Ehi, mi vedi?
Ma come chi sono…son sempre io, la giarina!
Son cambiata parecchio vero?
Eh, lo so, merito del volontariato.
Sono un’altra persona: diversa, migliore, più alta perfino. Un fiorfiore.
Il volontariato: ah che bella parola!
La pronunci e ti senti già più buono, prova anche tu, dài.
Vo-lon-ta-ria-to.
Lo vedi? i tuoi piedini si mutano in piccole e graziose radici che viavia salendo diventano gambi verdolini e, in men che non si dica, ti ritrovi trasformato in un fiore profumato. Gardenia, Rosa del Kenya o Giaggiolo, a seconda del momento e del colore da abbinar alle scarpe.
Se cerchi in Google puoi trovare dei cataloghi che offrono varie possibilità: servire alla mensa dei poveri, due stelline di bontà. insegnar il paesaggio ai malati di mente, cinque stelline, e così via, fino alle dieci con encomio del pulir dentiere dopopasto. Peccato che in pochi scelgano quest’ottima opportunità di cancellare dalla mente l’idea d’esser cattive persone. Spesso ci si accontenta delle cinque stelline, anche perché, diciamocelo, i troppo buoni son poco simpatici.
Io non son dovuta andar nemmeno in rete per trovare la mia occasione, me l’hanno servita bell’e pronta: lezioni di creta al ricovero dei vecchi, otto stelline e due aureole di cartapesta.
…i vecchi? lì per lì, non ho ben capito, ma poi mi son ricordata di quelle cose semoventi tutte grinze e tremori e mi son detta, giarina, acchiappa l’offerta al volo, chissà che feste ti faranno questi esseri fortunati!
A dir la verità, qualche perplessità sul ProgettoCreta m’era venuta, sarà utile o forse si potrebbe far dell’altro…ma è stato un dubbio di un istante, ché se gli esperti di vecchi&affini avevano elaborato e partorito quest’idea voleva certo dire che era cosa buona e giusta, e, detto fatto, son partita in quarta per VillaSerena.
Tu sapessi com’ero contenta, sentirsi buoni fa molto bene alla pelle. Diventi più luminosa, la fronte ti si distende… e poi sentirsi buoni da artisti ha quel qualcosa in più.
Non mi vorrai paragonare il volontariato terra-terra, tipo quello del pulir le brutture, con quello nobile dell’arte. Pensa, poter regalare la tua preziosa vena a chi non ha avuto il dono da madre natura e senza di te sarebbe destinato a morire senza aver mai fatto una scatolina di creta. Come dire, lo spreco di una vita.
Me la vedevo già la vecchina tirar gli ultimi serena e grata, col suo piccolo capolavoro di terracotta stretto al cuore, ed io con una mano sul suo capo a darle l’ultima benedizione. Ah, che scena emozionante!
Peccato che io sia stata scalognata, ché per colpa di un manipolo di vecchiacci dispettosi il mio volontariato non è stato un gran successo.
Appena entrata nell’istituto ho capito subito che non tirava aria d’arte. Eran tutti lì, attorno ad un tavolo, tristi che parevano in punizione. Chi chiedeva se era arrivato il figlio, chi pretendeva d’esser aiutato a vivere, una con lo sguardo fisso a terra, e l’altra che con un sorriso senza denti ti chiedeva se era pronto da mangiare.
Capirai la mia delusione, niente applausi, nessuna elaborazione sull’effetto emotivo del concetto di arte.
E, anche se non ci crederai, ti dirò di più: che ce ne sia stato uno ad interessarsi al meraviglioso Progetto creta&anziani. Niente. Un chissenefrega totale ed assoluto.
Addirittura una piccola donna tremolante m’ha chiesto, orrore, di giocare a tombola!
A me che son l’artista. A me che mi son regalata con dedizione e generosità al Progetto ‘con la creta non si crepa’.
Ma siamo pazzi?
Come se nel far del volontariato si dovesse anche accontentar chi ne usufruirà.
Se si chiama volontariato lo dovrò far volontieri io, no? altrimenti l’avrebbero chiamato doverontariato, ma allora addio pelle luminosa.
Eh.
volontariato
pubblico che va e pubblico che affolla
” Da Tiziano a Pollock - In giro per mostre e musei” Paolo De Marchi
Il pubblico che va alle mostre
La stagione delle mostre milanesi, che sta ormai volgendo al termine, e che qualche mese fa ci auguravamo riprendesse gli elevati standards di un tempo, ha effettivamente mantenuto le sue promesse. Sarebbe troppo lungo, evidentemente, tentare qui una anche sommaria panoramica delle principali esposizioni, pubbliche e private, che sono state allestite quest’anno.
Basterà ricordare alcune mostre di Palazzo reale, come quella di Sironi, di Kandinsky, di Munch (la cui vastissima retrospettiva ha permesso di valutare i pregi ma soprattutto i limiti di questo maestro dell’arte moderna), di Santomaso, dei 35 quadri impressionisti e postimpressionisti della collezione del Reader’s Digest; oppure alcune mostre di Brera, come quella di Fussli, del Boccioni prefuturista( una mostra esemplare per puntualità e rigore)e delle opere su carta di Morandi; e infine alcune mostre del Pac, come quella rara e prziosa di Vantongerloo e quella degli Otto pittori italiani. E ancora, per quanto riguarda le gallerie private,occorrerà almeno menzionare le ampie mostre di Afro (Daverio), di Picabia,e di Arnaldo Pomodoro (Studio Marconi)
Non vogliamo, qui, soffermarci sull’analisi di queste esposizioni, bensì proporre qualche considerazione generale sul pubblico che va alle mostre. alcune delle quali sono risultate praticamente invisibili perché-fuori-assediate da code interminabili e -dentro-, per chi avesse avuto la fortuna di penetrarvi- ostruite da muraglie umane assiepate e vocianti dinanzi alle opere esposte; mentre altre, e non le meno interessanti, sono rimaste pressoché deserte. Ebbene proprio queste greggi di persone che a comando belano la propria bramosia di abbeverarsi alla fonte purissima dell’arte, ci fanno dubitare che abbiano effettivamente sete: perché la sete dell’arte ci are fenomeno rigorosamente e strettamente privato, che non è possibile soddisfare in massa, masticando chewing-gum e bevendo Coca-Cola.
E similmente, proprio questa smania collettiva di fruizione artistica, inspiegabile sul piano della logica e del buon senso (promanando da persone apparentemente avvinte, d’ordinario, da interessi magari degnissimi, ma di ordine qualitativamente diverso, proprio perché perseguibili, appunto, in massa), fa nascere in noi i più forti sospetti sulla sua credibilità.
Dubbi e sospetti, dunque: ma non per qualche aristocratica superiorità, bensì per i motivi di fatto: chi si sia solo guardato attorno, invero, avrà senz’altro notato lo scarso coinvolgimento delle mandrie bivaccanti nelle sale faticosamente occupate, la solida disattenzione con cui seguivano la laboriose spiegazioni dei loro più o meno improvvisati ciceroni ( e stupirebbe il contrario, se solo si riflette sulla totale impreparazione con cui, di solito, l’assalto alla mostra viene intrapreso), infine il tangibile sollievo con cui- per usare una frase cara a Maurizio Costanzo, mentore ideale delle masse nostrane-”guadagnano l’uscita”.
Ma c’è un’altra considerazione che c’induce a quei dubbi e a quei sospetti: e cioè il fatto che quelle stesse masse che fanno a pugni per per entrare in mostre alla moda( come quella di Munch e di Kandinsky, o magari la non esaltante collezione Reader’s Digest) quelle stesse masse disertano poi con serena fermezza altre mostre altrettanto interessanti, e soprattutto i musei cittadini, dei quali forse ignorano perfino l’esistenza, e che anche la domenica costituiscono un rifugio tranquillo e accogliente (quando sono aperti, naturalmente).
Ed eccoci allora al punto centrale del discorso. Come sempre nelle cose cose dello spirito, occorre umiltà, studio, lavoro, tenace sforzo di approfondimento, e soprattutto tempo di buona qualità, per arrivare a risultati apprezzabile-nel caso della poesia-alla formazione di un gusto personale: non basta cioè l’approccio magari entusiasta ma occasionale, l’intuizione brillante ma superficiale, la sensibilità nativa ma non educata con pazienza e serietà. E invece il dilettantismo orecchiante e frivolo, che produce soltanto giudizi soggettivi e rozzi, è il vizio diffuso e contagioso di una cultura falsa, facilistica e del tutto velleitaria ed estemporanea come quella attuale: una cultura che ha smesso di credere nella verità, e che quindi si avventa come un moscone impazzito, contro i vetri della finestra, nella vana ricerca della luce e dell’aria aperta. (Ricordiamo ancora il cartello, fra lo stupido e il minaccioso che pochi anni fa, all’ingresso di mostra sull’astrattismo, avvertiva: “La visita della mostra richiede almeno due ore” (cfr. pag. 210): e mentre al visitatore preparato poteva bastare metà di quel tempo, allo sprovveduto non sarebbero bastate nemmeno due settimane, in mancanza degli strumenti necessari per capire qualcosa. Ma tant’è: quel demagogico cartello sembrava promettere a tutti, anche agli sprovveduti, il conseguimento del risultato).
La conclusione allora è che le mostre- spesso ottime-finiscono per servire a poco, se non contribuiscono a educare il gusto e a “fare cultura”: e come potrebbero, quando costituiscono solo una sporadica, se non l’unica, occasione d’incontro con l’arte, e se il problema dell’educazione artistica non si pone, con serietà, fin dai primi anni di scuola e non viene affrontato, sempre con serietà, con i ragazzi più grandi? Ma questo è un argomento che porterebbe lontano, e basti qui l’averlo accennato.
(1986)
Considerazioni sulle mostre&affini che meritano d’esser lette.
(…ecco, sabato, alla mia mostra gente ce n’era tanta, ma da lì a dir che c’era la fila con ressa, ne corre. forse dovevo metter fuori il cartello “attenzione per visitare la mostra occorre un buon quarto d’ora tutto intero”?)
Effimeri, Milano 13-27 marzo 2010
EFFIMERI
FRANCESCA FERRARI
Chiunque abbia osservato un paesaggio pittorico sa che il senso di quel che vede è dato dagli effimeri. Sono loro a solleticare le corde del gusto, a stimolare le nostalgie, a penetrare la durissima corteccia dell’estetica, a farsi strada nel già visto o nella meraviglia.
scarica il catalogo, pdf 6,4 mb
GALLERIA DEGLI ARTISTI
VIA NIRONE 1
MILANO
02.867841
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effimeramente
13 Marzo, alle ore 17.00
“Galleria degliArtisti”
Via Nirone, 1 Milano
mostra e catalogo a cura di Massimo Boccuzzi
influenze
Bada bene: non sono meteoropatica.
E’ il tempo ad esser influenzato dal mio cattivumore.
Sia ben chiaro.
non ho parole
Fare il Creatore non è da tutti, ci vuol costanza, fantasia e soprattutto intelligenza.
Il Creare, che sia dipingere o fare una torta o scrivere un necrologio, implica la massima serietà e un impegno non indifferente.
Ore e ore di prove, per non parlar dei ripensamenti, sarà meglio un po’ più così o una spanna più cosà? rossovioletto o neutro che va su tutto?mediacottura o biscotto per denti buoni…condoglianze o gli angeli accolgano l’anima buona?
Pensare, decidere, cambiare, con pazienza e dedizione: una fatica immensa.
D’altra parte se ti vuoi metter a Creare lo devi fare nel miglior dei modi, altrimenti impegnati nella cura delle regnatele o, se vuoi stare all’aria aperta, a pettinar i prati con la riga a destra o a sinistra.
Nessuno ti obbliga a dar forma a quel che non c’è.
Non c’era prima e nessuno se n’era accorto, quindi lascia perdere, no?
Tu piglia l’Uomo, inteso anche come Donna, ovvio, ecco, tu piglia la Creazione dell’Uomo.
Prima non c’era e nessuno ne sentiva la mancanza.
Lo si poteva lasciar tranquillamente a forma di Atomo, con i suoi elettroni intorno, là, a vagare nel Tutto, felice e contento d’esser atomo, che a nessuno sarebbe venuto in mente di chiedersi, dov’è mai finito l’Uomo, perché non c’è qui in giro?
Hai idea di come doveva esser bella la vita da Atomo? senza malditesta, malattie o artriti alle mani. Da mattina a sera a far vasche in via Cavour, mostrando Fermioni e Barioni con quella punta d’arroganza che solo l’Atomo si può permettere. Non un litigio, né un’alzata di voce. Un Tutto fantastico.
E invece no.
A Qualcuno, eh sì, parlo con Te, un bel giorno viene in mente di creare l’Uomo, e tutto sommato non sarebbe stata nemmeno una cattiva idea, la tua, se solo l’avessi fatto come si deve: bello, intelligente, simpatico, buono…soprattutto buono! ecchediamine, se io decido di dipinger un quadro ci metto tutta la mia buona volontà. Non mi ti vuoi impegnare un po’ per un progetto così ambizioso? Eppure non mi eri certo nato ieri, da non immaginar che un Uomo avrebbe tirato l’altro e alla fine ci saremmo trovati tra capo e collo l’Umanitàtutta.
Se non ne avevi voglia dovevi lasciar perdere, come faccio io quando a metà mattina elimino trequarti del programma quotidiano con un ‘lo farò domani’.
Potevi generare tutto il resto, parecchio meno impegnativo, avresti lavorato sei giorni invece di sette, creando in un colpo solo anche la settimana corta. Per la serie poca spesa e figurar bene.
E poi, quella storia del serpente, della mela e del disubbidire, tutto per giustificar gli errori, ma suvvia, neanche all’asilo!
Il fatto è che t’è scappata la mano e t’è saltato fuori un Uomo talmente difettoso che ha perfino la scadenza, neanche tu fossi la barilla.
E metter poi in giro la voce che la Vecchiaia è bella…
Guarda, davvero, non ho parole.
pro-positi
“flapflap”fferrari
oliovolatore 100×100
Eppure non dev’ esser così difficile.
Tu li vedi come volano tranquilli, no?
Li ho studiati tutto il pomeriggio. Stanno lì a gironzolare, beccano un vermetto, poi si grattano sotto l’ala, e poi ancora due passettini.
A seconda dell’umore stanno uno accanto all’altro, oppure piglian le distanze e fan finta d’esser stranieri.
Niente auguri, niente regali. Anzi, per le feste ognuno a casa sua.
Lo sguardo altero e distaccato. Ore e ore a guardar là in fondo un qualcosa che non arriva.
Fermi, immobili come statue, e poi all’improvviso, quando arriva un segnale da non so dove, un salto e via, senza indecisioni.
Flap, flap, due bracciate e in un attimo tutto è piccino là sotto.
Mai una volta che ne cada uno.
Una bazzecola, volare.
Quest’anno dovrò imparare anch’io.
Assolutamente.












