Devi sapere che noi abbiamo il quotidiano più antico d’Italia: La Gazzetta di Parma. Mio zio diceva che il più antico era il Gazzettino di Venezia, ma si sa, ognuno tira l’acqua al suo mulino, son sicura che il nostro è più datato.
E come si conviene ad un giornale di gran città ducale ha tutte le sue belle pagine, numerate in ordine crescente dall’uno al 64. Ci son quelle di cronaca nazionale, di cronaca della città, della provincia, spettacoli, l’inserto settimanale festaiolo, che ti fa veder chi c’era e chi no, l’altra sera alla movida. La terza pagina è di gran lunga la più bella, io ad esempio seguo sempre i consigli di lettura di Giuseppe Marchetti. Di solito abbiamo gli stessi gusti, una volta sola mi son trovata ingarbugliata in un libro alto così: L’Armatura. C’è un origami a pagina 56 e non so se un giorno riuscirò ad arrivare alla 661. Sarà che sto attraversando un momento di minuzia mentale, poi forse passerà.
Tornando alla Gazzetta, tutti noi di Parma le siamo affezionati, qui in campagna c’è ancora l’abitudine della lettura corale, fatta al tavolino del bar, davanti al caffè macchiato latte.
Sotto la finestra del mio studio c’è il bar di Roberto e d’estate sento i commenti. Tu penserai che sian di politica o di sport, e invece no, ché l’attenzione di tutti noi lettori, e mia per prima, è rivolta all’ultima pagina, a chi è morto.
Sarò sincera, non è che abbia viaggiato molto, ma io una pagina dei necrologi così bella non l’ho mai vista. I grandi quotidiani ci fanno un baffo a noi di Parma.
E sapessi che goduria dopo le grandi feste, tipo Natale, Pasqua o Capodanno, ché possono anche arrivare perfino a quattro, le ultimepagine.
Tu puoi morir tranquillo anche il 25 dicembre, ché il tuo necrologio non andrà sotto l’uscio, ma sarà lì puntuale il 27 a pagina 63.
Anche mio papà leggeva la Gazzetta partendo dal fondo, e immancabilmente esclamava con un nonsoché di compiacimento “ah, quanti morti!”.
Poi li passava in rassegna uno ad uno, leggendoli a mia mamma che lo ascoltava davanti ai fornelli già alle otto del mattino, e anche se magari eran tutti più giovani di lui, il commento era spesso e volentieri “eh, però era vecchio”. La cosa strana è che succede anche a me adesso, i miei coetanei son sempre parecchio più vecchi, chissà perché.
C’è una cosa però che io e mio papà non abbiam mai capito. Le foto dei necrologi.
Allora, tutti noi abbiamo un sacco di foto in casa, no?quelle fatte in gita, o la sera del dì di festa, o quella che ci piace tanto perché sembriamo un’altra persona, più bella più giovane e più tutto. Insomma una bella foto ce l’abbiamo tuttiquanti, e invece in genere i parenti afflitti e costernati ci fanno finir sulla Gazzetta con l’unica orrenda, quella che tenevi nascosta in fondo al cassetto, e peggio per te se non l’hai distrutta subito.
Ulisse dice che son vendette per via dell’eredità pochina.
A pensarci bene potrebbe anche aver ragione, infatti i necrologi dei ricchi&nobili si distinguono immediatamente da tutti gli altri.
Li vedi subito, spiccano altezzosi sempre nella prima colonna: semplici nella loro eleganza.
Solo una piccola croce, magari sotto ad una breve frase di concetto in corsivo “è volata al padre l’anima buona”, ché la diretta parentela padre-figlio lì è indiscussa, ci mancherebbe. E poi niente foto per la convinzione che non ce ne sia bisogno: chi può non conoscere Alboino Brando della Porporosa?
Se poi vai a leggere chi partecipa al dolore ci trovi sempre tutta una serie di Lulli Lalli e Marielodoviche, e son talmente tanti che l’Alboino di solito si allarga in almeno venti colonne.
Ma mica perché era molto amato, sai? macché è che tutti voglion partecipare al dolore della sua perdita, anche se l’avevano conosciuto solo di striscio e mai posseduto davvero.
Un po’ il c’ero anch’io dell’aldilà. E la lontana periferia della nobiltà, ignara del triste evento si affretta a prenotare un posto per l’ultima pagina di domani, non si sa mai che gli eredi Porporosi prendan giù il nome di chi ha partecipato al dolore.
A me però fa molta tenerezza quando accanto alle venti colonne dell’Alboino ci trovi la Giuseppina Calzotti vedova Prampolini, detta Peppina, di anni 93, col suo unico necrologio dal quale sorride nella foto sbiadita della carta d’identità, scattata nel lontano ‘23. Mi vien voglia di farne pubblicare altri cinquantasei accanto, in modo tale che arrivata là possa guardar il della Porporosa da pari a pari.
Tu quanti necrologi avevi? 55! Io 57, vamolà.
Comunque per non saper né leggere né scrivere io mi sto preparando all’evenienza.
Intanto, qui lo scrivo e qui lo affermo, io il necrologio lo voglio. E se ce ne saranno pochi, voglio delle comparsate. Almeno 78. E tutti scritti bene, con frasi d’effetto. Del tipo, “è mancata l’anima buona della Giarina ed il mondo d’ora in poi non avrà più senso” robe così insomma, semplici, spontanee e sincere.
E voglio il funerale, grande e con tanta gente. E vi voglio veder piangere a dirotto, anche. Non escluderei delle apparizioni notturne a chi non c’era.
Per quanto riguarda la foto, poi, mi sto mettendo avanti col lavoro. Me ne autoscatto iostessa una al mese, tutti i primi lunedì, poi la fotoritocco un pochino, giusto quell’appena da tirar via i bargigli, e quindi la ripongo nel primo cassetto a destra, con i documenti importanti.
Lo dico a voi, ché c’è il pericolo che il capo con tutte le sue manie di riservatezza mi faccia passar sotto l’uscio, di nascosto. Niente funerale, niente annuncio. Dolore privato.
Niente di niente, insomma, e via andare.
Ricordatevi, eh? primo cassetto della scrivania, a destra. Quella dell’ultimo primo lunedì del mese.
Gabri, conto su di te. E a buon rendere.