occorre, sarei anche disposta a staccarla io, la sua spina.
Tanto io credo in wordpress, e so per certo che gli dei delle piattaforme hanno fatto un patto tra di loro: tu punisci i tuoi ché ai miei ci penso io; e se il mio dio wordpress mi cancellerà, allora vorrà solo dire che i miei quadri son proprio molto molto brutti, e allora me lo sarò meritato.
Sifossifocoblog, son sicura che anche in questo mondofinto ci sarà un’altra vita, ci sarà un paradiso per i blog che hanno avuto tanti commenti, linkati da mille e più persone, un bel paradiso pieno di post e di accessi. E chissà che tu non mi appaia anche in sogno, magari per darmi i numeri del lotto.
Ma scrivimeli, mi raccomando…ché sai che io ho ben poca memoria.
Arrivederci.

Ripensamento: a dir la verità, forse mi sono allargata troppo e ti toccherà fare un po’ di purgatorio, prima. Secondo me.

Update: ripongo le gramaglie.  

30-08-2006

lampo

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“lampo”fferrari

carboncino-grafite ed acquerello 

Lampo amava sopra ogni cosa il calore del sole. Se ne stava per ore sdraiato accanto al muro del giardino; ogni tanto alzava un sopracciglio, e raddrizzava appena la testa, dava un’occhiata al suo territorio e poi, sbadigliando, tornava a sonnecchiare.
Si sentiva così stanco, e ormai anche il caldo dell’estate contribuiva ad intontirlo, facendogli trascorrere la maggior parte della giornata dormendo e sognando.
Dovete sapere che, come tutti i cani del mondo, lampo sognava sempre, e nei suoi sogni abbaiava a gatti dispettosi, ringhiava a terribili ombre, ma soprattutto rincorreva farfalle, mimando quelle cavalcate che non era più in grado di fare.
Quando il nonno tornò una sera, molti anni prima, con quello spinone arruffato, la nonna si mise le mani nei capelli, figuriamoci, lei non amava molto i cani: sporcavano il pavimento, abbaiavano di notte ed ogni scusa era buona per non volerne in casa. E poi la nonna adorava i gatti, ne aveva sei, e se non fosse stato per Torido che faceva sparire le cucciolate, regalandole ai contadini-diceva lui, e la nonna faceva finta di credergli, ma per due giorni non parlava più, se non fosse stato per lui, la casa si sarebbe trasformata in una gattaia.
Quel giorno di settembre, il nonno andò a caccia, come sempre senza cane, e per un cacciatore cacciare senza il fido compagno è un po’ come per uno scrittore scrivere senza la propria tastiera, utilizzando quella degli altri: era un cacciatore triste, povero nonno.
Ricordo bene quella mattina, noi eravamo ancora in campagna, poiché allora le scuole iniziavano in Ottobre. Era una frizzante alba settembrina, come tutte le altre forse, ma chissà, a me sembrava diversa, infatti mi alzai per salutare il nonno e poi tornai a dormire, poiché era appena sorto il sole e gli occhi mi si chiudevano per il sonno.
Per tutta la giornata giocammo come sempre, rincorrendo le galline di Torido, trasformando i pazienti gatti della nonna in altrettanti giochi graffianti e così tra cose e litigi, senza che ce ne accorgessimo, arrivò la sera.
Ma il nonno non era ancora tornato.
Si percepiva che in casa c’era apprensione, la tovaglia non era ancora in tavola, il secchio dell’acqua era quasi vuoto, la nonna continuava ad andare alla porta, fingendo un’ indifferenza molto fragile: ogni rumore la faceva sobbalzare, e subito il suo sguardo correva speranzoso al cancello.
Finalmente quel cigolio che doveva servire per segnalare l’arrivo dei ladri, annunciò invece il ritorno del nonno.
Ma non solo il ritorno suo, segnalò anche l’arrivo di una massa di pelo arruffato, timidissimo spaurito e fangoso. E qui occorrerebbero ancora mille aggettivi per descrivere quel botolo che assomigliava solo lontanamente ad un cane.
Appena entrò in cucina si andò a nascondere tutto tremante e con la testa tra le zampe, sotto il tavolo, intrecciandosi alle gambe delle sedie a mo’ di protezione. Sembrava un cane malato e a me faceva anche paura.
Potete immaginare la discussione che seguì, e che si protrasse per tutta la notte; dalla nostra camera sentivamo le voci dei nonni e io e mia cugina, sedute dietro la porta, riuscivamo a fatica ad afferrare solo pezzetti di frasi.
“…è troppo grosso…” “… buono e tranquillo…”…i gatti…non possiamo…” “….ci penso io…” ” …lo hanno picchiato…ha un orecchio insanguinato…”.
E credo che quell’orecchio ferito sia stato, sì, la tragedia di Lampo, poiché gli provocò una totale sordità, ma, tutto sommato, fu anche la sua fortuna.
Infatti le voci si calmarono, sentimmo la nonna scendere in cucina, e piano piano la seguimmo anche noi, troppo curiose per perdere la scena.
La nonna era accucciata sotto il tavolo e, con la camicia da notte ormai tutta infangata, cercava di convincere l’impaurito cucciolo ad uscir fuori, e ad abbandonare quella gabbia protettiva.
Il nonno nel frattempo aveva riempito la tinozza, quella che serviva per lavare i panni, di acqua tiepida, ed insieme riuscirono a lavare tutta la sporcizia da quel grumo di sangue, peli e ossa.
E fu così che Lampo nacque per la seconda volta nella sua vita.
E quella notte iniziò la sua vera e unica vita, dimenticò le bastonate della precedente, e sono convinto che arrivò alla convinzione di essere sordo perché una farfalla, in un giorno d’estate, gli entrò nell’orecchio per dispetto, si spiega così perchè trascorse i suoi 15 anni a rincorrerle, perfino nei sogni.
Ed un pomeriggio di sole tiepido, con l’estate alle porte, Lampo, dondolando sulle zampe malferme come un ubriaco, si diresse come sempre al suo muro dei sogni.
Si distese, alllungandosi e stiracchiandosi come aveva imparato a fare da quei gatti con i quali era invecchiato assieme e si addormetò felice. Non si mosse nemmeno quando una farfalla grande come due mani si appoggiò sull’orecchio malato. Non si svegliò più.
Io non c’ero, ormai ero grande e non volevo più saperne dell’estate in campagna, ma riesco a vederlo lo stesso, là, accanto al muro coperto di glicine, che dorme e galoppa e galoppa..e galoppa.
E spero di addormentarmi anch’io così, fortunata come lui.
E così finisce la storia di Lampo, il mio sordo spinone con la coda blu cobalto.

anonimo di cognome, ff di nome 

20-07-2006

1, 2, 3…stella!

Ho ricevuto questo bellissimo regalo da Mauro.

1, 2, 3, Stella!

Alle tre di un pomeriggio d’estate la piazza è un deserto di catrame cedevole. In mezzo al deserto a farmi compagnia c’è Nadia, straniera come me, ma per un motivo meno grave: è rumena. Meno grave perché c’è solo un pezzo di carta a tradire il suo essere d’altrove, per il resto ha bevuto dal calice degli uguali e degli uguali ha ormai tutte le stimmate. Così dei due, quello che fuma e rimugina su quello strano sentimento che ti fa sentire l’anima come il pelo del gatto quando c’è vento, sono io.
I quattro amici di Nadia arrivano poco dopo, dritti dall’altrove, toccano terra in Italia per la prima volta proprio qui, in mezzo al deserto. Sono storditi dal viaggio, incerti e spauriti con tutto che hanno i documenti a posto e un lavoro che li aspetta. Nadia fa strada e li conduce verso l’oasi della sua bella casa nuova. Il deserto torna deserto.
Da un cortile arriva una voce acerba che grida «Stella!».
Sarà il caldo, sarà l’insolazione, ma all’improvviso rivedo la pensione La Bussola, in quel posto di mare che a cinque anni mi entusiasmava perché credevo che fosse veramente sotto il mare. Ero giovane, tutta la famiglia lo era e l’altrove ce l’aveva in esclusiva Giulio Verne.
La padrona della pensione ci misurò da lontano come fanno i becchini con i lebbrosi e ci portò su per una scala stretta e buia. Il corridoio puzzava di muffa e di ospedale, anche se un po’ meno della nostra ospite. La camera aveva tre letti, cinquanta mosche e un odore da cesso pubblico che ci bloccò sulla porta. La colpa era del vaso da notte che i precedenti inquilini non avevano svuotato prima di lasciare la stanza. La donna cavò da sotto il letto un grosso pitale e ci spiegò che il bagno era in comune… Il bagno… Quando spalancò la porta all’altro capo del corridoio fu come infilare la testa dentro la bocca di una iena con i denti cariati. Seppi allora cosa fosse il mal di mare prima ancora di averlo visto, il mare. Rimasti soli, noi e il pitale sciacquato di fresco, mia madre annunciò che stava per tornarsene a casa a piedi. Per mio padre era diverso, quella era la prima vacanza della sua vita, viaggio di nozze compreso e voleva vedere il bicchiere mezzo pieno (o il pitale mezzo vuoto, è lo stesso): disse che sarebbe bastato arieggiare la stanza e metterci un po’ di spirito di adattamento. Ci sorrise, spalancò le imposte e ci invitò a fare un bel respiro profondo di aria pura e iodio di prima qualità. Non era giornata. La nostra finestra dava sul cortile interno, proprio sopra a quella della cucina. Con tutta evidenza le interiora della iena stavano bollendo con cavoli neri e ammoniaca. In un lampo fummo di nuovo nell’atrio a pagare un giorno di permanenza all’inferno, mentre la padrona pretendeva l’intera settimana. Uscimmo inseguiti da insulti che ben si armonizzavano con il locale, tra i quali ricordo sporchi, bastardi e contadini. Che poi di famiglia eravamo artigiani.

Nadia mi sta parlando e devo riemergere. Accompagna gli amici a bere una birra e vuole sapere se sto bene. Le rispondo che dipende dai bambini che gridano «Stella!» e le spiego che in quel gioco devi muoverti quando nessuno ti guarda: solo così puoi liberarti. Lei ride. «Come noi stranieri!». Come noi stranieri fortunati, aggiungo. Per gli altri ci sono tante pensioni La Bussola che chiamiamo Centri di Prima Accoglienza.

«Non dire così» dice lei «tu non sei straniero!»
No? Sarà, ma ricordo ancora la prima domanda che mi hanno fatto due anni fa mentre stavo traslocando.
«Sei straniero caro?»

Bella domanda.

mauro gasparini

24-06-2006

lampo e altre storie vere

ricevo da gabriella e pubblico volentieri, sperando che possa servire.

Cara Francesca, Mariano mi ha detto che ti avrebbe fatto piacere una mia storia su Lampo. Io ti ringrazio moltissimo, per il pensiero. Ieri sera ho detto a Mariano che forse non avrei avuto tempo, sono in partenza per la Sicilia. Ma è capitata una cosa e più che fare un
piacere a te, ne approfitto e ti chiedo la cortesia. Se la storia nonti piace non ha importanza. Quel che più mi preme ora è trovare casa per un Beagle che hanno abbandonato in autostrada e che hanno trovato mio fratello Carlo e i suoi militari. Lo hanno ripulito, portato da un veterinario, chiamato i carabinieri per risalire ai proprietari attraverso il tatuaggio. Ma niente! i suoi padroni si sono ben guardati dal farsi trovare. Il comandante di mio fratello ha detto che in caserma non può stare. E’ un cane anzianotto: ha una decina di anni, ma è buonissimo. Per ora è un clandestino. Carlo e gli altri lo tengono nascosto, in attesa che qualcuno possa adottarlo.
L’alternativa è un canile, ma il veterinario ha detto che se Hulk finisce in un canile, morirà dopo tre giorni. Se puoi pubblicare almeno l’annuncio mi faresti davvero contenta. Nel caso qualcuno si faccia vivo per adottarlo, puoi girare il numero di mio fratello Carlo.
Se dovessi pubblicare la storia, ti pregherei comunque di aggiungere queste righe.
Ti ringrazio davvero tanto e ti abbraccio.
A presto, Gabriella.

 
Non mi chiamo Lampo
Buongiorno, capità. Permettete? mi chiamo Hulk. Io mi sarei perso.
Veramente io non avevo alcuna intenzione di perdermi. Ero in viaggio con i miei. Mi hanno fatto scendere dalla macchina perché non la trattenevo più. Sapete, a una certa età quando scappa, scappa. E i miei tutti contenti; non ho dovuto insistere tanto. Mi hanno fatto scendere e, neanche il tempo di finire, che già erano ripartiti. Io ho provato a inseguirli, gridavo a più non posso. Ma che volete?! a una certa età mica si può correre a 130.
Li prendesse un autovelox!
No, capità, non mi chiamo Lampo. E’ inutile che insistete. Dunque, vedo che avete una macchina un po’ particolare: niente ruote ma tutta ferraglia. Beh, io non sarei proprio abituato a tutti questi rumori, poi fa caldo lì dentro. Però, se non vi dispiace posso sedermi sullo strapuntino davanti. Sì questo. Oh non vi disturbate, riesco a salire da solo. Vedete?!
Si sta bene qui, sapete?!
Va bene, mi fermo, però dite al caporale che primo: mi chiamo Hulk e non Lampo; secondo: è inutile che continui a ululare, perché io non canto. Mica sono un cane da circo! Terzo: per cortesia ditegli di stare fermo con le mie orecchie! io sono un beagle, mica un pupazzo.
Vengo da un allevamento, sapete?! era un posto chiccosissimo. Avevo un sacco di fratellini e sorelline. Mi portarono via da Lucca che avevo un paio di mesi. Abitavo sulla riviera di Chiaia. E’ lì che ho preso l’accento. I miei vanno sempre in vacanza in Calabria. Per questo mi trovo a Persano. In autostrada… Eh sì, proprio così, capità.
Oh, sentite: mi hanno detto che voi ogni tanto prendete qualche cane per fargli fare la mascotte. Ecco io potrei… però la marcia non la faccio. Al massimo posso passeggiare al fianco senza guinzaglio.
Proprio senza: non l’ho mai sopportato. Voi mi capite: è come se vi dicessero di ramazzare. Però se proprio è necessario, mi adatto.
Comunque quel foulard che avete voi, mi garberebbe proprio tanto.
No, non scrivete Lampo, per favore. Mi chiamo Hulk. Ecco, a questo punto che si fa? la doccia dite? ah ah ah. Io non faccio la doccia: io preferisco il bagno. Va bene, se non c’è altro. Gradisco anche la doccia, però mi fate la cortesia di chiedere al caporale di spegnere
quel cellulare idiota che scatta anche le foto? Sa, ci tengo alla mia privacy. E se quelle foto finissero tra gli annunci di oggetti smarriti? che figura. E poi non mi va di tornare con i miei. Sapete che le vostre scatolette di carne mi vanno proprio bene. Ho mangiato solo croccantini. I miei dicevano: mangia ché ti fanno bene. La verità è che di cucinare non erano proprio capaci: le rare volte, solo pasta scotta. Che diamine! c’è scritto sulle confezioni: cottura 8 minuti al dente.
Bene, prima del pranzo la doccia. Ma con cosa avete intenzione di asciugarmi, capità? quello? ma se è un compressore per gonfiare le gomme! Va bene, io mi faccio asciugare, ma poi mi date il foulard e cancellate Lampo.

Hulk, con l’acca e la kappa.

iprovinciali

22-06-2006

io, lampo

< Per cominciare Lampo, come nome, non è il massimo per un tranquillo cane come me che, per di più, è felice quando non volano troppe parole (non per nulla Pinuccia la taciturna è la mia compagna di giochi preferita).
Da quando mi hanno tosato ho perso un po' di sicurezza (mi hanno trattato come una pecorella qualsiasi): non so, mi sento osservato, giudicato, sottovalutato. La coda dipinta di blu poi, riferimenti musicali a parte, mi ha guastato il carattere, mi ha relegato in una nuova categoria, mi ha inserito in un cromatismo canino che i mie amici a quattro zampe osservano con perplessità e, a volte, con severità e scuotimenti del muso che sembrano significare "questi giovani animali cosa farebbero per non farsi notare".
La faccenda delle scie nei campi di grano è una delle mie preferite: in effetti le mie tracce sono minime, quasi un abbellimento grafico dei grandi canyon flessuosi che disegnano le mie amiche, tuttavia mi sento partecipe di un disegno universale che, sono convinto, sarà apprezzato più dagli abitanti dei pianeti vicini che dallo stizzoso proprietario del terreno.
Silvia di Livia, per concludere queste divagazioni, la trovo fantastica; a proposito: non ascoltate quelli che sussurrano che io abbia un debole per la sua carrozzina! In realtà io sono il suo body-guard ufficiale! >

quablog

22-06-2006

la casa del bivio

A casa di nonno Rino ci si arrivava lungo una strada bianca che papà percorreva sempre piano piano, con i finestrini aperti, respirando il profumo pulito della campagna in mezzo al verde degli alberi di castagno e di nocciole.
Tutt’intorno c’era il bosco e si potevano raccogliere le fragole o i funghi, quando era la stagione. Poche case coloniche punteggiavano la strada, ognuna con un bel pezzo di terra grassa e scura ed il suo steccato di legno.
All’altezza del bivio per la fattoria, circa un chilometro prima di nonno Rino, c’era una casa in stato di semi-abbandono, mezza diroccata e annerita dal fumo. Le mie cugine più grandi raccontavano fosse abitata da una vecchia maligna, vestita sempre di nero e taciturna. Ogni tanto usciva il fumo dal camino e una volta, passando in macchina, la vidi che raccoglieva nocciole in un enorme cesto di vimini, avvolta in uno scialle, con un fazzolettone sulla testa. Aveva un’espressione accigliata, gli occhi che sembravano farti una domanda cattiva, quando ti si puntavano addosso. Quando, con la curiosità morbosa dei bambini, chiesi chi fosse, mio padre mi rispose semplicemente di non disturbarla.
Da allora non potei mai più fare a meno di immaginarla china su un pentolone scuro a rimestare una brodaglia puzzolente e densa, i resti di bambini catturati a rubare nocciole sul suo terreno.
La casa del bivio era diventata ovviamente il limite invalicabile delle nostre scorrerie. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, quando ci passo nelle ultime ore di luce di una giornata estiva, in quel momento in cui i raggi di sole a stento filtrano dai rami degli alberi e il bosco ha quella strana luce arancione che sembra fermare ogni cosa come in una vecchia fotografia, mi viene uno strano pizzicorìo dietro la nuca e sono costretto ad allungare il passo.
La casa di nonno Rino “in campagna” invece era tutta un’altra cosa. Sul lato dell’aia, liscia e pulitissima, cresceva un glicine che ne dipingeva le pareti di violetto. Da lì partiva la scala esterna per le camere di dormire, sotto la quale c’era il mio posto preferito: il laboratorio di falegnameria di nonno Rino. Era una stanzetta piccola piccola, con tutti gli attrezzi appesi ordinatamente al muro ed un tavolo di legno con una morsa ed un paio di alti sgabelli.
A terra giacevano trucioli gialli e odorosi, che nonno Rino raccoglieva dopo il lavoro per il camino, mentre io mi divertivo a farne degli altri con un trapano a cremagliera su di un’assicella di legno che mi concedeva per tenermi occupato.
Nella grande cucina l’acqua da bere era contenuta in un catino di metallo dove la si prendeva con il ramaiolo, freschissima, per servirla nei bicchieri.
Quando ci pescava a bere direttamente dal ramaiolo mia madre si arrabbiava moltissimo, mentre la nonna Sofia “in campagna” se la rideva silenziosa sotto i baffi.
Ce li aveva davvero i baffi la nonna Sofia. Baffi scuri e sottilissimi che non le rubavano la dolcezza di un viso paffuto e bonario.
La nonna Sofia “in campagna” era stata la balia di mio padre, o “mamma di latte” -come si diceva ancora da quelle parti prima che arrivasse il latte della farmacia- perché la vera nonna, che si chiamava Sofia pure lei, non ne aveva abbastanza quando papà venne al mondo.
Ogni estate, quando tornavamo al paese, mio padre ci portava dai “nonni in campagna”, che lui amava fin da ragazzo come fossero stati i veri genitori.
Non avevano avuto figli maschi e consideravano tale mio padre, che d’estate scorrazzava nell’aia come un fulmine e ne combinava di tutti i colori, lontano dagli occhi più severi della vera madre.
A completare la famiglia c’erano la “sorella di latte” di papà, che aveva la stessa dolcezza e gli stessi baffi della nonna Sofia, e due cugine più grandi, sue figlie, che il loro papà non ce l’avevano più. Poi c’erano una decina di mucche, altrettante galline e papere e due cani “stanziali”, lenti e buoni tutto sommato, ma troppo grossi per avere ai miei occhi un aspetto rassicurante.
In genere le giornate trascorrevano a giocare con le cugine più grandi, appesi a turno all’altalena fatta con un copertone attaccato con un paio di funi ad un grosso albero di gelso.
Ogni tanto, però, faceva la sua apparizione un cane “saltuario”, un nomade della campagna che nonno Rino chiamava affettuosamente “lo zingaro”.
“Toh, è arrivato lo zingaro”, diceva vedendolo comparire dalla macchia. “Ti fai vedere sempre a ora di pranzo, eh? Bella la vita!”. Si inginocchiava ad accarezzarlo e ci parlava come fosse un essere umano, una sorta di figliol prodigo di ritorno dall’ennesima scorribanda.
Lampo –così si chiamava–  era un cane simpatico.  Un cane di cui riuscivo fidarmi, io che con i cani non avevo avuto mai un bel rapporto.
Vecchio spinone dal pelo ispido e marroncino, la faccia curiosa e lo sguardo un po’ avvilito -ma dignitoso- si presentava perennemente sporco,  pieno di erbacce e rametti incastrati dappertutto. Scodinzolava distrattamente ad ogni apparizione, quasi a dire “Ehi, sono tornato. Visto che sono tornato anche stavolta? Cosa fareste senza di me? Non vedete quello che sono costretto a passare per farvi contenti? Se sapeste!”.
Ci degnava delle sue visite un paio di volte alla settimana, quasi fossero un dovere di cortesia. Mangiava qualche avanzo, sgranocchiava qualche osso tenuto in serbo per lui, passava con noi qualche ora in giro per la fattoria e poi se ne andava così come era venuto, abbaiando per salutare e via dentro la macchia.
Quando papà era fidanzato con mamma, Lampo era un demonio di cane. Veloce come una scheggia, era l’orgoglio del suo padrone, un cacciatore che io non conobbi mai, ma che immaginavo sempre come si immaginano i cacciatori: con i pantaloni di fustagno, gli stivaloni di gomma, la camicia a scacchi, il gilet, la coppola e la doppietta sulla spalla. Papà mi raccontava che Lampo non sbagliava mai un fagiano. Quando lo vedeva venire giù era capace di andare a riprenderlo anche in mezzo ad una foresta di rovi o attraversando il torrente in piena.
Anche se adesso era vecchiotto e malandato questi racconti non facevano che aumentare la mia considerazione nei suoi confronti. Ero affascinato dalla sua indipendenza. Immaginavo le sue giornate a spasso dentro al bosco o su per i sentieri che portavano ai pascoli, a caccia di farfalle o a combattere i lupi. Immaginavo le sue battute, le corse, i giochi. Mi sembrava, insomma, un buon vecchio cane che aveva vissuto giorni molto felici. Ed ero felice anch’io quando si faceva vedere.

Fu il giorno che decisi di seguirlo in una delle sue passeggiate che finii per arrivare alla casa del bivio. Lampo sembrava non avere una meta precisa. Zampettando allegramente sul sentiero in mezzo al bosco si fermava ogni tanto in ascolto, poi spariva dentro una macchia più fitta, ricompariva annusando qui e lì, e riprendeva la strada con calma. Così, seguendolo dalla distanza lungo il sentiero, non mi accorsi che ero arrivato di nuovo alla strada bianca, a pochi metri dalla casa che occupava i miei incubi e, allo stesso tempo, suscitava la mia curiosità più morbosa. Non avevo il coraggio di proseguire. Così mi nascosi dietro un cespuglio, trattenendo il fiato.
Lampo si fermò proprio davanti alla porta della casa, scodinzolando. Era amico della strega. Non riuscivo a crederci. Come poteva quella vecchia maligna voler bene ad un cane? E come poteva Lampo fidarsi di lei? Lo avrebbe bollito nel pentolone. Dovevo fare qualcosa, ma ero paralizzato dalla paura e della curiosità. Cercavo di chiamarlo sottovoce, per farlo andar via dalla casa. Ma lui guardava nella mia direzione e scodinzolava, tranquillo come se niente fosse.
Quando la porta si aprì e ne uscì la vecchia mi saltò il cuore in gola. Lampo le si avvicinò alla gonna e cominciò a leccarle la mano, sempre scodinzolando. La vecchia sorrideva e lo accarezzava, parlandogli con dolcezza.
Ad un certo punto Lampo si girò verso di me e abbaiò una, due volte, tre volte, continuando ad agitare la coda e poi volgendosi ora a me ora alla vecchia. Ero terrorizzato.
La vecchia si girò a guardare verso di me e mi sorrise. Un sorriso sincero, aperto, per nulla minaccioso. “Marco vieni, che non ti faccio nulla. Lo so che sei amico di Lampo”.
Ci aveva presentati.
Così un po’ per educazione, un po’ per paura, mi avvicinai, domandandomi cosa mi sarebbe successo.
La zà ‘Ngelina mi fece entrare nella sua casa, che io avevo immaginato piena di pozioni magiche, pentoloni, gabbie per i bambini, strumenti di tortura, mentre Lampo mi seguiva agitando la coda, con la lingua penzoloni e lo sguardo di chi ti dice che ti puoi fidare.
La paura cominciava a lasciare il posto alla curiosità. Del resto la zà ‘Ngelina conosceva il mio nome e sapeva di me e di Lampo. E poi all’interno della casa il paesaggio era normalissimo. C’era un unico stanzone con un grande camino ed un enorme tavolo di legno al centro, circondato da quattro sedie impagliate, una credenza di legno di colore verde, un lavabo di marmo grigio, un ripiano da cucina, un treppiede di metallo con il catino dell’acqua ed il ramaiolo appeso ad una catenella; un paio di salami ed un prosciutto pendevano da una trave. Da un lato dello stanzone partiva una scaletta di legno che conduceva ad una botola sul soffitto, dove sicuramente c’era la camera da letto. Una casa povera, ma pulita e ordinata.
“Siediti”, mi disse la zà ‘Ngelina con semplicità, e mi mise davanti un barattolo di vetro pieno di quei biscotti lunghi fatti in casa, con i pezzi di mandorle e le nocciole ed un bicchiere di rosolio. “Mangia. Sono buoni”.
Erano veramente buoni i biscotti. Friabili e profumati, erano tagliati alla prima cottura da un impasto giallo che si scioglieva dolcissimo in bocca, lasciandoti i pezzi di mandorla e nocciola da scrocchiare fra i denti. Li faceva così anche la nonna Sofia “in campagna”, ma questi erano davvero speciali.
Lampo si accovacciò di fianco al tavolo guardandomi con l’aria supplichevole. “Puoi dargliene un po’ se vuoi”, disse la zà ‘Ngelina.
Io non riuscivo ancora a parlare granché. L’imbarazzo aveva preso il sopravvento.
La zà ‘Ngelina mi disse che se volevo potevo andare a trovarla, ogni tanto. Potevo giocare nel suo terreno e raccogliere qualche nocciola. Mi disse che non dovevo aver paura, perché conosceva il nonno Rino e mio padre. E mi disse che era soltanto una vecchia solitaria, ma i bambini non li mangiava. Mi fece un pacchetto di biscotti e mi fece andar via.
Lungo la strada di ritorno mi rigirai questo pacchetto fra le mani, cercando di riflettere su quello che mi era appena capitato. Lampo mi seguiva trotterellando lungo il cammino. All’aia di nonno Rino, arrivati al limite dello steccato, si fermò di colpo, abbaiò e sparì di nuovo nella macchia.
Quando raccontai tutta la faccenda a mio padre, lui mi disse che la zà ‘Ngelina era una brava donna, ma molto orgogliosa. Orgogliosa perché da quando le era morto il marito viveva da sola. Orgogliosa perché era povera, ma non chiedeva niente a nessuno e non voleva regali.
Ogni tanto nonna Sofia si fermava da lei e le portava qualche uovo o un po’ di formaggio, in cambio di castagne e nocciole, che in casa non mancavano di certo.
Sapeva tutto di me e delle storie che mi raccontavano le mie cugine e ci rideva sopra con la nonna Sofia.
Mi disse che una mattina -era da poco successo il fatto del signor Benito- i cacciatori erano usciti per lepri e il vecchio Ulisse si lamentava che Lampo gliene aveva fregata una che lui era sicuro di aver preso.
Si venne a scoprire che Lampo l’aveva portata di nascosto alla zà ‘Ngelina, posandola delicatamente sulla porta di casa. La zà ‘Ngelina, che sapeva di chi era il cane, venne alla fattoria perché voleva restituirla. Ma quando il signor Ulisse seppe della cosa disse che quella era la lepre che spettava a Benito da una vecchia battuta della quale non avevano poi diviso il carniere e se ne andò borbottando qualcosa.
Questa ed altre storie mi raccontò poi mio padre. E poi adesso sono passati tanti anni e molte non me le ricordo nemmeno più bene.
Ma a volte, quando mi capita di ripassare dalla casa del bivio, specialmente al tramonto, che la luce arancione sembra fissare tutto in una vecchia fotografia, mi viene un pizzicorìo dietro il collo e sono costretto ad allungare il passo. Lampo è lì che fa le feste a la zà ‘Ngelina, entrambi trasparenti e silenziosi. Si voltano verso di me e lei mi sorride, mentre lui mi fissa con lo sguardo fiero.
Allora anch’io li saluto. Poi mi volto e continuo a camminare e, dopo qualche metro, mi ritorna in bocca il sapore dei biscotti della zà ‘Ngelina.
Mai più ne ho mangiati di così buoni.

Cr-42 Falco

21-06-2006

il fantasma

Dietro la casa dei nonni, in via Roma, passava un binario della ferrovia, e ogni quattro ore la littorina faceva tremare il pavimento.
All’inizio dell’estate il rumore mi spaventava e di notte mi svegliavo e saltavo nel letto di mia cugina Lisi, che si lamentava un po’, ma portava pazienza.
Ogni anno, però, bastavano pochi giorni di rodaggio per abituarmi, tanto che aspettavo lo sferragliare del treno per addormentarmi.
Lampo invece non riuscì mai ad abituarsi a tutto quel chiasso, e, anche da sordo, riusciva a percepire il treno che arrivava nella vicina stazione, e iniziava ad ululare tanto forte che la nonna ogni notte doveva lanciargli una ciabatta per zittirlo.
In genere poi le ciabatte non si trovavano più, Lampo le sotterrava dietro il noce grande, chissà in che punto, e dopo averne perso due o tre paia, la nonna preferì il lancio dell’acqua.
Per ricomperare le ciabatte bisognava aspettare il camion di Cesare, l’ambulante che arrivava nella piazza ogni settimana, l’acqua invece era a disposizione, visto che la fontana buttava giorno e notte.
Inutilmente, comunque, ché Lampo continuò imperterrito nel suo passatempo preferito, e anche quella notte aveva già rincorso il treno, ululando, per tutta la lunghezza del giardino.
Il pavimento della nostra camera, mia e della Lisi…o meglio della Lisi e mia, visto che era sua per tutto l’anno, e mia solo per due mesi, il pavimento, dicevo, era fatto di lunghe assi di legno chiaro, e quella notte iniziò a sfrigolare come se improvvisamente si fosse animato di vita chiacchierina.
L’ultima littorina era passata da un bel po’, Lampo ormai dormiva tutto fradicio sotto il noce, e nel silenzio totale rotto solo dal cricriccar dei grilli nottambuli, quel rumore sembrava ancora più forte.
Mi svegliai io per prima e, col cuore in gola, cercando sulla testiera del letto di ferro battuto la peretta per accendere la luce, chiamai mia cugina: c’erano sicuramente i fantasmi e io, che ero di città, non sapevo come affrontarli.
La Lisi mi aveva raccontato dell’uomo decapitato e di come girasse per la casa in cerca della sua testa, e mia zia l’aveva più volte ripresa, perché secondo lei mi spaventava inutilmente con quelle sciocche fantasie.
In realtà, era mia cugina stessa che si autospaventava e interrompeva il racconto sempre sul più bello, chiudendo con un “adesso è tardi dormiamo”, lasciandomi col cuore in gola, ma anche col desiderio di sentire ancora un pezzetto di storia paurosa.
Quella notte, sentendo lo strano scricchiolio, mi spaventai parecchio, ma nello stesso tempo l’idea di vedere il fantasma, così su due piedi, m’incuriosiva un po’.
E se fosse stata un’apparizione, invece del fantasma?
Io mi consideravo una bambina buonissima, a parte l’episodio della Pinuccia ed altri piccoli incidenti che non sto qui a raccontare, e quindi non potevo certo escludere un’eventuale apparizione miracolosa.
Era capitato a tanti bambini, ce lo aveva raccontato il parroco a Catechismo, quindi poteva succedere anche a me, no?
In realtà, quando la sera recitavo le preghiere, prima di quella finale, Angelo di Dio che sei il mio custode, aggiungevo sempre un generico per favore non apparitemi stanotte, ché poi mi spavento.
Era un appello indirizzato a tutti quei Santi e anche più Su, tipo l’occhio di Dio dentro il triangolo, che magari si erano messi in testa di venirmi a far complimenti per la mia assoluta bontà. Andassero pure da altri bambini, insomma.
Le apparizioni però illuminavano sempre le stanze a giorno, e invece la nostra camera era solo rischiarata dalla luce del lampadario…luce si fa per dire, visto che era una lampadina da 20 candele, ché la nonna sosteneva che a letto la luce non serve, si tace si dorme e ci si sveglia presto.
Si trattava sicuramente del fantasma ed era meglio affrontarlo in due, e poi mia cugina era più grande, aveva dodici anni, ben cinque anni più di me.
Nel cassetto del comò, lei, teneva nascosto il reggiseno che la sua amica Marica le aveva imprestato e lo indossava, di nascosto, imbottito di cotone idrofilo.
E girava davanti allo specchio dell’armadio, con le ciabatte di sua mamma, quelle col tacchetto di tre dita e si dava un sacco d’arie.
Un’invidia tremenda, quel reggiseno lì, e non voleva proprio farmelo provare, ché, secondo lei, ero troppo piccina…figurati, era grande lei, che non aveva nemmeno i calzettoni traforati!
E poi io le scarpe col tacchetto le avevo di mio, erano quelle della Prima Comunione, bianche col cinturino alla caviglia, però, mannaggia, la mamma non me le aveva messe nella valigia.
A volte la vita ci costringe a scelte difficili, e, visto che non c’era verso di farci un giro con quel bellissimo reggiseno, non mi restò che far la spia a mia zia, la quale requisì immediatamente il prezioso indumento, restituendolo alla proprietaria, e mise in castigo la Lisi che non mi parlò più per il resto della vacanza: solo tre giorni, per fortuna, ché avevo calcolato bene i tempi, io.

Per fortuna quella notte eravamo ancora amiche, il reggiseno se ne stava piegato tranquillo, nascosto nel comò, e quindi appena la chiamai, la Lisi mi rispose subito, senza ringhiare:
<cossa xe che ti vol?>
<Parla pianino..c’è il fantasma! Senti che rumore sta facendo?>
In effetti, quello che si sentiva era una sorta di brusio continuo, come uno strascicar di piedi morti sul pavimento.. e, in ginocchio e con l’orecchio attaccato in terra, cercammo di capire se erano davvero dei passi.. tutti sanno che sotto i pavimenti ci son stanze nascoste, dove vivono fantasmi, gnomi e locuste.
A dir la verità io non sapevo bene cosa fossero mai queste locuste, ma da quello che ci aveva raccontato il parroco, dovevano essere animali enormi e tremendi, come i mostri del libro di mio fratello.
Anche la Manna non avevo capito bene cosa fosse, non riuscivo proprio a darle una forma, alla Manna…sapevo solo che doveva esser buonissima, ma era rotonda tipo torta? O come un cremino tuttifrutti? No. Doveva essere come la panna montata.
D’altra parte se si chiamava così, un motivo c’era sicuramente, era la panna di quei tempi là, quando all’improvviso pioveva in testa lattemiele a bambini e grandi senza coni e senza scodellini di carta.
Per non parlar della pioggia di rane…tempi strani, quelli.
Ma come eravamo arrivati alla Manna? Ah sì, le locuste.
Dovevano senz’altro essere locuste infuriate, quelle che si sentivano sotto il pavimento.
Miliardi di locuste che volevano uscir fuori per mangiar le gambe delle bambine col reggiseno nascosto, altro che fantasma senza testa!
E quella volta fui io a spaventar la Lisi, che corse giù dalle scale piangendo disperata, lasciandomi da sola ad affrontare il pericolo.
Arrivò subito la nonna, anche lei spaventata dal rumore, e mi afferrò per un braccio e mi fece fare i gradini a due a due con i piedini che sfioravano appena il pavimento, mi portò nella sua camera, e mi fece passare il resto della notte nel suo lettone.
Ma quello non era il letto della mia mamma e lei era lontanissima, e invidiavo la Lisi che invece aveva la sua lì, accanto a lei, e l’avrebbe difesa dai denti delle locuste.
E anche la nonna era, sì, la nonna, ma era più della Lisi che mia, come la camera e la casa, del resto…
E io ero sola. E incominciai a piangere e a voler tornare a casa mia, dove non c’erano le locuste, ché il pavimento era di marmo e non ci fu verso di calmarmi.
La nonna, per farmi tacere, mi promise che il mattino dopo mi avrebbe riportato a casa, col treno: dovevo solo aspettare che la luna diventasse sole.
E ricordo che mi addormentai guardando fuori dalla finestra la luna rotonda.
Il mattino dopo, mi svegliò una gran confusione, mia cugina era già alzata e mi spiegò che il nonno all’alba aveva alzato un’asse del pavimento, ed erano uscite miliardi, non di locuste, ma di formiche alate e se il parroco non ne aveva parlato, voleva dire che erano innocue.
La stanza era davvero tutta nera e sembrava che si muovesse intorno a noi.
Vennero anche dal paese a vedere lo strano fenomeno e Torìdo ricordò che era successo anche tanti anni prima, nello stesso periodo della morìa delle galline, e che le disgrazie capitavano quando non pioveva per tanto tempo.
Fosse ancora vivo Torido non ci sarebbe stato nessun allarme aviaria, lui sapeva che tutto accadeva sempre per colpa della siccità o della luna o del vento Trimestrin.
Il nonno e altri uomini, vestiti con enormi tute, affumicarono la stanza, e poi raccolsero interi sacchetti di quelle povere formiche alate che avevano avuto la sfortuna di far i nidi sotto il nostro pavimento.
Passato il pericolo locuste, sparì anche la nostalgia, di tornare a casa non se ne parlò più e si pensò solo a giocar nei campi con Lampo e a far merenda sotto il pergolato di uva fragola.
Fino al giorno che feci la spia, ché le locuste in confronto alla Lisi arrabbiata erano pinzillacchere, eh?!

scrittore anonimamente anonimo

20-06-2006

lampo e slivia

Lampo e Slivia

La cuginetta nuova era nata d’inverno. O forse era ancora autunno, non saprei. Ricordo però che era buio di mattina presto, quando mamma e zio Alberto, partirono per andare a vederla, in quell’altra città dove stava la zia Livia.
Ci dovette vestire papà, poi venne la signora Paola della porta di fronte per scaldarci il latte e, dopo la scuola, ci fece il pranzo e c’invitò pure a cena.
E quello stupido di Marcellino voleva perfino restare a dormire da lei: aveva già 5 anni e voleva fare ancora il pupo da coccolare o forse era geloso della bimba nuova. Ma gli bastò sentire la voce di mamma dalle scale, per correre fra le sue braccia e farsi mettere a letto da lei, mentre noialtri volevamo sapere tutto di quella novità.
Allora: la bimba stava bene e la mamma pure, era piccola piccola, con delle manine minuscole, gli occhi erano blu, ma potevano cambiare e i capelli non si sapeva, perché era completamente pelata. Ah: si chiamava Silvia.
Silvia? Ma come aveva fatto zia Livia a chiamare la sua bambina con quel nome così assurdo, che io non avevo mai sentito prima e che era quasi uguale al suo? Anzi ugualissimo!
Comunque andai di là, rapai completamente una delle mie bambole, che tanto avevano i capelli così impicciati che era impossibile pettinarli, e la chiamai Slivia, come la mia cuginetta nuova, in attesa di conoscerla, l’estate successiva a casa di nonna.

E arrivò il momento.
Stavamo tutti in fila all’ombra, vicino alla fontana per lavare i panni. La macchina l’avevamo vista arrivare quand’era ancora lontanissima, oltre il campo di grano. E poi zio Mauro aveva suonato il clacson per farsi venire incontro.
Ma noi non ci potevamo muovere. Erano giorni che mamma e nonna ci avevano avvisato che non dovevamo toccarla, Slivia.
E che anzi, ci dovevamo sempre lavare le mani e le ginocchia prima di avvicinarci.
Io guardavo invidiosa Lampo, con le sue zampe polverose e gli angoli della bocca sempre sporchi di terra. Avevamo provato a lavare pure lui, ma quello si era subito ruzzolato in terra, come faceva sempre per asciugarsi dopo il bagno. Secondo me preferiva l’odore della polvere a quello dello sciampo.
Insomma scesero dalla macchina e furono subito contornati dai parenti grandi. Noi non vedevamo niente, ma si sentiva tutto un cicciccì, putiptipù, e lallallà e firifirifì, come fanno sempre i grandi quando vedono un bambino piccolo.
Poi la folla si diradò e noi finalmente potemmo ammirare Slivia.
Non era vero che era pelata! Era una palletta rosa, tutta sorrisetti e gridolini ma, soprattutto, era dotata di una magnifica carrozza, tutta cromata come la moto dello zio Franco, ma con le ruote bianche come la neve e piena di imbottiture di stoffa verde, col dentro a pallini.
Mentre stavamo ancora a bocca aperta, in un raro momento di silenzio, Lampo si avventò di corsa su quelle ruote morbide. Non facemmo in tempo a fermarlo…
E, sentite le urla di tutti, ma soprattutto della nonna, di colpo s’infilò sotto la carrozza, incastrandosi per bene fra tutti quei tubi di metallo, la testa bassa, le orecchie giù, l’aria colpevole, rafforzata da forti mugolii in cui cantava tutta la sua disperazione e la voglia d’essere perdonato.
Slivia fu subito “salvata” dalla mamma e portata in casa, mentre noi restammo a contrattare con Lampo l’abbandono della postazione.
Non ci fu verso.
Se provavamo a spostare la carrozza, lui camminava insieme a lei, quasi in punta di piedi, con le zampe tutte rattrappite. Per di più, una volta sparita la nonna dalla sua vista, aveva pure ricominciato a mordicchiare le ruote, anche se piano piano e solo coi denti davanti, mimando una specie di sorriso a denti stretti, come a voler dire che stava attento a non rovinarla, ma che proprio non gli si poteva chiedere di smetterla: sarebbe stato contronatura!
Finì che Slivia fu tenuta in braccio tutta l’estate, mentre Lampo montava la guardia alla carrozza, che adoperava come rifugio preferito, togliendoci definitivamente ogni speranza di usarla come autovettura o carriola portagiochi.
Lampo aveva fatto credere ai grandi che il suo unico desiderio era quello di proteggerla da noi scalmanati, che la faccenda delle ruote era stata solo un errore, una debolezza iniziale che aveva vinto per sempre, che il suo esclusivo interesse, ora, era usarla come ombra portatile e che, in cambio, avrebbe mantenuto candide le ruote, a forza di leccatine.
Naturalmente non era vero niente.
Le ruote in realtà erano tutte mordicchiate, ma guardacaso solo dalla parte interna, dove Lampo sapeva benissimo che lo sguardo di nonna non sarebbe mai arrivato…

nonsologeomangio

16-06-2006

la merenda

La merenda

La giornata era uggiosa come solo quelle di un fine agosto piovoso sanno essere: io, “la Cinzia” e “la Cicci”, indossando i golfini fatti ai ferri dalle nostre mamme, meditavamo sul da farsi mentre Lampo sonnecchiava sulla porta della rimessa delle corriere. In un giorno così c’era una sola cosa da fare e, risolute come sempre, raccattati i pentolini e le stoviglie, decidemmo di organizzare una piccola festa gastronomica in proprio. Trovato il luogo adatto, solitamente la cantina dello zio Pasquin, si stilava un breve menù che poteva variare dai krapfen della Maria della piazza, alla pizza della ‘Gusta, il tutto innaffiato con aranciata o sciroppo di rose. Decise le vettovaglie si trattava di procurarsi le finanze necessarie per gli acquisti, il cui ammontare variava dalle 400 alle 500 lire. Considerato che eravamo in tre, toccava rimediare 150 lire a testa e, vista l’immediata vicinanza e reperibilità dei nonni, loro erano le vittime designate e ognuna aveva studiato un piano infallibile ed adeguato al soggetto da turlupinare. Cinzia, la più piccola, la sola nativa del luogo, smaliziata e svelta, risolveva il problema introducendosi nella fumosa cucina e sottraendo il denaro, mentre la nonna Gioconda era occupata a mungere le mucche nella stalla. La Cicci, come me mezza cittadina, poiché residente in città, ma con i nonni del posto, optava per le solite moine appiccicose alla quali nonno Aldo, sussiegoso impiegato comunale, non sapeva resistere. A me spettava il compito più difficile, poiché nonno Bene’, ciabattino sopraffino, con bottega sulla strada principale, era uomo di larghe vedute, ma di borsa assai stretta e, all’atto dell’esborso, era irrimediabilmente colpito da momentanea paralisi alle braccia. Occorreva genio e prontezza: rassettati gli abiti, ravviati i capelli, con sul viso il più angelico sorriso, ci appostavamo nella rimessa delle corriere, nell’attesa che il negozio del nonno si riempisse di clienti ed amici. Quando il brusio delle chiacchiere era all’apice, noi facevamo la nostra entrata ed io, con voce cinguettante, mormoravo:
- Nonno, ci dai qualcosa per un po’ di merenda?-
Mentre gli astanti si lanciavano in un coro di “che carina sua nipote” e altre amenità, il pover’uomo, conscio del proprio destino, allungava stentatamente un braccio, mollando una misera “100” lire.
-Veramente volevo comprare anche un quaderno per i compiti…- continuavo io con un colpo basso.
Sopraffatto dai complimenti dei presenti, Bene’ riapriva il cassetto e, tremante, compiva il sacrificio che lo lasciava stremato e rabbioso.
Consce del pericolo, abbozzando un mezzo inchino, facevamo un rapido dietro front e ci lanciavamo sulla strada verso la piazza, con Lampo, che, fiutato odor di merenda, ci seguiva abbaiando.

© Marina Garaventa

14-06-2006

il bussolotto

E arrivavano poi i giorni della guerra, annunciata dall’inquietudine del vecchio Lampo che fin dall’alba passeggiava inquieto per il cortile, agitando l’aria con il nervoso roteare della sua coda di cobalto.Una guerra di quelle vere, con gli eserciti, le dichiarazioni e le battaglie, gli attacchi e le ritirate, i vincitori e i vinti.
Solo le armi erano diverse, niente pistole, solo cerbottane, uguali per tutti e decorate di mille colori; non pallottole di piombo, ma bussolotti fatti di carta di giornale.
Per il resto era proprio una sfida all’ultimo uomo, anzi ragazzo, i ricchi contro i poveri, il nord contro il sud, quelli di qua dal fiume e quelli dell’altra sponda.
Nascosti dietro i platani della piazza, o rintanati nelle cantine dell’antico macello Garibaldi, tra le pietre della cava piccola o lungo la salita del Pero, era un susseguirsi di agguati e scariche di dardi, macchiati di lettere strane.
Flop… Flop… Flop.
C’erano i cecchini appostati tra i rami, quelli da un colpo un centro, e gli addetti alle munizioni, che ritagliavano le strisce di giornale e veloci come il fulmine le trasformavano in lunghi coni dalla punta d’ago. 
Un tocco, anche leggero e la battaglia improvvisamente finiva per te ancor prima di iniziare, malinconica e prematura fine del gioco, inizio dell’attesa della prossima guerra.
A volte per ingannare l’attesa della resurrezione, non restava che lanciare, con tristezza mista a sollievo, le frecce rimaste nelle piccole faretre ricoperte di nastro verde e rosso in alto, verso le piccole rondini che volteggiavano alte, ignare della lotta che squarciava il mondo sotto di loro.
Flop… Flop… Flop.
In alto, senza ferire nessuno, scomparendo nel chiarore di un pomeriggio finalmente caldo ed azzurro, oltre la campanella della piccola chiesa di San Fermo.

padrepaio

 

12-06-2006

la discesa

La discesa
 
Finalmente il temporale era svanito, il grigio aveva lasciato il posto all’azzurro, mentre il sole e l’ombra tornavano a contendersi la strada fra le vecchie case di via Roma.
Lampo, con la sua coda a pennello color del cielo inseguiva abbaiando felice una piccola farfalla arancio, che asciugava le ali umide di pioggia lasciandosi trasportare dalle ultime raffiche di vento.
Io e Carletto eravamo pronti da un paio d’ore, col nostro “carriaccio” con le ruote nuove. Erano piccole, lucide e soprattutto avevano i cuscinetti a sfera, cosa che ci faceva sentire superiori a tutti gli altri bambini, con le loro ruote rumorose e arrugginite. Le avevamo tenute nascoste a tutti, fin dal giorno in cui il sig. Livio, quello della tessitura, ce le aveva regalate dopo averle staccate da un vecchio carrello tutto storto che faceva bella mostra di se’ all’entrata del suo magazzino pieno zeppo di pezze colorate. Nessuno degli altri le aveva mai viste, neanche quando dopo averle montate sul vecchio carrettino del fratello di Carletto, le due uguali dietro e quella più grande davanti infilata sul manico di una vecchia scopa tutta spelacchiata, le avevamo provate nel cortile di casa mia, l’unico asfaltato in tutto il paese.
La discesa che portava verso il Viale delle Rimembranze era molto ripida, ma allora le macchine erano poche ed era facile trovare il momento giusto per tentare l’impresa. In fondo alla via infatti, c’era una curva secca verso sinistra, proprio all’inizio del viale alberato, mentre proseguendo diritti c’era uno scalino di una ventina di centimetri oltre il quale si stendeva un campo di frumento bordato di papaveri.
L’impresa era semplice: o si riusciva a svoltare, ma questo voleva dire rallentare fino quasi a fermarsi, o si finiva dritti in mezzo alle spighe, lasciandosi andare alla velocità senza preoccuparsi di niente se non di restare aggrappati al manubrio per atterrare dopo il salto con il minimo danno.
Si poteva scegliere fino all’ultimo istante, ma tutti sapevano già che era molto più bello volare oltre la strada veloci come il  vento, piuttosto che limitarsi a seguire come tartarughe il percorso già tracciato dalla strada.
L’asfalto era ancora umido di pioggia quel pomeriggio di fine giugno, l’ombra della casa di Martino, che laggiù in fondo segnava il punto in cui la discesa diventava piano prima del grande salto, si avvicinava veloce.
Le ruote lucide e silenziose sembravano ferme, tanto erano nuove; io aggrappato a Carletto che reggeva il manubrio mi sentivo quasi come un campione di motociclismo.
L’aria sulla fronte era fresca e il nostro urlo fatto di risa copriva ogni altro suono mentre entrambi, nello stesso istante, ci siamo ricordati della piccola roggia piena di fango che scorreva lenta proprio di fronte alla spiaggia dei papaveri….

padrepaio

La storia di Lampo, lo spinone con la coda a pennello, il racconto di vacanze, di corse nei campi di grano, e di carretti impazziti, nascono dalla penna di alcuni di voi.
Sono un collage di ricordi, forse veri o forse solo frutto d’immaginazione o addirittura momenti che vorremmo aver vissuto veramente.
Se volete partecipare la porta è aperta, scrivetemi.

ff

08-06-2006

lava lava le scodelle

La bambina che stava sempre zitta si chiamava Pinuccia.
Era piccolina per la sua età, e di lei mi ricordo che non doveva assolutamente sudare.
Il nostro divertimento principale era correre nei campi di grano per piegare le spighe, facendo quei disegni misteriosi che oggi solleticano tanto la fantasia degli ufologi.
Purtroppo noi eravamo solo bimbe e non alieni, e Torìdo, il contadino padrone del campo, invece di chiamar stampa e fotografi, ci correva dietro per sgridarci e con la sua mole, senza volere, piegava ancora più spighe di noi.
Anche Lampo correva e per trovarci faceva dei balzi alti come quelli un capriolo, e la sua coda blu cobalto a pennello, era l’ultima a sparire tra il giallo del grano.
La Pinuccia naturalmente ci seguiva, e arrivava alla fine della corsa tutta rossa ed accaldata. A volte era persino un po’ violacea, a dir la verità, e ci faceva anche spaventare perché respirava a fatica.
Sua mamma, la signora Giulia, era severissima e sempre arrabbiata, chissà con chi e perché, e a noi faceva una soggezione tremenda, eravamo più grandi e secondo lei dovevamo tener tranquilla la figlia e non farla sudare…capirai come chiedere a Lampo di esser giudizioso e non correr dietro ai conigli di Torìdo.
Prima di tornare a casa, allora, pigliavamo la Pinuccia e la lavavamo con l’acqua gelida e ferruginosa della fontana. Il risultato era sempre una bronchite per lei e una sgridata per noi.
Una volta però, da brave bimbe, decidemmo di fare un gioco tranquillo: il lavalava le scodelle.
Afferrammo la Pinuccia, io per le braccia e la Betta per i piedi, ed iniziammo a dondolarla, cantando, senza sudare nemmeno una gocciolina, “lavalava le scodelle per mangiar le tagliatelle…lavale bene lavale male, butta l’acqua nel canale” e al butta l’acqua nel canale il gioco prevedeva un finto lancio della Pinuccia in un altrettanto finto canale.
E non fu colpa mia se Lampo, volendo partecipare al nostro bellissimo gioco tranquillo, mi si gettò addosso festoso, facendomi mollare le braccia della povera Pinuccia, che con la testa andò ad incontrare la ghiaietta dell’aia del nonno.
Che fatica convincerla che non si era fatta niente e che la testa era più dura del terreno, e per farla star zitta le promettemmo di portarla a veder le mucche di nascosto, ché anche quello era parecchio pericoloso e la sua mamma non glielo avrebbe permesso mai.
Quella sera però andai a dormire con un peso nel cuore, avevo talmente paura che la Pinuccia potesse morire durante la notte, per la caduta, che, prima di andare a letto, mi misi in ginocchio sul tappetino e recitai le preghiere con le manine giunte, proprio come quella bambina del santino che ci aveva dato il parroco per la prima comunione.
Dissi tutte quelle che conoscevo, anche l’eterno riposo e il salve regina, ma solo a metà, ché ancora adesso non mi è riuscito di impararla tutta.
Fatto sta che la Pinuccia il mattino dopo aveva solo un gran mal di testa e sua mamma la tenne in casa, perché, secondo lei, il giorno prima, aveva sudato troppo.
Io tirai un sospiro di sollievo, convinta che le preghiere dette in ginocchio valessero molto di più di quelle dette sfogliando Topolino.

La prossima volta vi racconterò perché Lampo diventò sordo.
 

07-06-2006

La mia coda per un pennello

Poi più o meno in questo periodo finivano le scuole. Tutti noi bambini si andava in campagna nella fresca casa dei nonni. Quante corse dietro a Lampo, lo spinone. Che gioia vederlo fare le feste. Lampo era il nostro compagno di giochi. C’erano la Lina, la Betta e un’altra bambina che stava sempre zitta. Giocavamo per ore sull’aia e poi a merenda pane e mosto cotto. Lampo ne era golosissimo. Alla minima distrazione ti strappava di mano la fetta di pane. A volte riusciva a ingoiarla in un boccone, altre cadeva per terra, ma lui la mangiava lo stesso, anche se era tutta sporca di terra. Dal pelo, all’altezza della bocca, potevi vedere la lingua rosa e golosa, che si puliva la bocca.
La prima estate il nonno lo fece tosare. Povero Lampo! Quel canone gigantesco era rimasto tutt’ossa. Per giorni e giorni si aggirava a testa bassa nel cortile dei giochi, e pareva voler dire a tutti: hai visto cosa mi hanno fatto?
Ma bastava una fetta di pane e mosto cotto per vederlo scodinzolare d’allegria. Sulla coda, dopo la tosa, era rimasto un ciuffo come un pennello. Un pomeriggio che pioveva lo intinsi nella tempera blu e cercai di dipingere. Era un cane proprio buono, il vecchio Lampo.

sifossifoco