Cara Francesca,
ogni tanto rifletto sulla pittura, e attraverso quella che conosco, anche a quelle sue naturali estensioni che sono le arti visive in generale. Lo faccio con la limitatezza che caratterizza il pensiero personale di ognuno di noi, di solito influenzato da quelle mille cose (spesso inutili e fuorvianti) che sono gli studi, il censo, l’abitudine o le frequentazioni, in tutte le - a loro volta - innumerevoli sfumature.
Questa premessa è doverosa. Un po’ perché ho raggiunto quell’età per cui le premesse sono spesso più importanti dei concetti, ma soprattutto perché le premesse più delle opinioni, rappresentano un invito onesto alla riflessione.
E’ una mia riflessione quella che intendo condividere. L’opinione che mi sono fatta non è così importante.
L’arte astratta ha fatto il suo tempo. Ha dato tutto lo straordinario che poteva dare e ha dato tutto il peggio. Il tempo che, nel respiro capillare e secolare dell’arte, anche le ultime periferie se ne accorgano, e riposerà in pace, ben selezionata, sulle pagine dei libri cui è affidata la storia.
Tornerò sul concetto di periferie, ma più avanti.
L’arte figurativa è in piena rinascita. Non ha mai smesso di darci tutto lo straordinario che può dare, e la selezione del peggio è sempre stata talmente semplice e immediata che raramente ha creato disturbo o contaminazione.
Il tempo che anche le periferie se ne accorgano, e il”metro” di sensibilità su cui le arti visive si misureranno sarà solo quello figurativo.
Le periferie, come vedi, sono al centro di questa trasformazione, la filtreranno da ambedue le parti, e sarà interessante osservarle in questa loro funzione.
Da una parte sarà duro abbattere tutto quel sistema ingannevolmente permissivo di assurda semplicità dell’espressione, di privilegi acquisiti senza merito nei compartimenti stagni della provincia e della provincialità, dell’enorme valore commerciale che questo ancora rappresenta soprattutto nelle periferie, dell’arte astratta.
Dall’altra sarà altrettanto dura l’accettazione di un “metodo” soprattutto meritocratico, e quindi faticoso, ostico, meno facile commercialmente
e più impegnativo per chi, a vario titolo, si occuperà di arte visiva.
Ma le periferie hanno una qualità che da sempre le contraddistingue: arriva e viene accettato tutto il nuovo, anche se in ritardo.
Le ultime cento grandi mostre mondiali dedicate all’arte, vedono il figurativo avanzare.
A Firenze o a Venezia, come a New York o Parigi, certi ambienti non guardano più all’astratto.
Possono celebrarlo, forse, quotando ancora qualche guru milioni di dollari, ma finiscono per celebrarlo più per il percorso antropologico e sociale che per
l’opera.
Già cinque anni fa si metteva fortemente in discussione Jackson Pollock, ad esempio, e a tutti i livelli, periferie escluse.
Già oggi sono pronti nuovi artisti pronti a riversare maestria tecnica e tensione e passione e cuore in un florilegio di ritratti, nature morte, paesaggi.
Una modalità che, man mano che chi si affaccia all’arte (a qualsiasi età), sarà disposta ad alimentare quel sistema di valori rappresentato dallo studio rigoroso e puntuale, dall’esercizio costante, dal recupero dell’introspezione filosofica, e dal rifiuto sprezzante di ogni atteggiamento non perfettamente coincidente al proprio spessore e alla personalità di chi tiene in mano il pennello, con la consapevolezza che questo (già come semplice strumento) richiede, diventerà un vero e proprio contagio.
Mi piace pensare che proprio nelle periferie, così come è avvenuto in passato, potrà esserci quel serbatoio di talenti che, affermando il “nuovo” del figurativo, rivoluzionerà e smantellerà definitivamente il concetto estetico del fine a se stesso o al proprio privilegio, che le caratterizza oggi.
Credimi Francesca, non ci dividono molti anni dal giorno in cui le tele maltrattate da tagli e ipotetiche geometrie della psiche, potranno essere battute all’asta solo in autogrill.
Tuo Ulisse Sifossifoco.
Un bellissimo regalo questa lettera di ulisse. Risponde ai tanti dubbi che in questo periodo mi passano per la mente. Ho spesso la sensazione che la pittura paesaggistica sia considerata di serie B, al punto che nelle ultime mostre alle quali ho partecipato, mi sono sentita come un pesce fuor d’acqua.
E mi sono anche chiesta se vale la pena continuare a lavorare per descrivere atmosfere che sono solo mie, usando però un linguaggio chiaro a tutti, parlandovi con un cielo, con una montagna laggiù e con le uniche figure vive che io dipingo, le piante.
Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensate voi che leggete, non dei miei quadri, ovvio, (anche perchè rischiereste di esser slinkati), ma di questo ritorno ad una pittura formale che ulisse auspica.
La cassetta delle lettere è aperta.
Nemmeno io ho la preparazione per dissertare sul valore di un’arte, quella astratta, che, oltretutto, mi è anche molto lontana, ma qui si chiacchiera, così, tra amici, e nessuno pretende di far lezione o di insegnare qualcosa.
Magari, aggiungo, ché, per quel che mi riguarda, sono sempre pronta ad imparare, a capire meglio e anche a tornar sui miei passi, se capisco di aver sbagliato ( non è mai successo nella vita, d’altra parte se son principessa ci sarà il suo bel perché, no?ma non si sa mai..)
Tornando al tema, per quanto riguarda i grandi del passato, devo fidarmi del parere di esperti che hanno dedicato anche tutta una vita allo studio di pensieri, retropensieri e spiegazioni, io in realtà ho delle difficoltà a capire anche questi capolavori, ma questo è un limite mio, lo so.
Certo, degli esperti mi fido e voglio pensare a criteri dettati dalla buonafede e da approfondimenti che io non sono in grado di fare, ma, portate pazienza, quando si tratta di quell’arte contemporanea che incontro nelle mostre, mi sorgono mille dubbi.
È lodevole la creatività, l’ingegno, il gusto nell’abbinar colori, ma tutto il lavoro concettuale è lasciato a te che guardi l’opera, che in questo caso assume quasi una valenza (ossignùr come mi sento cool a dir valenza) psichiatrica, tipo le macchie di Roschach: hai dei problemi? in quel macchione nero vedrai il male del mondo, stai bene? allora sarà un volo meraviglioso di un’io libero di spaziare.
Ho sentito discorsi da far accapponar la pelle..mettere in evidenza particolari che io sapevo invece assolutamente nati dal caso o peggio ancora da errori irrimediabili.
Anatomie sbagliate fatte passare per volute deformazioni della mente, prospettive assurde, ma ormai fissate con la vernice, sono diventate deformazioni astrali di uno spazio convesso e via dicendo.
Ed è naturale, quindi, che vivendo all’interno di questo mondo, seguendo spesso la nascita di opere cosiddette informali, un po’ di diffidenza mi annebbi il giudizio.
E poi sarà una deformazione professionale, la mia, ma come il nonno di Gabriella ( chi ha fatto dello spirito per via dell’età, fili dietro la lavagna in ginocchio sui ceci crudi, ché sarebbe di lusso sui ceci cotti) come lui, so quanta fatica ci vuole per pensare prima e realizzare poi, attraverso schizzi, bozzetti prove su prove, un quadro, e quando vedo due righe blu su fondo rosso, mi vien da dire ecchecaspita, lo ha fatto in 10 minuti.
Qualcuno di voi mi potrà anche obiettare che l’arte non si misura a ore, tu Manu mi dici che l’arte astratta richiede impegno e tecnica al pari di quella figurativa, magari fosse così, lo vorrei vedere però quel lavoro di anni, e invece non succede mai.
Tutti i grandi astrattisti hanno alle spalle un passato figurativo, e io lo vorrei vedere anche nei contemporanei, quel passato, senza il quale un pittore non si può definire tale, sempre secondo me (e terzo guido) naturalmente.
L’astrazione è una delle naturali evoluzioni della vita pittorica di un artista e chissà, forse fra cento anni anch’io mi trasformerò in colori senza forme, ma allora ci sarà tutto un lavoro di anni precedenti che servirà come traduttore, farà da ponte tra le mie macchie e voi (sempre che anche voi abbiate il dono della longevità, ovvio) e vi permetterà di capire ciò che voglio dire, poiché per me, un quadro è soprattutto comunicazione.
È un bisogno di parlare senza parole, e, per quel che mi riguarda, è un farvi partecipi del mio mondo, e vi assicuro che spesso non è facile, e può essere anche molto doloroso.
Come sono andata?